Per decenni la Gran Bretagna è stata considerata un modello di stabilità politica, solidità economica e autorevolezza internazionale. La patria di Winston Churchill, della monarchia più celebre del mondo e della Lady di Ferro Margaret Thatcher sembrava destinata a restare uno dei pilastri dell’Occidente. Oggi, però, il quadro appare profondamente diverso. Tra governi che si susseguono a ritmo frenetico, un’economia che fatica a ritrovare slancio, gli effetti controversi della Brexit e una crescente crisi d’identità nazionale, il Regno Unito attraversa una delle fasi più difficili della sua storia recente. Dall’epoca della Thatcher fino alle dimissioni di Keir Starmer, il percorso britannico racconta la parabola di una potenza che sembra aver smarrito la bussola e che cerca ancora una strada per tornare protagonista.
Quando Londra dettava legge al mondo
C’era una volta la Gran Bretagna della Lady di Ferro, la donna che piaccia o no ha segnato un’epoca. Margaret Thatcher guidò il Regno Unito dal 1979 al 1990, restando a Downing Street per oltre undici anni consecutivi, un record per il Novecento britannico.
Fu il simbolo di una nazione che, dopo il declino industriale degli anni Settanta, tentò di rialzarsi con una terapia economica dura, spesso contestata, ma capace di restituire al Paese un ruolo internazionale e una ritrovata fiducia in sé stesso.
La Thatcher vinse la guerra delle Falkland, sfidò i potenti sindacati, privatizzò colossi pubblici e trasformò la City di Londra nel cuore finanziario d’Europa. Era una figura divisiva, ma possedeva una caratteristica oggi quasi scomparsa nella politica britannica: una visione chiara del futuro.
Per molti versi, quella fu l’ultima stagione in cui la Gran Bretagna apparve sicura della propria forza, della propria identità e della propria missione nel mondo.
Da allora, però, sembra passata un’eternità.
Dopo i giganti, le mezze figure
Dopo la lunga stagione thatcheriana e quella di John Major, il Regno Unito ha conosciuto leader di ben altro spessore, nel bene e nel male. Tony Blair rappresentò l’ultima figura capace di esercitare una leadership internazionale significativa. Ma dopo di lui si è aperta una fase di progressivo logoramento politico.
Gordon Brown fu travolto dalla crisi finanziaria del 2008, una delle più devastanti della storia moderna. David Cameron commise probabilmente l’errore più grande della sua carriera politica convocando il referendum sulla Brexit, convinto di vincerlo facilmente. Perse la scommessa e lasciò il posto a Theresa May, incapace di gestire il terremoto politico provocato dall’uscita dall’Unione Europea.
Poi arrivò Boris Johnson, personaggio istrionico e controverso, capace di portare a termine la Brexit ma anche protagonista di scandali che ne determinarono la caduta.
A seguire comparve una delle parentesi più imbarazzanti della storia politica britannica: Liz Truss, rimasta in carica appena 49 giorni. Il suo programma economico provocò un terremoto sui mercati finanziari, facendo crollare la sterlina e costringendo il governo a una ritirata umiliante. Ancora oggi il suo nome viene associato a uno dei più clamorosi fallimenti politici della storia contemporanea britannica.
Infine arrivò Rishi Sunak, che non riuscì a invertire il declino dei Conservatori, aprendo la strada alla vittoria laburista di Keir Starmer nel 2024.
Nel giro di pochi anni, il Paese che aveva fatto della stabilità politica uno dei propri punti di forza si ritrovò a cambiare leader con una frequenza quasi surreale, dando l’impressione di navigare a vista.
La Brexit: promessa mancata o occasione sprecata?
La Brexit era stata presentata come la riconquista della sovranità nazionale. Per milioni di britannici rappresentava il ritorno al controllo delle frontiere, delle leggi, dell’economia e del proprio destino.
La realtà si è rivelata molto più complessa.
L’uscita dall’Unione Europea ha certamente restituito autonomia politica a Londra, ma non ha eliminato problemi strutturali che si trascinavano da decenni: produttività stagnante, infrastrutture obsolete, disuguaglianze territoriali e una crescente crisi dei servizi pubblici.
Molti sostenitori della Brexit accusano le classi dirigenti britanniche di non aver mai sfruttato realmente le opportunità offerte dall’uscita da Bruxelles. I contrari, invece, vedono nella Brexit una delle cause principali dell’indebolimento economico del Paese.
Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità.
Il fatto è che il referendum del 2016 ha finito per dividere profondamente una società già attraversata da tensioni economiche, culturali e territoriali che nessun governo successivo è riuscito a ricomporre.
L’economia britannica perde slancio
Oggi il vero problema è che la Gran Bretagna sembra aver perso la sua tradizionale capacità di crescita.
Le principali istituzioni economiche prevedono per il 2026 una crescita molto modesta. L’inflazione continua a rappresentare una minaccia, alimentata dall’aumento dei prezzi energetici e dalle tensioni geopolitiche internazionali.
Il problema più grave riguarda però la produttività. Da anni il Regno Unito cresce meno di quanto sarebbe necessario per sostenere il proprio sistema sociale, il Servizio sanitario nazionale, le pensioni e il debito pubblico.
Gli analisti parlano apertamente di una crisi strutturale che nessun governo è riuscito ad affrontare davvero.
L’industria manifatturiera continua a perdere peso, molte aree del Nord dell’Inghilterra non hanno mai recuperato completamente la deindustrializzazione iniziata decenni fa e il costo della vita continua a pesare sulle famiglie.
La stessa inflazione, che sembrava sotto controllo, continua a mostrare una resistenza superiore alle previsioni degli economisti.
La situazione appare paradossale: una delle economie più importanti del pianeta continua a produrre ricchezza, ma fatica sempre più a distribuirla e a trasformarla in benessere diffuso.
Starmer: l’uomo che doveva cambiare tutto
Quando Keir Starmer vinse le elezioni del 2024 sembrava l’uomo destinato a riportare stabilità dopo anni di caos conservatore.
L’ex procuratore capo si presentava come una figura seria, pragmatica e rassicurante. Doveva essere l’anti-Johnson, l’anti-Truss, l’uomo della normalità.
Ma proprio questa normalità è diventata il suo limite.
Con il passare dei mesi, molti elettori hanno iniziato a percepirlo come un leader privo di carisma e incapace di offrire una visione forte del futuro.
Le difficoltà economiche, l’immigrazione, la crisi del sistema sanitario e una serie di retromarce politiche hanno eroso rapidamente il consenso del governo.
Le sconfitte elettorali locali e l’avanzata di Reform UK, guidato da Nigel Farage, hanno aggravato la situazione.
All’interno dello stesso Partito Laburista è cresciuta la convinzione che Starmer non fosse più in grado di guidare il Paese.
Le dimissioni che certificano una crisi più profonda
Le dimissioni di Keir Starmer rappresentano molto più della fine di una leadership.
Sono il simbolo di una crisi sistemica, politica ed economica, che attraversa ormai da anni il Regno Unito.
Da tempo la Gran Bretagna cambia primi ministri con una frequenza impressionante: Johnson, Truss, Sunak, Starmer. Una sequenza che sarebbe stata impensabile nell’epoca di Thatcher o persino di Blair.
La politica britannica, che per decenni era stata considerata uno dei modelli più stabili del mondo occidentale, appare oggi frammentata, nervosa e incapace di produrre leadership durature.
L’impressione è quella di un sistema che non riesce più a generare figure capaci di interpretare il proprio tempo e di indicare una direzione chiara.
Il tramonto di un modello
La vera domanda è se la crisi britannica sia soltanto una fase passeggera oppure il sintomo di qualcosa di più profondo.
Londra resta uno dei principali centri finanziari mondiali. Le università britanniche continuano ad attrarre talenti da tutto il pianeta. Le forze armate e la diplomazia mantengono ancora un peso internazionale considerevole.
Eppure l’impressione è che il Paese abbia smarrito quella fiducia che lo aveva caratterizzato nei decenni passati.
Dalla Gran Bretagna della Lady di Ferro, capace di imporre la propria agenda al mondo, si è passati a una nazione che sembra rincorrere gli eventi, oscillando tra governi deboli, promesse incompiute, crisi economiche ricorrenti e una crescita sempre più fragile.
La parabola che conduce da Margaret Thatcher a Keir Starmer racconta forse meglio di qualsiasi statistica il declino di un sistema politico che un tempo veniva preso a modello e che oggi fatica persino a trovare un leader capace di restare in carica abbastanza a lungo da lasciare un segno.
La domanda che aleggia sulla Gran Bretagna del XXI secolo è semplice quanto inquietante: il Paese riuscirà a ritrovare la propria identità e il proprio ruolo nel mondo oppure continuerà a vivere di rendita sul prestigio accumulato nei secoli passati?
Perché il vero problema non è soltanto economico o politico. È una crisi di fiducia, di visione e forse persino di civiltà.
Ed è proprio questo che rende il caso britannico uno dei più interessanti e preoccupanti dell’intero Occidente.

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