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Lagarde, il doppio assegno che brucia

C’è un principio che vale per tutti, dal cassiere al capo: le regole o sono uguali per tutti o non sono regole. E invece a Francoforte, nel cuore dell’Eurotower, il principio sembra piegarsi davanti al vertice. Perché mentre ai dipendenti della Banca centrale europea è vietato incassare compensi da terzi, la presidente Christine Lagarde percepisce ogni anno un assegno extra di 130.457 franchi svizzeri, pari a circa 140.000 euro, dalla Banca dei Regolamenti Internazionali.

Il caso, rivelato dal Financial Times e confermato dalla stessa Lagarde in risposta scritta agli eurodeputati Fabio De Masi e Dick Erixon, ha acceso una miccia che covava da tempo. Perché qui non si tratta solo di cifre, ma di coerenza.

I numeri che fanno rumore

Partiamo dai dati, che sono testardi. Nel 2024 Lagarde ha percepito 466.000 euro di stipendio base, cui si sono aggiunti circa 135.000 euro di benefit. Il totale ufficiale pubblicato dalla BCE parla di oltre 600.000 euro tra salario e indennità. Alcune stime, includendo ulteriori voci e coperture, arrivano a circa 743.000 euro complessivi annui.

A questa cifra si somma ora l’assegno della BRI: altri 140.000 euro circa. Totale? Oltre 880.000 euro potenziali in un anno.

Il confronto internazionale è impietoso. Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, percepisce 203.000 dollari, circa 189.000 euro. Quasi un quarto rispetto alla numero uno della BCE. E Powell, per legge federale americana, non può accettare compensi da istituzioni straniere.

Qui sta la frattura morale. Non è solo una questione di quanto si guadagna, ma di quali regole valgono per chi.

Predicare bene, razzolare meglio

Il regolamento del personale BCE è chiaro: i dipendenti non possono accettare pagamenti da terzi legati alle loro funzioni. Se tali somme vengono offerte, devono essere versate alla Banca centrale europea.

Eppure, quando si tratta della presidente, la BCE traccia una linea di confine: Lagarde non sarebbe soggetta al regolamento del personale, bensì a un “codice di condotta per alti funzionari”. Tradotto: due pesi, due misure.

All’interno dell’Eurotower, secondo quanto riportato, qualcuno avrebbe scritto: “Predicare bene, razzolare male”. Un altro avrebbe commentato amaramente che “noi comuni mortali non possiamo percepire l’indennità della BIS”. Parole che raccontano più di mille comunicati stampa.

La tradizione che non consola

Francoforte si difende ricordando che anche i predecessori, come Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, ricevevano il compenso dalla BRI. È vero. Ma la tradizione non è automaticamente una giustificazione morale.

Nel board della BRI siedono 18 banchieri centrali. Non tutti percepiscono un compenso extra. E soprattutto, non tutti operano in sistemi normativi che vietano ai funzionari pubblici di accettare denaro esterno.

La BCE sostiene che la remunerazione è giustificata dalle “responsabilità di governance” e dai “rischi legali”. È possibile. Ma la domanda resta: perché questo principio non vale per tutti?

L’immagine appannata

Lagarde non è nuova alle polemiche. Durante la stretta monetaria che ha portato i tassi dell’area euro dal -0,50% al 4% in meno di due anni, famiglie e imprese hanno visto esplodere le rate dei mutui. L’inflazione, dopo il picco oltre il 10% nel 2022, è rientrata, ma il prezzo sociale è stato alto.

In questo contesto, la notizia dell’assegno extra pesa il doppio. Perché mentre milioni di europei stringevano la cinghia, la presidente della BCE incassava quasi un milione di euro l’anno.

E non aiuta il fatto che, pochi giorni prima, si fosse parlato di un possibile addio anticipato per ragioni politiche legate alla Francia e a Emmanuel Macron, indiscrezioni poi smentite dalla stessa Lagarde in un’intervista al Wall Street Journal. “La mia missione è la stabilità dei prezzi”, ha ribadito. Missione nobile, certo. Ma la stabilità dell’immagine pubblica conta altrettanto.

Questione di fiducia

La BCE insiste: siamo in una “buona posizione”. Ma la fiducia nelle istituzioni non si misura solo con l’inflazione al 2% o con gli spread sotto controllo. Si misura con la percezione di equità.

Quando un’istituzione che impone rigore agli Stati e ai cittadini appare indulgente verso se stessa, il danno non è solo reputazionale. È politico. È culturale. È etico.

Perché alla fine la questione non è se 140.000 euro siano pochi o tanti per una dirigente di quel livello. La questione è se le regole valgano davvero per tutti o se, al vertice, possano essere interpretate con maggiore elasticità.

E in tempi in cui l’Europa chiede sacrifici, disciplina di bilancio e sobrietà, certe elasticità diventano difficili da spiegare.

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Pubblicato inEconomia & Finanza

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