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Toghe d’oro, paga Pantalone

C’è un principio antico quanto il diritto: nessuno dovrebbe essere giudice nella propria causa. In Italia, però, siamo riusciti a costruire una situazione che almeno nell’apparenza ci va molto vicino: i magistrati contestano il calcolo dei propri aumenti di stipendio, altri magistrati danno loro ragione e alla fine il conto viene presentato allo Stato, cioè ai contribuenti.

La vicenda riguarda il particolare sistema con cui vengono aggiornati gli stipendi delle toghe. I magistrati, infatti, non seguono la normale contrattazione collettiva del pubblico impiego: per salvaguardarne l’indipendenza, la legge prevede adeguamenti automatici delle retribuzioni, calcolati sulla base dell’andamento degli stipendi pubblici.

Quel 4,85% non bastava

Per il triennio 2018-2020 il governo aveva stabilito, attraverso un Dpcm del 2021, un aumento del 4,85%. L’Associazione nazionale magistrati ha però contestato il calcolo: secondo l’Anm, erano state escluse alcune componenti retributive che invece avrebbero dovuto essere considerate.

La questione è arrivata davanti alla giustizia amministrativa e nel 2025 il Consiglio di Stato ha dato ragione ai ricorrenti. Rifatti i conti, l’adeguamento è passato dal 4,85 al 6,22%. Traduzione dal burocratese: lo Stato deve pagare di più. Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa economica, per questa prima partita si parla di quasi 200 milioni di euro tra maggiori stipendi e arretrati.

Quando l’inflazione mangia lo stipendio dell’impiegato, dell’infermiere o dell’operaio, normalmente quello stringe la cinghia. Quando invece il calcolo dell’aumento delle toghe risulta troppo basso, si rifà il calcolo. Potremmo chiamarla matematica giudiziaria.

E arriva un’altra sentenza

La storia non finisce qui. Qualche giorno fa il Tar del Lazio ha accolto un altro ricorso dell’Anm, questa volta relativo al Dpcm del 2024 che regolava gli adeguamenti per il triennio successivo. Anche in questo caso il metodo utilizzato per determinare gli aumenti è stato bocciato e i conti dovranno essere rifatti.

Attenzione, però: non sappiamo ancora quale sarà l’aumento definitivo per questo secondo periodo. Sarebbe quindi scorretto sostenere che sarà automaticamente identico al precedente 6,22%. Sappiamo invece che la vicenda potrebbe diventare molto costosa. Considerando gli effetti degli adeguamenti e degli arretrati negli anni successivi, alcune stime hanno indicato un onere potenziale complessivo che potrebbe avvicinarsi al miliardo di euro.

L’indipendenza vale, ma per chi?

La magistratura ha dalla sua un argomento giuridicamente serio. Il particolare trattamento economico delle toghe serve anche a proteggerne autonomia e indipendenza dal potere politico. È un principio riconosciuto anche dalla Corte costituzionale. Benissimo.

Resta però una domanda molto meno giuridica e molto più comprensibile al cittadino comune: perché questa formidabile protezione del potere d’acquisto non esiste anche per tutti gli altri? Un medico non deve essere indipendente? Un insegnante non merita protezione dall’inflazione? Un poliziotto, un carabiniere o un infermiere possono tranquillamente perdere potere d’acquisto?

Qui nasce il cortocircuito. Non c’è nulla di illegale nel fatto che i magistrati facciano ricorso e ottengano l’applicazione della legge. E sarebbe sbagliato sostenere che abbiano semplicemente deciso da soli quanto aumentarsi lo stipendio. Ma l’immagine che arriva all’opinione pubblica rimane singolare: una categoria già dotata di fortissime garanzie economiche contesta il calcolo dei propri aumenti davanti a giudici appartenenti alla magistratura, vince e ottiene un nuovo calcolo.

Formalmente tutto regolare. Politicamente e simbolicamente, un piccolo capolavoro.

Alla fine paga sempre Pantalone

Ed è questo il vero problema. Mentre milioni di italiani sentono parlare quotidianamente di compatibilità finanziarie, debito pubblico, sacrifici, rinnovi contrattuali e coperture che non si trovano mai, quando si tratta delle retribuzioni delle toghe le risorse, prima o poi, devono saltare fuori.

Non perché qualche magistrato abbia aperto la cassaforte dello Stato e preso i soldi. Ma perché un sistema legislativo particolarmente protettivo, accompagnato dalle decisioni della giustizia amministrativa, produce esattamente questo risultato. La legge sarà rispettata. Gli adeguamenti saranno ricalcolati. Gli arretrati saranno eventualmente corrisposti.

E il cittadino? Anche lui conserva intatto un diritto fondamentale: pagare.

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Pubblicato inGiustizia & Ingiustizia

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