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Flotilla per Cuba: rivoluzione deluxe tra tempeste e minibar

Doveva essere una traversata simbolica, quasi epica, di quelle che si raccontano con il tono solenne delle grandi imprese. E invece la Flotilla per Cuba si sta trasformando, giorno dopo giorno, in qualcosa di molto più prosaico: una miscela di buone intenzioni, organizzazione traballante e contraddizioni che gridano vendetta. Da una parte il mare in tempesta che mette in riga gli improvvisati marinai dell’ultima ora, dall’altra la terraferma dove la “solidarietà” si consuma tra hotel di lusso e autobus climatizzati. In mezzo, Cuba – quella vera – che arranca tra blackout, carenze e una crisi che non ha nulla di teatrale. E allora viene da chiedersi se questa missione sia davvero un gesto di aiuto… o piuttosto l’ennesima rappresentazione, un po’ grottesca, di un certo modo di fare attivismo che predica sacrificio ma pratica comfort.

L’epopea… con prenotazione in hotel

Ci voleva davvero poco per trasformare una missione “epica” in una commedia all’italiana. E la “Nuestra America Flotilla” ci è riuscita con una naturalezza disarmante. Da una parte la narrazione ufficiale: sfidare l’embargo, portare aiuti, rompere l’isolamento di Cuba. Dall’altra la realtà: barche ferme, partenze rinviate, vento contrario e, a quanto pare, anche un certo gusto per il comfort.

Perché mentre una parte della spedizione si dibatte tra onde, fulmini e ritardi degni di una gita scolastica finita male, un’altra è già arrivata a L’Avana. Come? In aereo, naturalmente. E non proprio in modalità francescana: hotel di lusso, autobus climatizzati, connessione stabile. Altro che sacrificio.

E qui scatta il cortocircuito. Perché mentre si parla di “solidarietà”, Cuba affonda in una delle crisi più gravi degli ultimi decenni: blackout continui, scarsità di cibo, ospedali in affanno. Ma la solidarietà, evidentemente, si può esercitare anche con aria condizionata e buffet internazionale.

La flotilla in versione Fantozzi

Torniamo al mare, dove la realtà è meno confortevole. La nave principale ha già dovuto ritardare la partenza dal porto di Progreso. Le imbarcazioni a vela? Bloccate lungo la costa messicana, inchiodate da un meteo che sembra deciso a fare da protagonista.

Onde alte, vento teso, cieli carichi di elettricità: più che una missione internazionale, una scena da film catastrofico. O, per restare in casa nostra, una Fantozzi in versione oceanica, con l’equipaggio che guarda il cielo chiedendosi dove abbia sbagliato.

E intanto il calendario scivola. L’arrivo previsto slitta, le previsioni restano incerte. La rivoluzione può attendere: prima bisogna sopravvivere al mare.

I quattro italiani tra ideologia e salsedine

In mezzo a questa traversata incerta ci sono anche quattro italiani, protagonisti loro malgrado di questa avventura tra idealismo e improvvisazione.

Martina Steinwurzel, torinese, project manager AICEC, volto noto della solidarietà con Cuba.
Umberto Cerutti, anche lui dell’AICEC, impegnato nella logistica del convoglio europeo.
Paolo Tangari, fotografo, con il compito di raccontare l’impresa – ammesso che riesca a scattare senza che la macchina finisca in mare.
E poi José Nivoi, portuale genovese, uno abituato alle banchine e alle lotte sindacali, ora alle prese con onde decisamente meno trattabili.

Quattro profili diversi, uniti da una convinzione comune. E da una traversata che, più che eroica, appare sempre più accidentata.

Solidarietà o turismo ideologico?

Nel frattempo, a Cuba, il convoglio “parallelo” procede spedito. Sono arrivati aiuti – si parla di decine di tonnellate tra medicinali e materiali sanitari – e su questo poco da dire. Ma resta il dubbio, che cresce come una marea: a chi arrivano davvero questi aiuti?

Alcuni osservatori temono che finiscano sotto il controllo dello Stato, senza raggiungere davvero chi ne ha bisogno. Nel frattempo, la scena che colpisce è un’altra: attivisti occidentali che parlano di giustizia sociale mentre soggiornano in strutture che la maggior parte dei cubani può solo immaginare.

Non stupisce che tra gli esuli cubani si parli apertamente di “turismo ideologico”. Una definizione brutale, ma difficile da ignorare quando il contrasto è così evidente: da una parte un popolo che vive al buio, dall’altra delegazioni straniere con Wi-Fi e cocktail.

Il paradosso finale

E così la flotilla diventa il simbolo perfetto di un’epoca. Non tanto per quello che fa, ma per come lo fa. Una missione che nasce con intenti nobili e finisce intrappolata tra contraddizioni evidenti.

Da un lato il mare che non perdona e ridimensiona ogni ambizione. Dall’altro la terraferma, dove la solidarietà si veste di lusso e rischia di perdere credibilità.

Nel mezzo, una domanda semplice, quasi banale: si può davvero parlare di aiuto, quando chi aiuta vive meglio di chi dovrebbe aiutare?

La risposta, come spesso accade, non arriva dai comunicati. Arriva dalle immagini. E quelle, tra tempeste e hotel a cinque stelle, raccontano molto più di mille slogan.

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Pubblicato inGeopolitica

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