Cascina Spiotta non è un nome da toponomastica minore: è uno dei luoghi simbolo del terrorismo rosso, un “fotogramma” del 1975 che oggi torna a pesare come un macigno nelle aule della Corte d’Assise di Alessandria. Qui, il 5 giugno 1975, durante il blitz dei carabinieri nel covo dove le Brigate Rosse tenevano l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia (rapito il giorno prima, il 4 giugno), scoppiò una sparatoria: morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol, moglie di Renato Curcio.
Il “nuovo processo” nasce dalla riapertura del fascicolo dopo l’esposto del 2021 di Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, che ha chiesto di dare finalmente un nome a chi quel giorno riuscì a fuggire senza essere identificato. La Direzione distrettuale antimafia del Piemonte ritiene che quel fuggitivo fosse Lauro Azzolini; mentre Curcio e Mario Moretti sono indicati come figure apicali e organizzative del sequestro.
Gli imputati oggi sono tre ex Brigate Rosse, con posizioni diverse nell’accusa: Lauro Azzolini (82 anni), indicato come esecutore materiale dell’omicidio di D’Alfonso; Renato Curcio (84) e Mario Moretti (80), chiamati in causa come presunti mandanti/dirigenti dell’organizzazione nel contesto di quei fatti.
Che cosa sta emergendo davvero: non “memoria”, ma carte, impronte e traiettorie
Il punto che ha dato sostanza all’accusa è una relazione storica recuperata negli archivi dell’Arma e affidata al RIS per nuove analisi: lì, secondo quanto riferito in aula e riportato, sarebbero emerse 18 impronte, 11 attribuite ad Azzolini. E non solo: quel documento conterrebbe anche disegni a mano, quindi tracce compatibili con una porzione di mano, un dettaglio che per gli investigatori rafforza l’idea di una presenza “operativa”, non occasionale.
Poi c’è la parte più “chirurgica” e insieme più urticante: la ricostruzione balistica e medico-legale, soprattutto su Mara Cagol. La difesa di Curcio, tramite l’avvocato Vainer Burani, ha rimesso al centro una tesi precisa sulla traiettoria del colpo che la uccise (e sul fatto che potesse essere già a terra e ferita), mentre la Procura e i carabinieri del ROS sostengono che il percorso dei proiettili sia compatibile con una persona in fuga colpita durante quel frangente. Tradotto: non è un processo “solo” su chi sparò a D’Alfonso, ma anche su come si spara e su che cosa raccontano davvero i reperti.
Sul piano delle regole, le difese hanno provato a smontare l’impianto con eccezioni procedurali, in particolare sull’impostazione dell’accusa (anche rispetto all’aggravante della finalità di terrorismo e alla riapertura del caso). La Corte d’Assise di Alessandria, almeno nella fase preliminare, ha respinto le eccezioni e ha fatto andare avanti il dibattimento.
La svolta “umana” che pesa come una pietra: “Io c’ero”
Nel fascicolo non ci sono solo impronte e perizie. C’è anche un fatto che, in un processo del genere, cambia la temperatura della stanza: Azzolini ha ammesso la sua presenza alla Spiotta in dichiarazioni rese nel corso delle udienze. Non è una confessione “comoda”, perché non chiude automaticamente la questione decisiva (chi ha sparato a D’Alfonso e in che dinamica), ma è comunque un macigno dopo decenni di silenzi, omissioni e versioni contraddittorie.
Intorno a questo, ruotano testimonianze e “non-testimonianze” che raccontano il clima interno delle BR e il tabù su quella giornata. Un esempio è quanto riferito da Enrico Fenzi, ex brigatista e professore universitario, che parla di una sorta di censura interna sulla Spiotta e del peso, dentro l’organizzazione, della gestione attribuita a Moretti.
E non è finita: in aula riemergono figure della galassia brigatista che si avvalgono della facoltà di non rispondere o che compaiono come nodi laterali di quella storia, con un dato costante: mezzo secolo dopo, il silenzio resta una strategia.
L’intercettazione che fa tremare la sedia: la conversazione e l’“ombra Moro”
Tra i passaggi più delicati emersi nelle ricostruzioni giornalistiche c’è una conversazione intercettata (richiamata nel contesto delle indagini) legata all’ex brigatista Antonio Savino e a un dialogo in cui si parla non solo della Spiotta, ma anche di via Fani e del sequestro Moro, con un nome (“Moroni”) che apre un conflitto interpretativo (Moroni o Morucci?) e che infatti viene contestato come possibile forzatura. È uno di quei punti in cui il processo rischia di diventare anche un detonatore di altri misteri italiani, e non tutti hanno interesse a farlo esplodere davvero. E domani, martedì, alle 10,15 è fissata la nuova udienza, sempre nelle aule della Corte d’Assise di Alessandria
Un processo tardivo, ma non “inutile”
C’è chi dirà: “troppo tardi”. È vero che è tardi, ed è vero che l’Italia ci arriva con addosso tutta la polvere degli anni. Ma la giustizia non è un souvenir: quando si tratta di un carabiniere ucciso e di una pagina di terrorismo che ha ferito un Paese intero, non si può archiviare tutto con una scrollata di spalle.
E poi, diciamola fino in fondo: questo processo è anche una prova morale. Perché se la memoria diventa solo rito, si spegne. Se invece la memoria si lascia interrogare dai fatti — impronte, perizie, testimonianze, responsabilità — allora smette di essere propaganda (di qualunque colore) e torna a essere ciò che dovrebbe: un servizio alla verità. E alla dignità dei morti, che per un cristiano non sono mai “materiale d’archivio”.
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