Ci sono storie piccole che riescono a parlare delle cose più grandi. Della vita, della morte e soprattutto della speranza. Questa è una di quelle. Raccontata da un arguto sacerdote durante un’omelia domenicale.
Una vecchietta era ricoverata in ospedale. Era ormai arrivata alla fine del suo cammino, ma sul suo volto non c’erano disperazione né paura. Quando il parroco venne a trovarla, lei lo accolse serenamente. «Il Signore mi ha donato una vita bellissima. Sono pronta a partire».
Il sacerdote annuì. Conosceva quella donna e sapeva che non erano parole di circostanza. Per lei la morte non era il muro contro il quale tutto si infrange, ma una porta.
Poi la donna aggiunse: «C’è soltanto una cosa che desidero. Quando mi seppelliranno, voglio avere un cucchiaino in mano». Il parroco la guardò stupito. «Un cucchiaino? E perché mai?».
La vecchietta sorrise. «Mi è sempre piaciuto partecipare ai pranzi e alle cene delle feste in parrocchia. Quando arrivavo a tavola guardavo subito vicino al piatto. Se vedevo il cucchiaino, sapevo che dopo le portate principali sarebbe arrivato qualcosa di buono: il dolce, il gelato, magari una fetta di torta».
Il sacerdote continuava a non capire. «E allora?». «Allora voleva dire che il meglio doveva ancora arrivare».
A quel punto la donna spiegò il suo ultimo desiderio. «Quando la gente passerà davanti alla mia bara e vedrà quel cucchiaino, sicuramente qualcuno domanderà: “Perché ha un cucchiaino in mano?”. E io voglio che lei risponda: perché sapeva che il meglio doveva ancora arrivare».
Una piccola lezione sulla morte
È soltanto una storiella, naturalmente. Eppure dentro quel cucchiaino c’è qualcosa di profondamente cristiano.
Viviamo in una società che cerca disperatamente di nascondere la morte. La allontana dagli occhi, evita perfino di pronunciarne il nome, la trasforma in un argomento sconveniente. Siamo disposti a parlare per ore di salute, benessere e longevità, purché nessuno ricordi che la vita terrena ha una scadenza.
Il cristianesimo fa esattamente il contrario. Non nega la morte e non la addolcisce artificialmente. La guarda in faccia, ma afferma qualcosa di immensamente più grande: la morte non ha l’ultima parola. È questo che rende così bella l’immagine del cucchiaino.
Per chi crede, infatti, la vita non è un banchetto destinato a terminare quando vengono sparecchiati i piatti. È piuttosto l’attesa di qualcosa che ancora non riusciamo pienamente a vedere.
Naturalmente la fede cristiana non promette automaticamente il Paradiso come se bastasse presentarsi alla porta. Parla di conversione, misericordia, giudizio, perdono, grazia. Ma proclama una certezza fondamentale: Cristo ha vinto la morte e ha aperto all’uomo la strada della vita eterna.
Per questo un cristiano può piangere davanti a una bara senza disperare. Può sentire terribilmente la mancanza di una persona cara e, nello stesso tempo, continuare a pronunciare quelle parole antiche e formidabili del Credo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Non è una metafora consolatoria. È il cuore della fede cristiana.
Il meglio deve ancora arrivare
Forse è proprio questa la cosa che abbiamo dimenticato. Passiamo buona parte dell’esistenza cercando di trattenere tutto: gli anni, la giovinezza, il denaro, le persone, le sicurezze. Costruiamo programmi come se dovessimo abitare questa terra per sempre. Poi basta una stanza d’ospedale per ricordarci quanto siamo fragili.
Quella vecchietta, invece, aveva capito. Non chiedeva di portarsi nella tomba gioielli, fotografie, denaro o qualche oggetto prezioso. Voleva un semplice cucchiaino. Quasi un’ultima provocazione ai vivi. Come se dalla bara dicesse: Non guardatemi pensando che sia tutto finito. Non fermatevi davanti a questa cassa di legno. Non pensate che la mia storia termini qui.
Perché dopo le fatiche, le gioie, i dolori, gli errori, le cadute, gli affetti e le separazioni di questa vita, il cristiano continua a sperare nell’incontro definitivo con Dio.
Ed è forse questo il modo più bello di arrivare alla sera della propria esistenza: non aggrappandosi disperatamente al tavolo mentre qualcuno comincia a sparecchiare, ma aspettando fiduciosi. Con il cucchiaino ancora in mano. Perché, per chi ha fede, il meglio deve ancora arrivare.

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