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La notte oscura di Triora: streghe, fame e tradimento

Triora, borgo medievale arroccato a 700 metri di altitudine nella Valle Argentina, non è solo una cartolina antica. È la cartina di tornasole della paura, della superstizione e dell’errore giudiziario umano. Quel che accadde tra il 1587 e il 1589 non fu leggenda, ma un processo reale, duro, cruento, che coinvolse persone con nomi, luoghi, dinamiche sociali precise e conseguenze che travalicarono l’epoca.

L’ingresso nella tragedia: contesto storico, sociale e naturale

Nel tardo Cinquecento Triora viveva sotto la sovranità della Repubblica di Genova, con una popolazione dedita all’agricoltura nella fertile Valle Argentina. Tra il 1585 e il 1587 una combinazione di siccità, carestia e raccolti falliti colpì duramente il territorio. La spiegazione scientifica per allora non esisteva: la fame veniva letta come un disegno oscuro. In un contesto in cui la religione permeava ogni aspetto della vita, la spiegazione più “accessibile” fu l’azione delle streghe — donne viste come responsabili dei mali, capaci, secondo l’immaginario popolare, di controllare il tempo e scatenare calamità.

Triora della fine del ‘500 era un borgo in cui le istituzioni locali — il Parlamento generale, il Consiglio degli Anziani, i sindaci e il pretore — avevano competenze giurisdizionali reali: giudicavano cause, amministravano giustizia e difendevano gli interessi civici. Ma l’incapacità delle strutture locali di comprendere le cause reali della carestia (problemi climatici ed economici, speculazione e scarsità di piogge) alimentò fobie contro un nemico identificabile: “le streghe”.

I luoghi del terrore: Triora e La Cabotina

Triora contava allora circa 2.500 abitanti e la tensione sociale la si respirava nei vicoli acciottolati, nelle chiese e soprattutto nei quartieri rurali come La Cabotina — una zona ai margini del borgo descritta dai contemporanei come il luogo dove le donne accusate si radunavano per i sabba notturni.

Le cosiddette “streghe” furono rinchiuse non in sterili ambienti giudiziari, ma in spazi privati riconvertiti a carceri atroci, tra cui la tristemente famosa Cà de Baggiure (Casa delle Streghe). Qui le mura stesse, ancora oggi visitabili nel centro storico, raccontano il dramma di persone che non avevano altra colpa se non la vulnerabilità e la marginalità sociale.

I protagonisti del processo: persone in carne ed emozioni

La persecuzione non fu astratta. Alcuni nomi emergono dalle cronache per il ruolo svolto o per la tragica fine subita.

Tra le accusate si ricorda Isotta Stella, donna di circa sessant’anni, probabilmente di nobile estrazione locale, morta durante gli interrogatori a causa delle torture. Un’altra, terrorizzata dalle sofferenze, si suicidò gettandosi da una finestra piuttosto che affrontare ulteriori supplizi.

Non furono solo donne anziane e povere a essere accusate: il clima giudiziario travolse una ragazza di tredici anni e persino un giovane ragazzo, messo sotto processo e sottoposto a penitenze pubbliche prima di essere liberato.

Le imputazioni spaziavano dal “controllo degli elementi naturali” alla devastazione del bestiame, dalla parentela col diavolo alla uccisione di bambini e persino cannibalismo — accuse prive di alcuna base reale ma terribilmente credute per disperazione e superstizione.

Il ruolo delle autorità religiose e civili

Nel 1587 il Parlamento di Triora chiese l’intervento dell’Inquisizione, che all’epoca operava con giurisdizione legata alla Chiesa cattolica. Arrivarono i vicari inquisitoriali, tra cui Girolamo del Pozzo, avviando il processo. Le confessioni estorte sotto tortura portarono all’arresto di circa 20 donne, poi salite a 30 con l’ampliarsi delle accuse.

Nel giugno del 1588 il governo di Genova inviò a Triora Giulio Scribani, commissario straordinario con pieni poteri per gestire la crisi. Il suo approccio fu ancora più duro: allargò la “caccia”, fece trasferire molte accusate alle prigioni di Genova, e chiese condanne a morte per stregoneria, sostenendo che le confische e le torture non avevano ancora dissipato il presunto male.

Tuttavia tale ferocia suscitò reazioni politiche contrarie a Genova: il Senato della Repubblica ritenne che la prova delle confessioni, ottenuta sotto tortura, non giustificasse esecuzioni capitali. Nel 1589 fu deciso di porre fine al procedimento e di sospendere le condanne a morte. È probabile che molte delle detenute in carcere furono rilasciate o trasferite, ma i registri non consentono di seguire tutte le sorti individuali.

Le cause sociali e la verità dietro la paura

La carestia non fu miracolosamente scatenata da presunte arti magiche. Le ricerche storiche indicano cause ben più reali: fallimenti di raccolti, probabili speculazioni sui prezzi dei cereali e dinamiche economiche difficili per i contadini. Paradossalmente, proprio chi aveva interessi economici nel rialzo dei prezzi fu tra i più accesi accusatori delle streghe, sfruttando la superstizione per perseguire benefici privati.

A ciò si aggiungeva un pregiudizio di genere: la maggioranza delle accuse furono rivolte a donne marginali, guaritrici, erboriste o semplici contadine — figure ancora oggi associate al “femminile” ma allora viste con sospetto perché autonome o poco controllabili.

Luoghi della memoria e commemorazione

Triora, nel XXI secolo, ha trasformato questa storia dolorosa in memoria collettiva. Nel cuore del borgo si trovano la Collegiata di Nostra Signora Assunta e il Museo Etnografico e della Stregoneria, che custodisce documenti, strumenti e racconti del processo. Questi spazi non sono cenotafi di macabra curiosità, ma luoghi di riflessione sulla giustizia, la paura e l’ignoranza che può consumare una comunità.

La Festa di Strigora, che si celebra ogni anno, richiama visitatori e studiosi per rivivere, discutere e meditare su quegli eventi, ricordando che la memoria serve a non ripetere gli errori del passato.

Una lezione che oltrepassa i secoli

Il processo alle streghe di Triora non fu un caso isolato: nella tarda Europa tra XV e XVIII secolo le paure collettive portarono a caccia alle streghe, processi e morti innocenti in molte terre, dal Sacro Romano Impero alle Alpi italiane. Ma ciò che distingue Triora è la documentazione dettagliata, i nomi di luoghi e persone, e la consapevolezza odierna che ciò che sembrava dannazione allora era causa umana, non diabolica.

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