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Autovelox, la rivoluzione è iniziata: spenti i dispositivi fuori regola

Per oltre 34 anni l’Italia ha convissuto con un paradosso tutto suo: migliaia di autovelox installati lungo le strade, milioni di multe elevate ogni anno e, nel frattempo, un vuoto normativo sull’omologazione dei dispositivi che ha alimentato una valanga di ricorsi, sentenze contrastanti e polemiche. Adesso il Governo prova a chiudere definitivamente quella stagione.

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, diventano finalmente operative le nuove regole che disciplinano in maniera organica omologazione, taratura e verifiche periodiche degli autovelox. Si tratta di un provvedimento atteso da oltre tre decenni che punta a uniformare la normativa nazionale e a mettere fine al caos giuridico che ha trasformato gli autovelox in uno dei temi più controversi del Codice della Strada.

Ma il decreto produce anche un effetto immediato: oltre mille apparecchi saranno spenti, almeno fino a quando non completeranno il nuovo iter previsto dalla legge.

La fine del Far West degli autovelox

Per anni il nodo è stato uno solo: approvazione e omologazione sono due procedure diverse.

Molti Comuni hanno sostenuto che l’approvazione ministeriale fosse sufficiente per utilizzare gli apparecchi. Una tesi che però è stata progressivamente smontata dalla giurisprudenza, culminata nelle pronunce della Corte di Cassazione, secondo cui un autovelox semplicemente approvato ma non omologato non soddisfa quanto previsto dal Codice della Strada.

Da quel momento è iniziata una vera esplosione di ricorsi, con migliaia di multe annullate dai giudici di pace e dai tribunali.

Il nuovo decreto nasce proprio per mettere ordine in una materia diventata ingestibile, fissando finalmente criteri tecnici univoci validi in tutta Italia.

Quanti autovelox ci sono in Italia

Il censimento nazionale effettuato dal Ministero ha fotografato una rete composta da circa 4.350 autovelox fissi distribuiti lungo la penisola.

Di questi: 3.150 continueranno a funzionare regolarmente, 1.204 dovranno invece essere disattivati perché non rientrano tra quelli immediatamente riconosciuti conformi dalla nuova disciplina.

In pratica resteranno operativi circa tre autovelox su quattro, mentre poco meno di un terzo sarà temporaneamente spento. Le stime iniziali parlavano di circa 850 dispositivi, ma il censimento definitivo ha portato il numero effettivo a 1.204 apparecchi.

Saranno riattivati?

La risposta è , ma non automaticamente. Gli autovelox spenti non vengono rottamati. Potranno tornare in funzione soltanto dopo aver completato l’intera procedura prevista dal nuovo decreto.

Ogni dispositivo dovrà infatti: ottenere l’omologazione prevista dalla nuova normativa, superare le verifiche tecniche, essere sottoposto alla taratura iniziale, effettuare controlli periodici di funzionalità. Solo dopo questi passaggi i Comuni potranno riaccenderli.

L’obiettivo dichiarato del Ministero è evitare che continuino a circolare apparecchi con requisiti tecnici differenti da città a città.

Una macchina della sicurezza o una macchina delle multe?

Qui si apre il dibattito più acceso.

Ufficialmente gli autovelox servono a ridurre gli incidenti e a indurre gli automobilisti a rispettare i limiti di velocità. Nella pratica, però, da anni moltissimi cittadini denunciano un utilizzo spesso finalizzato soprattutto a fare cassa.

Non è un caso che il decreto del 2024 sulla collocazione degli autovelox avesse già imposto limiti molto più rigidi alla loro installazione, vietandoli, ad esempio, in numerose situazioni dove il limite di velocità era stato abbassato artificialmente senza reali esigenze di sicurezza.

L’idea è semplice: gli autovelox devono essere collocati dove esiste un reale rischio per la sicurezza stradale, non dove risultano più redditizi per le casse comunali.

La regione con più autovelox

Secondo i censimenti e le elaborazioni pubblicate negli ultimi anni, il primato nazionale appartiene alla Lombardia, che concentra il maggior numero di postazioni fisse.

Seguono generalmente Emilia-Romagna, Toscana, Veneto e Piemonte, territori caratterizzati da una fitta rete di strade statali, provinciali e comunali sottoposte a controllo elettronico.

Tra le città, negli anni hanno fatto discutere soprattutto Milano, Firenze, Bologna e Roma, che figurano stabilmente tra quelle con il maggior numero di apparecchi installati e con gli introiti più elevati derivanti dalle sanzioni.

Per i Comuni incassi da capogiro

Gli incassi complessivi delle multe per eccesso di velocità rilevate dagli autovelox nel 2025 ammontano a oltre 284 milioni di euro dichiarati dai Comuni italiani al Ministero dell’Interno. Si tratta esclusivamente delle sanzioni per violazione dell’articolo 142 del Codice della Strada, quindi non comprendono ZTL, semafori rossi, soste vietate e le altre contravvenzioni.

Il Comune che ha incassato di più dagli autovelox è ancora una volta Firenze, con 19.718.932 euro nel solo 2025. È un dato impressionante, considerando che supera di oltre il doppio il secondo classificato. La graduatoria dei principali capoluoghi è la seguente: Firenze (19.718.932 euro), Bologna (9.214.556 euro), Milano (6.948.884 euro), Padova (circa 5,73 milioni di euro), Genova (circa 4,88 milioni di euro), Palermo (circa 4,23 milioni di euro).

È interessante notare che, pur essendo Milano il Comune che incassa di più in assoluto dalle multe stradali (oltre 178 milioni di euro considerando tutte le infrazioni), quando si guarda esclusivamente agli autovelox viene superata nettamente da Firenze e anche da Bologna.

Una curiosità riguarda i piccoli Comuni. Alcuni centri di poche migliaia di abitanti riescono a incassare cifre enormi grazie agli autovelox collocati lungo arterie molto trafficate. Tra i casi più noti figura Colle Santa Lucia (Belluno), più volte balzato agli onori delle cronache per gli elevati introiti rapportati alla popolazione (circa 745.000 euro per poco più di 300 abitanti, ben oltre 2.000 euro a testa), ma negli ultimi dati spicca anche Tarsia (Cosenza), circa 5.600 abitanti, che con oltre 7 milioni di euro di incassi da autovelox ha addirittura superato Milanoi.

Le curiosità che pochi conoscono

Una delle curiosità più sorprendenti riguarda proprio il tempo necessario per arrivare a questo decreto.

Il Codice della Strada prevedeva già nei primi anni Novanta la necessità dell’omologazione, ma il regolamento attuativo non era mai stato emanato. Sono quindi serviti 34 anni perché venisse definita una disciplina tecnica completa.

Un’altra particolarità riguarda le tipologie di apparecchi. Il decreto riconosce immediatamente 15 famiglie di dispositivi già diffuse sul territorio nazionale, mentre per gli altri sarà necessario seguire la nuova procedura di certificazione.

Basterà davvero il decreto?

Il Ministero è convinto di aver finalmente posto fine al caos. Molti esperti del diritto della circolazione, invece, invitano alla prudenza.

Resta infatti aperta la questione delle multe elevate negli anni passati, dei ricorsi ancora pendenti e dell’interpretazione che i tribunali daranno delle norme transitorie. È quindi probabile che la battaglia giudiziaria non sia ancora conclusa.

Una cosa, però, appare certa: dopo decenni di incertezza normativa, l’Italia dispone finalmente di un quadro regolatorio uniforme che definisce con precisione come devono essere omologati, verificati e mantenuti gli autovelox.

Se questo basterà a trasformarli da simbolo delle “multe facili” a veri strumenti di sicurezza stradale, lo diranno i prossimi mesi. Per molti automobilisti, tuttavia, la sensazione è che la fiducia si riconquisti non con nuovi decreti, ma con controlli trasparenti, limiti di velocità coerenti e apparecchi utilizzati esclusivamente dove servono davvero a salvare vite umane, non ad alimentare i bilanci comunali.

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Pubblicato inMulte

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