Nel 2026 Le Figaro festeggia i 200 anni. Nato il 15 gennaio 1826 da Maurice Alhoy ed Étienne Arago, due giovani intellettuali, giornalisti e uomini di lettere, il giornale francese è oggi il più antico quotidiano nazionale ancora pubblicato in Francia. Nato come foglio letterario, satirico e teatrale, è diventato nel tempo un grande quotidiano politico, culturale e borghese, nel senso più nobile del termine: colto, ordinato, esigente, spesso conservatore, talvolta scomodo, quasi sempre consapevole del proprio rango.
Il nome venne da Figaro, il personaggio di Beaumarchais, barbiere furbo, irriverente, popolare, capace di dire ai potenti ciò che gli altri non osavano nemmeno pensare. Non a caso il motto storico del giornale resta: «Sans la liberté de blâmer, il n’est point d’éloge flatteur», cioè senza la libertà di criticare non esiste elogio sincero. Una frase che oggi andrebbe incisa all’ingresso di molte redazioni, possibilmente prima che qualche comitato etico la trovi offensiva.
Dalla piccola satira al grande quotidiano
All’inizio Le Figaro non era il monumento che conosciamo oggi. Era una piccola pubblicazione satirica, mondana, teatrale, più vicina al salotto parigino che alla macchina dell’informazione moderna. Viveva di cronache, battute, polemiche, ritratti, pettegolezzi colti e colpi di fioretto. La politica c’era, ma entrava spesso dalla porta laterale, vestita da ironia.
La vera trasformazione arrivò con Hippolyte de Villemessant, che nel 1854 rilanciò il giornale e ne fece una creatura nuova. Villemessant capì prima di molti che un giornale non doveva soltanto riferire i fatti, ma costruire un mondo: rubriche, firme, stile, curiosità, mondanità, letteratura, cronaca, interviste, vita parigina. Con lui Le Figaro diventò un laboratorio della stampa moderna.
Nel 1866 arrivò la svolta decisiva: il foglio divenne quotidiano. Da quel momento il suo destino cambiò. Non più soltanto un giornale brillante, ma un protagonista stabile della vita pubblica francese.
La tiratura: l’ascesa, l’età d’oro, la sfida digitale
La storia di Le Figaro si legge anche attraverso i numeri. E i numeri, quando sono seri, raccontano più di tanti proclami.
Nel periodo iniziale il giornale aveva una diffusione modesta, da foglio letterario e satirico. Dopo il rilancio di Villemessant, la crescita fu rapida. Secondo le ricostruzioni storiche, nel 1854, ancora come settimanale, il titolo poteva arrivare a circa 20 mila copie nei momenti migliori. Con il passaggio a quotidiano nel 1866, la tiratura salì attorno alle 56 mila copie, cifra notevole per l’epoca.
Negli anni Ottanta dell’Ottocento, nell’età d’oro della stampa francese, Le Figaro superò le 80 mila copie. Era ormai entrato nel salotto buono della borghesia parigina, ma con il gusto di disturbare i padroni di casa quando serviva.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la stampa francese viveva una stagione irripetibile. La legge sulla libertà di stampa del 1881, l’alfabetizzazione crescente, le rotative, la fame di notizie e la vita politica tumultuosa fecero dei giornali il vero grande teatro nazionale. In quel mondo Le Figaro era tra i protagonisti, anche se non sempre il più popolare in senso numerico: i giornali popolari di massa raggiungevano platee enormi, ma Le Figaro conservava un peso specifico superiore alla sua sola tiratura.
Nel 1928 le vendite al numero raggiunsero circa 100 mila copie, per poi scendere attorno alle 50 mila nel 1930, negli anni difficili segnati dalla crisi. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nel 1939, il giornale risalì fino a circa 80 mila copie.
Dopo la Liberazione, Le Figaro tornò a crescere. Nel 1948 raggiunse circa 250 mila copie. Nel 1965 arrivò attorno alle 500 mila copie, una cifra che testimonia la forza del quotidiano nella Francia del dopoguerra, della ricostruzione, della Quinta Repubblica, del gollismo e delle grandi battaglie ideologiche.
Negli anni Ottanta la tiratura restò molto alta: nel 1981 si parla di circa 335 mila copie, mentre tra 1986 e 1992 il giornale superò nuovamente la soglia dei 400 mila lettori/copie diffuse, stabilizzandosi poi negli anni Novanta su valori intorno alle 390-400 mila copie.
Oggi il dato va letto in modo diverso, perché carta e digitale si sommano. Secondo i dati ACPM 2025, Le Figaro è il secondo quotidiano nazionale francese per diffusione France payée, con 386.769 copie, dietro Le Monde e davanti a L’Équipe, Les Échos, Libération e La Croix. Nel novembre 2025, sempre nei dati mensili di mercato, Le Figaro risultava ancora secondo tra i grandi quotidiani nazionali, con oltre 400 mila copie di diffusione France payée.
Il gruppo rivendica inoltre una forte presenza digitale: circa 24,8 milioni di lettori mensili per i contenuti delle redazioni del Figaro e 1,8 milioni di lettori al giorno sui suoi contenuti. In altre parole, il vecchio giornale del boulevard non è rimasto impagliato in una teca: ha cambiato vestito, ma non mestiere.
Che posto occupa oggi in Francia e in Europa
In Francia, il quadro è chiaro: Le Figaro è oggi uno dei tre grandi quotidiani nazionali di riferimento, insieme a Le Monde e, su un versante più sportivo-popolare, L’Équipe. Se si guarda alla stampa d’opinione generalista, il duello storico resta soprattutto quello tra Le Monde e Le Figaro: il primo più progressista, il secondo più liberal-conservatore. Due mondi, due France, due modi di guardare alla realtà.
Nel 2025, la classifica ACPM della stampa quotidiana nazionale colloca Le Figaro al secondo posto per diffusione pagata in Francia. È un dato pesante, perché certifica che il giornale non vive soltanto di prestigio, memoria e stemmi di famiglia, ma continua ad avere lettori paganti. E i lettori paganti, nel giornalismo, sono come i fedeli alla Messa feriale: meno rumorosi, ma molto più significativi.
In Europa il discorso è più complesso, perché i confronti fra Paesi sono difficili: alcuni mercati contano le copie cartacee, altri sommano abbonamenti digitali, altri ancora hanno forti tabloid popolari o quotidiani regionali enormi. Non si può quindi dire seriamente che Le Figaro sia “il primo” o “il secondo” giornale d’Europa in senso assoluto. Sarebbe una fanfara, non un dato.
Si può però affermare con prudenza che Le Figaro appartiene al ristretto gruppo dei grandi quotidiani europei di qualità, insieme a testate come Le Monde, The Times, The Daily Telegraph, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Süddeutsche Zeitung, El País, La Repubblica, Corriere della Sera e poche altre. Non è il giornale più venduto d’Europa, ma è certamente uno dei più antichi, riconoscibili e influenti.
Baudelaire, Proust, Zola: quando i giornali avevano gli scrittori veri
Una delle grandi particolarità di Le Figaro è la sua relazione con la letteratura. Non una relazione decorativa, da inserto culturale domenicale; una relazione organica, profonda, quasi carnale.
Nel corso della sua storia hanno scritto per il giornale firme che oggi appartengono non alla cronaca, ma alla storia della letteratura: Charles Baudelaire, Théophile Gautier, Émile Zola, Marcel Proust, George Sand, i fratelli Goncourt, Jules Vallès, Colette, François Mauriac, Jean d’Ormesson, Marguerite Yourcenar, fino ad autori contemporanei come Michel Houellebecq e Sylvain Tesson.
Il caso di Baudelaire è particolarmente gustoso. L’autore dei Fiori del male collaborò con Le Figaro tra 1863 e 1864. Il 26 novembre 1863 il giornale annunciò l’arrivo del poeta con una formula elegante e un po’ velenosa: Baudelaire era un autore che la testata aveva anche combattuto, ma al quale apriva le porte perché aveva talento. Tradotto dal francese giornalistico: “Non ci sta simpatico, ma scrive troppo bene per lasciarlo fuori”. Una lezione utile anche oggi, quando molte redazioni sembrano preferire il contrario: simpatico, allineato, innocuo.
Proprio su Le Figaro, nel novembre e dicembre 1863, Baudelaire pubblicò “Le Peintre de la vie moderne”, testo fondamentale della modernità estetica, dedicato a Constantin Guys. Qui Baudelaire ragiona sul moderno, sull’effimero, sulla città, sulla bellezza che passa e va colta prima che sparisca. Non male per un quotidiano: altro che trafiletto di costume.
Anche Marcel Proust ebbe con Le Figaro un rapporto importante. Vi pubblicò testi, cronache mondane, riflessioni e frammenti che mostrano il passaggio dalla società osservata alla società trasfigurata nella letteratura. In certe pagine proustiane del giornale si sente già il profumo della Recherche, cioè quel mondo di salotti, memorie, snobismi, fragilità e rivelazioni che diventerà uno dei monumenti del Novecento.
Émile Zola, poi, rappresenta l’altro lato del rapporto tra stampa e battaglia civile. Anche se il suo celebre “J’accuse…!” uscì su L’Aurore nel 1898, non su Le Figaro, il giornale ebbe un ruolo importante nella prima fase dell’Affare Dreyfus. Nel 1897 fu tra i primi grandi quotidiani a esporsi in favore del capitano Alfred Dreyfus, pubblicando elementi utili al confronto delle scritture e aprendo una campagna coraggiosa, pagata con attacchi e disdette. Quando la libertà costa abbonati, si vede se un giornale ha una spina dorsale o soltanto una linea editoriale.
Il giornale dei salotti, ma non solo dei salotti
Per molto tempo Le Figaro è stato il giornale della borghesia colta francese. Questo è vero. Ma sarebbe riduttivo liquidarlo come un semplice organo da salotto. Il giornale ha saputo raccontare la vita mondana, certo, ma anche le guerre, le crisi politiche, le rivoluzioni culturali, la decolonizzazione, la trasformazione dell’economia, la mutazione dei costumi.
Il suo pubblico storico era formato da lettori istruiti, urbani, benestanti, attenti alla cultura e alla politica. Per decenni leggere Le Figaro significava appartenere a un certo mondo: non necessariamente aristocratico, ma certamente educato all’idea che la forma conti quasi quanto il contenuto. E qui c’è una verità che la modernità ha dimenticato: quando la forma muore, spesso il contenuto la segue a ruota.
Curiosità: il duello, l’assassinio, il lutto in prima pagina
La storia del giornale è piena di episodi che sembrano scritti da un romanziere con il gusto del melodramma.
Nel 1833 il direttore Nestor Roqueplan si batté addirittura in duello con un colonnello offeso da un articolo. Il giornalismo dell’epoca non era fatto per anime delicate: si scriveva, si polemizzava, e ogni tanto si finiva davanti a una pistola. Oggi al massimo arriva una querela o un comunicato indignato su X: progresso, dicono.
L’episodio più clamoroso avvenne però il 16 marzo 1914, quando Gaston Calmette, direttore di Le Figaro, venne assassinato nel suo ufficio da Henriette Caillaux, moglie del ministro delle Finanze Joseph Caillaux. Il giornale aveva condotto una campagna durissima contro il ministro, pubblicando documenti e lettere compromettenti. Henriette Caillaux entrò nella redazione e sparò. Calmette morì nella notte. Il giorno dopo Le Figaro uscì con la prima pagina listata a lutto.
È uno degli episodi più drammatici della storia del giornalismo europeo: la politica, la stampa, l’onore, il potere e la vendetta concentrati in pochi colpi di pistola.
L’Affare Dreyfus: quando il giornale pagò la libertà
L’Affare Dreyfus resta uno dei momenti decisivi nella storia della Francia moderna e anche nella storia di Le Figaro. Nel 1897 il giornale fu il primo grande quotidiano a impegnarsi apertamente in favore del capitano ingiustamente accusato. Pubblicò lettere, documenti, confronti grafologici, elementi che mettevano in discussione la versione ufficiale.
La scelta gli costò cara. Arrivarono pressioni, polemiche, attacchi, disdette. A un certo punto il giornale sospese temporaneamente la campagna, per poi tornare gradualmente su posizioni dreyfusarde. È una pagina importante perché mostra una verità spesso dimenticata: la libertà di stampa non è una formula da convegno, ma un rischio concreto. E quando il rischio arriva, molti cantori della libertà improvvisamente perdono la voce.
La Seconda guerra mondiale e il rifiuto della censura
Durante la Seconda guerra mondiale, Le Figaro si trovò davanti a una scelta drammatica. Dopo l’occupazione tedesca e la nascita del regime di Vichy, il giornale lasciò Parigi e poi, nel 1942, preferì sospendere le pubblicazioni piuttosto che piegarsi completamente alla censura.
Riprese le pubblicazioni nel 1944, alla Liberazione. Questa scelta gli consentì di conservare una credibilità che altri giornali francesi, più compromessi con l’occupazione e con Vichy, non ebbero. Anche qui la storia insegna: ci sono momenti in cui tacere è più dignitoso che parlare sotto dettatura.
François Mauriac e il dopoguerra
Nel dopoguerra Le Figaro tornò al centro del dibattito francese. Tra le firme più prestigiose spiccò François Mauriac, cattolico, scrittore, premio Nobel, coscienza inquieta della Francia. Mauriac rappresentò una forma alta di giornalismo morale: non moralismo da sagrestia mal frequentata, ma giudizio severo sulla storia, sulla politica, sulla guerra, sulla colonizzazione, sulle responsabilità della Francia.
Il suo Bloc-notes resta una delle prove più alte della tradizione del commento giornalistico europeo: personale, letterario, politico, spirituale. Una scrittura in cui la fede non era ornamento, ma criterio di giudizio.
Le Figaro Littéraire: la cultura come battaglia
Nel 1946 nacque o rinacque con forza Le Figaro Littéraire, supplemento destinato a diventare un punto di riferimento culturale. In piena guerra fredda, quando molta parte dell’intellighenzia francese guardava con indulgenza, quando non con entusiasmo, al comunismo sovietico, Le Figaro Littéraire offrì spazio ad autori critici verso l’ideologia marxista, verso il totalitarismo e verso l’asservimento della cultura alla politica.
Vi trovarono eco figure come Arthur Koestler e Victor Kravchenko, simboli della denuncia del comunismo reale. Era una stagione in cui la cultura non era intrattenimento da festival, ma campo di battaglia. E almeno allora, quando gli intellettuali sbagliavano, lo facevano in grande; oggi spesso sbagliano in piccolo, ma con maggiore presunzione.
Da Hersant a Dassault: proprietà e polemiche
Nel secondo Novecento il giornale passò attraverso varie fasi proprietarie. Nel 1975 entrò nell’orbita di Robert Hersant, grande imprenditore della stampa. Dal 2004 appartiene al gruppo Dassault, legato alla celebre famiglia industriale francese dell’aeronautica.
Questa proprietà ha suscitato nel tempo discussioni sull’indipendenza editoriale, soprattutto per il peso industriale e politico del gruppo. Ma Le Figaro ha continuato a mantenere una forte identità giornalistica, con una linea generalmente collocata nel campo liberal-conservatore, attenta all’economia di mercato, alla sicurezza, alla sovranità francese, alla cultura nazionale e a una certa idea classica della civiltà europea.
Non è un giornale neutro. Ma la neutralità assoluta, nel giornalismo, spesso è solo il nome elegante dell’ipocrisia. Meglio una linea riconoscibile che una finta imparzialità con la tessera in tasca.
Le firme contemporanee
Nel panorama recente e attuale, Le Figaro ha mantenuto firme riconoscibili come Alexis Brézet, direttore delle redazioni, Vincent Trémolet de Villers, Eugénie Bastié, Guillaume Perrault, Étienne de Montety, Jean-Christophe Buisson, Ivan Rioufol, Renaud Girard, Georges Malbrunot, Nicolas Baverez, Éric Zemmour negli anni della sua collaborazione giornalistica, oltre a numerosi editorialisti, inviati e critici.
Il giornale ha saputo anche costruire una galassia editoriale fatta di supplementi e marchi: Le Figaro Magazine, Madame Figaro, TV Magazine, Le Figaro Histoire, Le Figaro Santé, Le Figaro Étudiant, fino a Figaro TV. Non più soltanto quotidiano, dunque, ma ecosistema informativo.
Un giornale antico, non vecchio
Le Figaro è antico, ma non vecchio. Antico perché porta con sé due secoli di memoria, firme, polemiche, battaglie, guerre, crisi, rinascite. Non vecchio perché ha saputo trasferire la propria identità nel digitale, nei video, nei social, negli abbonamenti online, senza dissolversi del tutto nella melassa indistinta dell’informazione contemporanea.
Certo, anche Le Figaro vive le contraddizioni della stampa moderna: calo della carta, dipendenza dagli abbonamenti digitali, concorrenza dei social, velocità che minaccia la profondità, mercato pubblicitario instabile, rischio di trasformare ogni contenuto in prodotto. Ma rispetto a molte testate nate ieri e già vecchie oggi, conserva una cosa rara: una personalità.
La lezione di Figaro
La storia di Le Figaro insegna che un giornale dura quando ha tre cose: una voce, una memoria e un pubblico disposto a pagare per entrambe. La voce gli viene dal suo motto e dalla sua tradizione polemica. La memoria gli viene dai suoi due secoli di storia. Il pubblico, almeno per ora, continua a esserci.
Duecento anni dopo quel 15 gennaio 1826, Le Figaro resta lì: non più soltanto un giornale di carta, ma un marchio culturale, politico e civile. Ha attraversato monarchie, imperi, repubbliche, guerre, occupazioni, rivoluzioni tecnologiche e mode intellettuali. Ha ospitato Baudelaire, Proust, Zola, Mauriac, Colette, Yourcenar, d’Ormesson. Ha conosciuto il duello, la censura, l’assassinio di un direttore, la crisi, la gloria, la trasformazione digitale.
E continua a ricordare, con il suo vecchio motto, una verità semplice e scomoda: senza libertà di criticare, anche l’elogio diventa propaganda.

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