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Le veglie arcobaleno e la resa della Chiesa al mondo

C’erano una volta le veglie di preghiera per le vocazioni, per i martiri cristiani, per la pace, per la famiglia, per i perseguitati in Medio Oriente, per i bambini abortiti, per la conversione e la riparazione dei peccati. Oggi, invece, in troppe diocesi italiane, il nuovo rito identitario sembra essere diventato quello delle veglie “per il superamento dell’omotransbifobia”. Una formula ormai codificata, ripetuta come un mantra, che nel giro di pochi anni è passata dalle periferie del cattolicesimo progressista ai salotti buoni delle curie diocesane.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché per certe battaglie ideologiche si mobilitano vescovi, uffici pastorali, scout, Azione Cattolica e persino intere diocesi, mentre per le emergenze spirituali e morali richiamate dal Catechismo spesso regna il silenzio più assoluto? Non è forse questa una forma di discriminazione al contrario? Non esistono più peccati da combattere, anime da salvare, confessionali da riempire, famiglie da sostenere, guerre da fermare, giovani da evangelizzare? Pare di no. O almeno non con la stessa enfasi riservata alle liturgie arcobaleno.

Secondo gli elenchi aggiornati pubblicati dal progetto Gionata, tra maggio e giugno 2026 sono previste oltre sessanta veglie, culti e celebrazioni legate alla giornata contro l’omotransbifobia, molte delle quali ospitate in strutture cattoliche e sostenute direttamente da diocesi e vescovi. Per la maggior parte in Italia, ma anche in Belgio, Irlanda, Malta, Perù, Polonia, Spagna, Svezia e Svizzera.

Il salto di qualità

La novità non è tanto l’esistenza di questi eventi. Esistono da anni. Il vero salto di qualità è un altro: la loro normalizzazione dentro la struttura ecclesiale. Se un tempo certe iniziative erano tollerate ai margini, oggi vengono promosse apertamente da diocesi, uffici pastorali e persino da vescovi in prima persona.

La stessa Nuova Bussola Quotidiana ha parlato di “record di vescovi” coinvolti nelle veglie Lgbt del 2026: dodici presuli italiani, più del doppio rispetto all’anno precedente.

Tra le diocesi coinvolte figurano Torino, Firenze, Bologna, Padova, Rimini, Modena, Savona, Verona, Bari, Forlì, Cremona, Parma, Pesaro-Fano e molte altre. L’elenco comprende anche Milano, Catania, Como, Cuneo, Agrigento e Venezia-Mestre, dove le iniziative vengono sostenute da uffici pastorali o associazioni cattoliche strutturate.

Il punto, però, non è nemmeno l’ecumenismo. Il punto è che tutto questo avviene mentre in moltissime diocesi le tradizionali veglie di adorazione, riparazione o conversione vengono ridotte al lumicino, quando non direttamente archiviate come residui di un cattolicesimo considerato troppo “rigido”.

La parola magica: “non discriminare”

Il meccanismo è ormai collaudato. Chiunque osi avanzare dubbi viene immediatamente collocato nel girone dei “discriminatori”. È la grande parola magica del nostro tempo: discriminazione. Una categoria elastica, emotiva, mediatica, utilizzata come clava morale.

Eppure il Catechismo della Chiesa cattolica distingue chiaramente tra il rispetto dovuto a ogni persona e il giudizio morale sugli atti. I numeri 2357-2359 parlano di accoglienza, delicatezza e rifiuto di ogni ingiusta discriminazione, ma ribadiscono anche che gli atti omosessuali “sono intrinsecamente disordinati”. Una formula che oggi, in certi ambienti ecclesiali, sembra essere diventata impronunciabile.

Non è un caso che molte di queste veglie evitino accuratamente qualsiasi riferimento alla conversione, alla castità o al peccato. Si parla di inclusione, riconoscimento, identità, accoglienza, percorsi, ferite, ma quasi mai di morale cristiana. È come se il vocabolario tradizionale della Chiesa fosse stato progressivamente sostituito da quello delle scienze sociali e dell’attivismo contemporaneo.

Il sinodo che guarda il mondo

Dietro questa accelerazione c’è anche il clima creato dal Cammino sinodale della CEI. Il documento finale del 2025, infatti, invitava a sostenere con la preghiera le giornate contro omofobia e transfobia, inserendole accanto ad altre iniziative sociali. Un passaggio che molti ambienti progressisti hanno interpretato come una sorta di sdoganamento definitivo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la pastorale rischia di diventare sociologia religiosa, adattamento continuo allo spirito del tempo. La priorità non sembra più annunciare Cristo crocifisso e risorto, ma evitare di urtare la sensibilità culturale dominante.

Eppure la storia della Chiesa insegna esattamente il contrario. Il cristianesimo non è nato inseguendo il mondo, ma contraddicendolo. I martiri non morivano per essere inclusivi. Morivano perché rifiutavano di piegarsi allo spirito dominante dell’epoca.

Il monito dimenticato di Ratzinger

Fa impressione rileggere oggi la lettera del 1986 dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Ratzinger avvertiva chiaramente i vescovi sui tentativi di normalizzare l’omosessualità dentro la Chiesa e spiegava che nessun autentico programma pastorale poteva prescindere dalla verità morale insegnata dalla Chiesa.

Parole chiarissime, oggi trattate quasi come un reperto archeologico di un’epoca imbarazzante. Eppure proprio lì stava il cuore del problema: la carità senza verità diventa complicità culturale. Una Chiesa che smette di indicare il peccato per paura di essere impopolare finisce inevitabilmente per assomigliare al mondo che vorrebbe evangelizzare.

Veglie selettive

Resta quindi una domanda enorme, quasi imbarazzante nella sua semplicità: dov’è questa stessa mobilitazione quando si parla di cristiani perseguitati, di crisi della famiglia, di aborto, di eutanasia, di pornografia, di denatalità, di giovani che abbandonano la fede, di vocazioni in crollo verticale?

Perché non si vedono decine di diocesi organizzare veglie nazionali contro l’odio anticristiano? Perché non si riempiono le chiese per pregare contro la dissoluzione della famiglia naturale? Perché certe sensibilità vengono considerate “pastorali” e altre invece archiviate come divisive o superate?

Qui sta il nodo vero. Non tanto l’esistenza delle veglie Lgbt, ma il fatto che esse sembrino ormai rappresentare una priorità pastorale superiore rispetto a molte emergenze spirituali ben più attinenti al Vangelo e al Catechismo.

E allora sì, la discriminazione esiste davvero. Ma forse non nel senso che raccontano gli slogan arcobaleno. Forse la discriminazione più evidente è quella subita oggi da tanti cattolici che continuano semplicemente a chiedere che la Chiesa faccia la Chiesa, senza trasformarsi nell’ufficio religioso di accompagnamento delle mode culturali contemporanee.

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Pubblicato inReligione

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