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“Chi vota sì è fascista”: il dossier che smaschera la deriva del PD

C’è un momento in cui la propaganda smette di essere rumore di fondo e diventa un problema democratico serio. Quel momento è arrivato quando il Partito Democratico ha deciso di accompagnare il referendum sulla giustizia con uno slogan implicito, ma chiarissimo: chi vota Sì è fascista. Non un lapsus, non una forzatura isolata, ma una scelta politica consapevole, ribadita anche dopo le polemiche, mentre il calendario elettorale è ormai definitivo e gli italiani sono chiamati alle urne il 22 e 23 marzo.

Dalla retorica inclusiva alla scomunica degli elettori

Per anni la sinistra ha accusato il centrodestra di “polarizzare” il dibattito pubblico. Poi, alla prima occasione, ha mostrato il suo vero riflesso condizionato: ridurre la complessità a una favola morale. Buoni contro cattivi. Democratici contro fascisti. Un linguaggio rozzo, manicheo, che non serve a spiegare una riforma ma a intimidire l’elettore, colpendolo non per ciò che pensa, ma per ciò che “sarebbe” se votasse in un certo modo.

Il post del PD, con immagini di saluti fascisti e l’accostamento diretto al voto favorevole alla riforma, non informava: suggeriva una colpa. Il messaggio reale era ed è questo: se voti Sì ti collochi dalla parte sbagliata della Storia. Una scorciatoia propagandistica che evita accuratamente il merito, perché sul merito la sinistra è divisa e in difficoltà.

Schlein insiste, il partito si spacca

Alla guida di questa linea c’è Elly Schlein, che non ha arretrato di un millimetro nemmeno dopo il terremoto interno. La giustificazione – “ci riferivamo solo a Casapound” – non convince nessuno, perché il messaggio era costruito apposta per essere generalizzato. E infatti così è stato percepito.

Dentro il PD, però, qualcuno ha ancora il coraggio di dire basta. Pina Picierno ha parlato di deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista, annunciando che voterà Sì e chiedendo rispetto per elettori e militanti democratici insultati senza motivo. Elisabetta Gualmini ha definito quel post il punto più basso di qualsiasi polemica politica, ricordando che molte delle posizioni oggi demonizzate erano parte integrante del programma del PD fino a ieri. Persino Gaia Tortora ha sentito il bisogno di ribadire l’ovvio: voto sì e non sono fascista.

Non è una polemica tra partiti. È una frattura culturale tra chi accetta il confronto democratico e chi vuole trasformare il voto in un processo ideologico.

L’anomalia da cui nasce il referendum

Il referendum sulla giustizia non nasce dal nulla. Nasce da un’anomalia tutta italiana, cresciuta negli anni nell’indifferenza o nella complicità della politica di sinistra: un potere giudiziario diventato sempre più autoreferenziale, privo di reali contrappesi, governato da un sistema di correnti che ha trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura in un luogo di gestione del potere più che di garanzia dell’indipendenza.

Indipendenza, va detto con chiarezza, non significa irresponsabilità. E invece il cittadino italiano ha spesso la sensazione di trovarsi davanti a un potere che giudica, sbaglia, distrugge reputazioni e carriere, senza mai pagare. È questo corto circuito che ha generato la richiesta di riforma. Non un attacco ai magistrati, ma una richiesta di equilibrio.

Che cosa si vuole ottenere davvero

L’obiettivo della riforma è riequilibrare i poteri, rendere la giustizia più sobria, più prevedibile, più rispettosa delle garanzie. Chi sostiene il Sì non chiede impunità, ma fine dell’arbitrio. Non chiede giudici meno indipendenti, ma più responsabili. È una posizione storicamente riformista, che nulla ha a che vedere con nostalgie autoritarie o pulsioni estremiste.

Ed è proprio questo che rende grottesca la narrazione del PD: molte delle idee oggi demonizzate sono state sostenute per anni anche a sinistra. A ricordarlo è stato anche Alessandro Sallusti, mettendo in luce una contraddizione imbarazzante: nel 2016 la stessa Schlein votò No al referendum costituzionale insieme a Casapound. Seguendo la logica dem, dovremmo forse riscrivere la storia recente etichettando chiunque a posteriori.

Il nodo delle carriere separate

Dentro questo quadro si inserisce il tema delle carriere separate, il vero tabù della sinistra. L’Italia è uno dei pochissimi Paesi occidentali in cui giudici e pubblici ministeri condividono carriera, cultura e organi di autogoverno. Un’anomalia che produce un processo sbilanciato a monte, dove l’accusa non è realmente una parte come le altre.

Separare le carriere non significa attaccare la magistratura, ma garantire un giudice realmente terzo, lontano dall’accusa non solo formalmente ma anche culturalmente. Il referendum non introduce direttamente questa riforma, ma rompe il tabù, rende finalmente legittimo discuterne senza essere accusati di eversione.

Votare Sì significa anche questo: dire che il sistema attuale non è intoccabile, che può e deve essere migliorato. Votare No significa difendere lo status quo, comprese le sue distorsioni.

Che cosa significa oggi votare Sì e che cosa significa votare No

Con le date del 22 e 23 marzo ormai fissate, il significato politico del voto è chiarissimo. Votare Sì significa riconoscere che l’anomalia esiste e va corretta, che la giustizia deve tornare a essere un servizio al cittadino e non un potere separato dal resto dello Stato. Votare No significa lasciare tutto com’è, accettare che nulla cambi, rifugiandosi dietro una retorica di facciata sulla “difesa della Costituzione”.

Ma la Costituzione non è un feticcio. Vive se viene applicata secondo il suo spirito, che è quello dell’equilibrio tra poteri, non dell’egemonia di uno su tutti.

Il vero problema non è il referendum

Alla fine, questo dossier racconta una verità semplice e scomoda: il problema non è il referendum, ma l’uso che una parte della sinistra ne sta facendo. Trasformare una consultazione popolare in un tribunale morale è un segno di debolezza, non di forza. È la scelta di chi non vuole discutere nel merito perché sa di non avere argomenti solidi.

In democrazia non esistono elettori di serie A e di serie B.
Chi prova a marchiare milioni di cittadini come “fascisti” perché vogliono riformare la giustizia non difende la Costituzione.
La umilia.

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Pubblicato inGiustizia

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