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La piccola Teresa che conquistò il mondo

Oggi, 1° ottobre, la Chiesa celebra Santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto, universalmente conosciuta come Santa Teresina di Lisieux. Una santa che sembra costruita sui paradossi: visse appena ventiquattro anni, trascorse gli ultimi nove dietro le grate di un Carmelo, non fondò congregazioni, non attraversò continenti, non predicò davanti alle folle. Eppure è diventata patrona delle missioni e Dottore della Chiesa. Una ragazza nascosta in un monastero della Normandia è arrivata dove tanti grandi personaggi della storia non sono arrivati: nel cuore di milioni di persone.

Una bambina segnata dal dolore

Marie-Françoise-Thérèse Martin nacque ad Alençon, in Francia, il 2 gennaio 1873, ultima figlia di Louis Martin e Zélie Guérin, oggi entrambi santi. Aveva appena quattro anni quando perse la madre. La famiglia si trasferì allora a Lisieux e Teresa crebbe soprattutto sotto la protezione del padre e delle sorelle.

Era una bambina sensibilissima, emotiva, facilmente feribile. Nulla, insomma, faceva immaginare quella forza interiore che sarebbe maturata negli anni successivi.

La sua vocazione religiosa fu precocissima. Teresa voleva entrare al Carmelo quando non aveva ancora l’età prevista. Nel novembre 1887, durante un pellegrinaggio a Roma, arrivò persino a rivolgersi direttamente a Leone XIII, chiedendogli il permesso di entrare in convento a quindici anni. Un gesto sorprendente per una ragazzina dell’Ottocento. Pochi mesi dopo, il 9 aprile 1888, il suo desiderio si realizzò.

La rivoluzione della “piccola via”

Il cuore della spiritualità teresiana sta in qualcosa di apparentemente semplicissimo: non tutti possono compiere imprese straordinarie, ma tutti possono diventare santi.

È quella che sarebbe diventata celebre come la “piccola via”.

Teresa comprende progressivamente che la santità non consiste necessariamente in penitenze eccezionali, imprese eroiche o fenomeni mistici spettacolari. Consiste piuttosto nell’abbandonarsi a Dio con la fiducia di un bambino e nel fare con amore anche le cose più piccole della vita quotidiana.

Non è mediocrità spirituale. È esattamente il contrario. Significa trasformare il quotidiano in offerta: sopportare una persona difficile, accettare una contrarietà, compiere bene un dovere apparentemente insignificante, sorridere quando si preferirebbe rispondere male.

La grandezza, per Teresa, può nascondersi nelle cose che nessuno vede.

Giovanni Paolo II spiegò che questa giovane carmelitana, pur senza una particolare preparazione teologica accademica, aveva raggiunto una straordinaria comprensione della “scienza dell’amore”. Nei suoi scritti, inoltre, Teresa ricorre alla Sacra Scrittura più di mille volte.

Missionaria senza lasciare il convento

Ed ecco un altro paradosso.

Teresa desiderava ardentemente essere missionaria. Eppure non partì mai per una missione. Rimase nel Carmelo di Lisieux pregando, offrendo sacrifici e sostenendo spiritualmente alcuni missionari.

Nel 1927, due anni dopo la canonizzazione, Pio XI la proclamò patrona delle missioni insieme a San Francesco Saverio, il grande gesuita che aveva invece percorso migliaia di chilometri annunciando Cristo in Asia.

Difficile immaginare due figure più diverse. E proprio qui sta il messaggio: nella Chiesa la missione non si misura soltanto con i chilometri percorsi. C’è chi annuncia il Vangelo attraversando gli oceani e chi sostiene quell’annuncio pregando dietro una grata.

La notte della fede

Ridurre Teresina all’immaginetta della giovane monaca sorridente circondata dalle rose significa però non averla capita.

Gli ultimi mesi della sua esistenza furono durissimi. La tubercolosi consumava il suo corpo mentre interiormente attraversava una profonda prova della fede. Proprio la donna che aveva predicato l’abbandono fiducioso in Dio dovette sperimentare il silenzio, l’oscurità e la sofferenza.

E continuò a credere.

Il 30 settembre 1897, ormai stremata dalla malattia, morì nel Carmelo di Lisieux. Il giorno successivo sarebbe diventato la sua memoria liturgica. Il Carmelo ricorda che si era offerta, il 9 giugno 1895, come “vittima di olocausto all’Amore Misericordioso”.

Aveva ventiquattro anni.

Dal silenzio alla gloria

Dopo la morte accadde l’impensabile.

I suoi manoscritti autobiografici confluirono nella celebre “Storia di un’anima”, pubblicata nel 1898. Quel libro attraversò rapidamente frontiere e lingue, facendo conoscere al mondo una carmelitana che in vita quasi nessuno conosceva. Giovanni Paolo II ricordò come l’opera e gli altri scritti fossero stati tradotti in decine di lingue.

Pio XI la canonizzò il 17 maggio 1925 e due anni dopo la proclamò patrona delle missioni. Il 19 ottobre 1997 Giovanni Paolo II la dichiarò Dottore della Chiesa universale, riconoscendo ufficialmente la profondità di quella dottrina nata non nelle aule universitarie, ma nella preghiera, nella sofferenza e nella vita quotidiana di un monastero.

Nel 2023, nel 150° anniversario della nascita, anche Papa Francesco le dedicò l’esortazione apostolica C’est la confiance, riprendendo il nucleo essenziale del suo insegnamento: è la fiducia nell’amore misericordioso di Dio a condurre l’uomo verso Cristo.

Una santa tremendamente attuale

Forse è proprio questo il motivo per cui Teresa continua ad affascinare.

Viviamo nell’epoca dell’apparire, dei numeri, della visibilità, della ricerca quasi ossessiva dell’approvazione altrui. Teresa racconta l’esatto contrario: si può cambiare il mondo senza essere visti dal mondo.

Non servono necessariamente gesti clamorosi. La santità cristiana può cominciare nella cucina di casa, sul posto di lavoro, accanto a un malato, nella pazienza verso una persona insopportabile, nella fedeltà a una preghiera pronunciata quando non si prova più nulla.

La sua vita fu breve. Il suo mondo, geograficamente, piccolissimo. Eppure la sua voce continua a viaggiare.

È l’ultimo e forse più bello dei paradossi di Santa Teresa di Lisieux: volle essere piccola per lasciare spazio a Dio e proprio per questo diventò grande.

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Pubblicato inReligione

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