C’è un modo peggiore di una tragedia: amministrarla male dopo che è avvenuta. E la vicenda di Crans-Montana, con il rogo del locale Le Constellation nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, sembra purtroppo diventata anche questo: non solo una ferita immensa, ma un caso di gestione istituzionale opaca, lenta, impacciata, a tratti persino offensiva verso le famiglie delle vittime.
Il bilancio è noto e terribile: 41 morti e 115 feriti, tra cui sei vittime italiane. L’inchiesta svizzera dovrà stabilire responsabilità personali, tecniche e amministrative. Ma il punto politico e morale è già enorme: com’è possibile che un luogo pubblico, in una località ricca, ordinata, impeccabile da cartolina elvetica, sia finito al centro di una simile catastrofe? E com’è possibile che, dopo tutto questo, il messaggio arrivato ai familiari sia quello di un processo che potrebbe trascinarsi per 15 anni?
Il Secolo d’Italia, nell’articolo “Crans Montana, l’annuncio a sfregio del sindaco svizzero: il processo potrebbe durare 15 anni”, ha colto il punto più bruciante: non siamo soltanto davanti ai tempi lunghi della giustizia, ma davanti a una comunicazione pubblica che suona come una seconda condanna per chi ha già perso un figlio, un fratello, un amico. Dire a quelle famiglie che la verità giudiziaria potrebbe arrivare tra tre lustri significa trasformare il dolore in attesa burocratica. E la burocrazia, davanti alle bare, è sempre una pessima predica.
Le scuse tardive
Il sindaco Nicolas Féraud ha poi chiesto perdono durante la prima assemblea comunale successiva alla tragedia, annunciando nuovi controlli di sicurezza e respingendo però l’ipotesi di dimissioni. Le scuse sono umanamente comprensibili; politicamente arrivano tardi. Perché quando si amministra una comunità, non basta commuoversi davanti ai microfoni. Bisogna rispondere, spiegare, assumersi il peso pubblico di ciò che non ha funzionato.
E qui il nodo è proprio questo: che cosa non ha funzionato? Secondo quanto riportato dalla stampa, nel locale non sarebbero state effettuate ispezioni per anni, mentre il Comune avrebbe svolto moltissimi controlli altrove. Un dettaglio che, se confermato nel suo significato giudiziario, sarebbe devastante. Perché la sicurezza non è un optional da località turistica: è il primo dovere di chi autorizza, controlla, incassa, promuove e governa.
La Svizzera ordinata che inciampa sul controllo
La Svizzera ama presentarsi come il Paese dell’efficienza, della precisione, del regolamento osservato anche quando attraversa la strada una marmotta. Poi però arriva Crans-Montana e la facciata si incrina. Non parliamo di una festa improvvisata in una cantina abusiva sperduta, ma di un locale in una località internazionale, frequentata, ricca, simbolo del turismo alpino.
E allora la domanda è inevitabile: dov’erano i controlli? Se davvero per anni quel locale è rimasto fuori dai radar amministrativi, siamo davanti a una falla non marginale ma strutturale. Non è questione di accanirsi contro un sindaco o contro un Comune. È questione di civiltà: quando muoiono 41 persone, le istituzioni non possono limitarsi a dire “deciderà la giustizia”. Certo, deciderà la giustizia. Ma intanto la politica deve rispondere sul piano della responsabilità pubblica.
L’Italia fa bene a non restare spettatrice
La decisione del governo italiano di costituirsi parte civile nel procedimento svizzero è un passaggio doveroso. Palazzo Chigi ha parlato di responsabilità delle autorità locali considerate “estremamente verosimili” nel quadro della richiesta di ristoro, mentre anche la stampa internazionale ha registrato le tensioni tra Italia e Svizzera sul tema dei costi sanitari e degli aiuti prestati dopo la tragedia.
E qui il paradosso diventa quasi grottesco: l’Italia soccorre, cura, mobilita mezzi, accoglie feriti; la Svizzera, invece di presentarsi con il cappello in mano davanti ai familiari delle vittime, apre anche il capitolo dei rimborsi sanitari. Siamo al ragioniere davanti al lutto. Il bilancino contabile al posto del senso di responsabilità. Una scena che, più che svizzera, sembra kafkiana.
Quindici anni: giustizia o congelatore?
Il punto più grave resta l’orizzonte processuale evocato: 15 anni. In teoria, ogni ordinamento ha i suoi tempi, le sue garanzie, i suoi passaggi. In pratica, però, una giustizia che arriva quando i genitori delle vittime saranno invecchiati nel dolore rischia di non essere più giustizia, ma archivio.
Non si chiede un processo sommario. Non si chiede vendetta. Non si chiede il linciaggio di nessuno. Si chiede però che una tragedia di questa portata venga trattata con una corsia di serietà, trasparenza e urgenza. Perché il tempo, nei procedimenti giudiziari, non è neutro: può chiarire, ma può anche seppellire. E chi ha perso un figlio non può essere condannato ad aspettare la verità come si aspetta lo scioglimento delle nevi.
La responsabilità non è solo penale
La magistratura stabilirà se vi siano colpe penali. Ma esiste una responsabilità più ampia, che è amministrativa, politica, morale. È la responsabilità di chi doveva vigilare. Di chi doveva accorgersi. Di chi doveva impedire che una notte di festa diventasse una trappola.
La tragedia di Crans-Montana non può essere ridotta a un fascicolo. Non può diventare una pratica cantonale tra timbri, ricorsi, perizie e controperizie. Dentro quella notte ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, ragazzi partiti per divertirsi e tornati dentro una bara. C’è una domanda di verità che non può essere raffreddata dal gelo istituzionale.
Una lezione amara
Questa vicenda mostra che anche i Paesi più celebrati per efficienza possono fallire. E quando falliscono, non basta rifugiarsi nella reputazione. La Svizzera non può cavarsela con l’immagine della nazione ordinata, pulita, precisa, neutrale. Qui la neutralità non serve. Serve responsabilità.
Perché davanti a 41 morti, la prima forma di rispetto è non perdere tempo. La seconda è non nascondersi dietro formule legali. La terza è non trattare i familiari come disturbatori del quieto vivere alpino.
Crans-Montana oggi non è più soltanto una località turistica. È il nome di una ferita. E se la giustizia svizzera davvero impiegherà 15 anni per dare risposte, quella ferita diventerà anche il simbolo di un fallimento: non solo di un sistema di sicurezza, ma di un’intera idea di responsabilità pubblica.

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