C’è qualcosa di profondamente stonato nelle polemiche che accompagnano la 97ª Adunata Nazionale degli Alpini, in programma a Genova dall’8 al 10 maggio 2026. Non tanto perché le critiche non possano esistere — in una società libera tutto può essere discusso — ma perché, ancora una volta, si finisce per colpire uno degli ultimi simboli autentici di identità, sacrificio e servizio del nostro Paese.
E questa volta non siamo davanti a una semplice discussione: siamo davanti a un caso che, pezzo dopo pezzo, rivela molto dell’Italia di oggi.
Chi sono davvero gli Alpini
Per capire la portata delle polemiche, bisogna partire da qui. Gli Alpini non sono una corpo militare qualsiasi, né un fenomeno folkloristico da cartolina. Sono una delle istituzioni più radicate nella storia italiana, nati nel 1872 per difendere i confini montani e diventati, nel tempo, protagonisti di alcune delle pagine più drammatiche e decisive del Paese.
Dalle trincee della Prima guerra mondiale alle missioni internazionali contemporanee, il loro filo conduttore è sempre stato uno: il senso del dovere.
Ma è nel dopoguerra che gli Alpini hanno costruito qualcosa di ancora più raro. Attraverso l’Associazione Nazionale Alpini hanno dato vita a una rete capillare di volontariato che interviene nelle emergenze: terremoti, alluvioni, frane. Non per visibilità, ma per necessità.
Ed è qui che nasce il cortocircuito: da una parte una realtà fatta di servizio concreto, dall’altra una narrazione che tende a ridurla a bersaglio ideologico.
L’Adunata: rito civile di un’Italia che resiste
Chi non ha mai visto un’Adunata difficilmente può capirla. Non è solo una sfilata, non è solo un raduno. È un momento in cui l’Italia si ritrova con sé stessa.
Le penne nere che sfilano non rappresentano solo il passato, ma un’idea di continuità. Giovani accanto ad anziani, reduci accanto a nuovi volontari. È una trasmissione viva di memoria.
A Genova sono attese circa 400mila persone. Non numeri freddi, ma storie, famiglie, comunità. Una massa umana che porta con sé canti, tradizioni, ma anche una disciplina che raramente degenera nei disordini tipici di altri eventi di massa.
Eppure, proprio questo momento, che dovrebbe essere occasione di orgoglio nazionale, si è trasformato in terreno di scontro.
Dai muri alle accuse: la polemica prende corpo
Le polemiche non sono nate in astratto. Hanno preso forma concreta nei giorni scorsi, quando nel centro storico di Genova sono comparse scritte dai toni durissimi: Alpini definiti “molestatori”, accuse di “molestie seriali”, messaggi che non lasciavano spazio a equivoci.
Non si si è trattato di una critica articolata, ma di una delegittimazione diretta e collettiva.
E non è finita lì. A quelle scritte si sono aggiunti volantini, iniziative di protesta, prese di posizione che hanno rilanciato lo stesso impianto accusatorio.
Qui il punto diventa delicato: si prende spunto da episodi del passato — spesso isolati e già oggetto di discussione — e li si trasforma in una chiave interpretativa generale.
Il passaggio è netto: dalla cronaca alla generalizzazione.
Il punto di origine: Adunata degli Alpini di Rimini 2022
Tutto esplode nel maggio 2022, durante l’Adunata di Rimini. In quei giorni, sui social e sui media iniziano a circolare decine di segnalazioni di molestie verbali e fisiche, raccontate da alcune donne presenti in città.
Le testimonianze parlano di fischi, commenti pesanti, approcci insistenti, in alcuni casi contatti fisici indesiderati. La vicenda assume rapidamente rilievo nazionale.
Intervengono associazioni, tra cui Non Una di Meno, che raccolgono e rilanciano le segnalazioni, parlando apertamente di un problema strutturale.
Dall’altra parte, l’Associazione Nazionale Alpini respinge con veemenza l’idea di una responsabilità collettiva, sottolineando che eventuali episodi vanno verificati e, se confermati, attribuiti a singoli individui.
Le indagini avviate all’epoca non portarono a un quadro giudiziario univoco e sistemico, ma il dibattito pubblico era ormai acceso.
Il tema delle molestie: tra realtà e narrazione
Il cuore della contestazione ruota attorno al tema delle molestie. Un tema serio, che richiede rigore, responsabilità e distinzione.
Ma ciò che emerge nel caso di Genova è un uso del tema che tende a superare il confine tra responsabilità individuale e giudizio collettivo.
Si parla di “cultura”, di “modello”, di “mascolinità tossica”, fino a costruire un’immagine complessiva dell’Adunata come spazio problematico.
Il rischio è evidente: trasformare una questione che riguarda comportamenti specifici — da accertare e, se necessario, punire — in una condanna indistinta. E qui la domanda si impone: è davvero questo il modo più serio di affrontare il problema?
Il silenzio che pesa: la posizione della sindaca
In questo contesto, il ruolo delle istituzioni diventa centrale. E proprio qui si è aperta una delle polemiche più forti.
La sindaca Silvia Salis è finita al centro delle critiche non per una presa di posizione esplicita, ma per una presa di posizione ritenuta insufficiente o tardiva.
Di fronte alle scritte offensive e alle accuse collettive, dal Comune non è arrivata subito una condanna netta e inequivocabile. In consiglio comunale, inoltre, la maggioranza ha respinto un documento che chiedeva una difesa esplicita degli Alpini.
Un passaggio che ha avuto un peso politico preciso. Perché in momenti come questi, spesso, non è solo ciò che si dice a contare, ma ciò che si sceglie di non dire.
Le opposizioni hanno parlato di ambiguità, di mancanza di coraggio. Altri hanno difeso una linea prudente, sostenendo la necessità di non alimentare lo scontro. Resta il fatto che, nel vuoto lasciato da una parola chiara, le polemiche si sono amplificate.
Genova sotto pressione: tra disagi e opportunità
Sul piano pratico, l’Adunata rappresenta una sfida organizzativa imponente. L’arrivo di centinaia di migliaia di persone comporta inevitabilmente problemi: traffico congestionato, strade chiuse, attività rallentate. I residenti del centro storico e alcuni commercianti hanno espresso preoccupazioni concrete.
Ma qui entra in gioco un altro elemento: il bilanciamento tra disagi e benefici. Eventi di questa portata portano anche indotto economico, visibilità, movimento turistico. E soprattutto pongono una città al centro dell’attenzione nazionale.
Il punto, allora, non è negare i problemi, ma inserirli in un quadro più ampio. Perché nessuna grande manifestazione è a impatto zero.
Uno scontro che va oltre gli Alpini
A questo punto diventa chiaro: la polemica non riguarda solo gli Alpini. Riguarda due visioni diverse del Paese. Da una parte chi vede nell’Adunata un simbolo da custodire, dall’altra chi la interpreta come espressione di un modello culturale da mettere in discussione. Nel mezzo, le istituzioni, spesso in equilibrio precario.
E così un evento che nasce per unire finisce per diventare un termometro delle divisioni italiane.
Una questione di memoria e misura
Alla fine, tutto si riduce a due parole: memoria e misura. Memoria, perché senza il ricordo di ciò che gli Alpini hanno rappresentato e rappresentano, ogni giudizio rischia di essere superficiale. Misura, perché senza la capacità di distinguere tra responsabilità individuali e identità collettive, si finisce per colpire nel mucchio.
Gli Alpini non sono immuni da critiche. Ma sono anche — e soprattutto — una delle poche realtà che tengono insieme tradizione, servizio e comunità.
Oltre il rumore
Le polemiche sull’Adunata di Genova raccontano un’Italia inquieta, spesso incapace di riconoscere ciò che la tiene insieme.
Tra scritte sui muri, accuse generalizzate e silenzi istituzionali, il rischio è quello di perdere il senso delle proporzioni. E invece, forse, basterebbe fermarsi un momento. Guardare oltre il rumore.
Perché dietro quella penna nera non c’è solo una tradizione. C’è un’idea di Paese che continua, ostinatamente, a resistere.

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