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Quaresima, il deserto che salva: non un’abitudine, ma una chiamata

C’è un momento nell’anno in cui la Chiesa smette di accarezzare e comincia a scuotere. È la Quaresima. Non una parentesi malinconica, non un rito stanco che si ripete per tradizione, ma un appello diretto alla coscienza. Un tempo in cui non si può vivere di distrazioni.

L’anno liturgico non è un calendario decorativo. È una pedagogia. Ci rimette davanti, passo dopo passo, ai misteri della vita di Cristo perché la fede non diventi teoria e la preghiera non scivoli in abitudine. La Quaresima è il tratto più esigente di questo percorso: chiede di fermarsi, di guardarsi dentro, di fare verità.

Conversione non significa cambiare idea per un giorno. Significa cambiare direzione. Riformare il modo di vivere, di pensare, di scegliere. Significa riconoscere che qualcosa va corretto, che alcune abitudini consumano l’anima, che certe leggerezze hanno un prezzo. È un tempo di realismo spirituale: niente autoassoluzioni, niente scuse eleganti.

Rinascere non è un ricordo: è un compito

Le radici della Quaresima affondano nei primi secoli cristiani, quando coloro che desideravano diventare cristiani si preparavano con intensità alla Veglia di Pasqua. Non era un cammino superficiale. Era un attraversamento. Si lasciava una vita per abbracciarne un’altra.

Il Battesimo segnava la nascita in Cristo. Ma la nascita, da sola, non basta: occorre crescere. E la Quaresima, per chi è già battezzato, diventa il tempo della seconda nascita, quella che passa attraverso la penitenza e la Confessione.

In un’epoca che tende a dissolvere il senso del peccato, parlare di penitenza suona quasi fuori moda. Eppure, senza il riconoscimento del male non c’è guarigione. La Confessione non è un tribunale punitivo, ma un incontro che libera. È l’atto con cui si smette di difendere l’errore e si sceglie la verità.

La Quaresima ricorda che la libertà cristiana non è anarchia morale, ma adesione consapevole al bene.

Quaranta: il tempo della trasformazione

Il numero quaranta, che scandisce questo tempo, non è casuale. Nella Scrittura è il segno del passaggio, della prova che prepara a una novità.

Il mondo, nel racconto del diluvio, viene purificato attraverso quaranta giorni di pioggia. Mosè trascorre quaranta giorni sul Sinai prima di ricevere la Legge. Il popolo d’Israele attraversa quarant’anni di deserto per imparare a essere libero davvero, non solo fuori dalle catene ma dentro il cuore.

Anche il profeta Elia cammina quaranta giorni per giungere all’incontro con Dio. E Cristo stesso sceglie il deserto per quaranta giorni prima di iniziare la sua missione pubblica. Non è fuga. È preparazione. È combattimento contro la tentazione, prima ancora che contro il mondo.

La Quaresima è il nostro deserto. Non fatto di sabbia, ma di silenzi, rinunce, decisioni. È il tempo in cui si impara che la fede non è un sentimento, ma una fedeltà.

Gerusalemme come orizzonte

Questo cammino ha una meta precisa: la Pasqua. Simbolicamente, Gerusalemme. Il luogo in cui Cristo porta a compimento la volontà del Padre, fino al dono totale di sé.

Seguire Cristo verso Gerusalemme significa accettare che la vita cristiana non è comoda. C’è una croce da prendere, ogni giorno. C’è un io da ridimensionare. C’è un orgoglio da spezzare.

Lo spogliamento quaresimale non è mortificazione sterile. È liberazione. È togliere ciò che appesantisce per ritrovare ciò che conta. La vera schiavitù non è nelle circostanze esterne, ma nel peccato che incatena l’anima. E la Quaresima è il tempo in cui si decide di non convivere più con quelle catene.

Il digiuno, disciplina controcorrente

In un tempo che idolatra il consumo e misura la felicità sulla soddisfazione immediata, il digiuno appare quasi incomprensibile. Eppure resta una delle pratiche più intelligenti della tradizione cristiana.

Non si tratta semplicemente di mangiare meno. Si tratta di desiderare meglio.

Il digiuno educa il cuore a non essere schiavo degli impulsi. Restituisce ordine. Rende l’uomo capace di scegliere, non solo di reagire. I Padri della Chiesa lo descrivevano come una guida sicura, capace di condurre la fragile imbarcazione della vita tra le tempeste del mondo verso un porto stabile.

Quando san Paolo invita a “rivestirsi delle armi della luce”, parla di un passaggio netto: dalla notte al giorno, dal torpore alla vigilanza. La notte è l’abitudine al compromesso. Il giorno è la chiarezza delle scelte.

La Quaresima è un’alba.

Una fedeltà che si costruisce giorno dopo giorno

La conversione non è un gesto clamoroso che cambia tutto in un istante. È una somma di piccoli sì. È una costanza silenziosa. È scegliere il bene anche quando non conviene.

Si manifesta nei dettagli: in una parola trattenuta, in un atto di carità nascosto, in un tempo sottratto al rumore per essere donato alla preghiera. È imparare a riconoscere Dio nella quotidianità, non solo nei momenti straordinari.

La Quaresima, in fondo, è questo: un ritorno all’essenziale. Un tempo per riallineare la propria volontà a quella del Padre. Un invito a camminare verso la luce con decisione, senza mezze misure.

Perché non c’è Pasqua senza deserto. E non c’è risurrezione senza conversione.

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Pubblicato inReligione

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