A sette secoli dalla morte, di cui proprio ieri si è celebrato l’anniversario, Pietro da Morrone resta uno dei grandi enigmi della storia della Chiesa: santo, eremita, Papa dimissionario, prigioniero. E forse vittima. O forse no.
Il 19 maggio 1296, nel castello di Fumone, moriva Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, il Papa eremita passato alla storia per il suo rifiuto del pontificato e per una fine avvolta da sospetti, accuse, perizie e propaganda politica. Un vero “cold case” medievale, come lo definisce l’AGI: un caso aperto da oltre settecento anni, nel quale non si riesce a dimostrare con certezza né l’omicidio né la morte naturale.
L’eremita diventato Papa
Pietro da Morrone nacque probabilmente tra il 1209 e il 1215, in Molise, secondo tradizioni che indicano Isernia o Sant’Angelo Limosano. Monaco benedettino, uomo di ascesi e silenzio, si ritirò sul monte Morrone, presso Sulmona, dove raccolse discepoli e diede vita a una congregazione ispirata alla Regola di san Benedetto. La sua fama di santità crebbe al punto da renderlo, suo malgrado, una figura spendibile persino nelle sabbie mobili della politica ecclesiastica del Duecento. Treccani ricorda che fu eletto Papa a Perugia il 5 luglio 1294, dopo una lunghissima vacanza della Sede apostolica, e consacrato all’Aquila il 29 agosto 1294.
Il fatto che un eremita, quasi estraneo ai giochi di Curia, venisse scelto per il soglio di Pietro dice molto della crisi di allora: cardinali divisi, poteri temporali invadenti, equilibri fragilissimi. Celestino V arrivò come una figura pura, forse troppo pura per una macchina ecclesiastica e politica che già allora non funzionava a pane e acqua.
Il Papa del perdono
Uno dei suoi atti più importanti fu la concessione della Perdonanza celestiniana, l’indulgenza plenaria legata alla basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila. Vatican News ricorda che ogni anno, il 28 e 29 agosto, si rinnova quel rito nato nel 1294, considerato da molti un’anticipazione del Giubileo del 1300.
Celestino, insomma, non fu soltanto il Papa del “gran rifiuto”. Fu anche il Papa del perdono, della misericordia, della porta aperta. Un’immagine potentemente cristiana: mentre la politica ecclesiastica stringeva trame, lui spalancava una via di riconciliazione. La storia, però, spesso preferisce ricordare le prigioni alle porte sante.
Il gran rifiuto
Il 13 dicembre 1294, dopo appena pochi mesi di pontificato, Celestino V rinunciò al papato. Il gesto fu clamoroso, ma non del tutto irrazionale. Era anziano, inesperto di governo, inadatto ai giochi di potere, circondato da pressioni angioine e curiali. La stessa Treccani sottolinea che la sua rinuncia fu incoraggiata, pare, dal cardinale Benedetto Caetani, destinato poco dopo a diventare Bonifacio VIII.
Qui il giallo comincia davvero. Perché il successore, una volta eletto, non si limitò a lasciarlo tornare alla sua cella. Temette che l’ex Papa potesse diventare una bandiera nelle mani degli avversari, magari per contestare la legittimità della nuova elezione. Britannica osserva che, dopo l’elezione di Bonifacio VIII, alcuni misero in dubbio la legalità della rinuncia di Celestino e che l’ex pontefice fu tenuto sotto controllo fino alla reclusione a Fumone.
Fumone, la cella e il sospetto
Dopo un tentativo di fuga verso l’Adriatico, Celestino fu catturato e rinchiuso nel castello di Fumone, nel territorio dei Caetani. Lì morì il 19 maggio 1296, debilitato dall’età, dagli stenti e dalla prigionia. La versione più prudente parla di morte naturale o comunque di morte provocata indirettamente dalle condizioni durissime della detenzione. Ma è proprio questo il punto: anche senza un sicario, una prigionia può essere una condanna.
L’AGI ricorda il possibile movente: Bonifacio VIII aveva tutto l’interesse a impedire che Celestino rimanesse libero, perché la sola esistenza dell’ex Papa poteva alimentare la tesi secondo cui il nuovo pontefice non fosse legittimo. Treccani, parlando di Bonifacio VIII, conferma che egli confinò Celestino a Fumone perché temeva che potesse diventare strumento dei suoi nemici.
Il foro nel cranio
La leggenda nera ha il suo oggetto simbolico: un foro nel cranio di Celestino V. Per secoli si è ipotizzato che potesse essere stato prodotto da un chiodo, quasi una firma macabra dell’assassinio. Due perizie antiche, nel 1313 e nel 1888, alimentarono questa lettura. Ma la perizia moderna del 2013, eseguita all’Aquila, ha ribaltato la prospettiva: il foro sarebbe stato praticato molto tempo dopo la morte, quando il corpo era già scheletrizzato.
Questo non assolve moralmente tutti, ma cambia il processo. Se il foro non fu causa della morte, cade la scena più cinematografica: il chiodo, il sicario, la cella trasformata in luogo di esecuzione. Resta però la responsabilità storica della reclusione. Bonifacio VIII forse non fu l’assassino materiale. Ma fu certamente il Papa che trasformò un santo eremita in un prigioniero.
Bonifacio, Filippo il Bello e la guerra delle ombre
A complicare il quadro arriva la grande politica europea. Secondo la ricostruzione dell’AGI, la figura di Celestino V sarebbe stata usata anche nella lotta tra Bonifacio VIII e Filippo IV il Bello, re di Francia. Il sovrano francese, in conflitto durissimo con il Papa, avrebbe avuto interesse ad alimentare la leggenda dell’omicidio per delegittimare Bonifacio.
La faida esplose nello schiaffo di Anagni del 1303, quando Guglielmo di Nogaret, uomo del re di Francia, e Sciarra Colonna irruppero contro Bonifacio VIII. Qui il Medioevo mostra il suo volto meno oleografico: non solo cattedrali e miniature, ma dossier, vendette, accuse costruite, propaganda internazionale. Roba che oggi chiameremmo guerra giudiziaria e mediatica. Solo che allora non c’erano i talk show: bastavano pergamene, scomuniche e uomini armati.
Santo subito, ma non per caso
Celestino V fu canonizzato il 5 maggio 1313 da Clemente V. La sua santità, però, non va letta solo come riparazione politica. Pietro da Morrone era venerato già in vita come uomo di Dio, asceta, penitente, fondatore, figura di radicalità evangelica. La Catholic Encyclopedia ricorda la sua morte a Fumone il 19 maggio 1296 e la sua traiettoria di monaco, eremita e Papa.
Il punto più affascinante è proprio questo: Celestino perde secondo il mondo, ma vince secondo il Vangelo. Abdica al potere, viene chiuso in una cella, muore quasi dimenticato; eppure la sua memoria sopravvive più di quella di molti vincitori. Bonifacio VIII fu un gigante politico, ma non fu mai canonizzato. Celestino, il “debole”, sì.
Il mistero resta
La morte di Celestino V resta sospesa tra tre ipotesi: morte naturale, morte causata dagli stenti della prigionia, omicidio costruito o amplificato dalla propaganda anti-bonifaciana. L’arma del delitto non c’è. Il movente, invece, abbonda. Il corpo c’è, ma non parla abbastanza. E quando la storia tace, arrivano i sospetti, che spesso fanno più rumore delle prove.
Alla fine, il giallo di Celestino V racconta qualcosa di più grande della sua morte. Racconta lo scontro eterno tra santità e potere, tra silenzio e intrigo, tra chi cerca Dio e chi teme di perdere il trono. Pietro da Morrone voleva tornare alla sua montagna. La politica lo inseguì fin dentro la cella. E ancora oggi, dopo oltre sette secoli, non ha finito di interrogarlo.

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