Giovannino Guareschi aveva un difetto imperdonabile: piaceva alla gente. Peggio ancora, la gente lo capiva. Non servivano lauree, circoli letterari o interpreti autorizzati per entrare nel suo mondo. Bastavano un prete, un sindaco comunista, un Crocifisso e quella straordinaria capacità di raccontare l’Italia senza inginocchiarsi davanti alle mode del momento. Milioni di copie vendute nel mondo; assai meno entusiasmo, per decenni, nei salotti della cultura italiana. Forse perché Guareschi aveva accumulato troppi peccati per risultare facilmente digeribile: cattolico senza complessi, anticomunista senza attenuanti, conservatore senza chiedere scusa e soprattutto libero senza domandare il permesso a nessuno.
È morto nel 1968, ma a leggere certe sue pagine viene quasi il sospetto che abbia semplicemente cambiato scrivania. Sono cambiate le piazze, diventate social; i comizi, diventati talk show; le sezioni di partito, sostituite dalle chat. Non sono cambiati il conformismo, la propaganda, la presunzione di possedere la verità e l’abitudine di scomunicare chi non si mette in fila. Guareschi conosceva bene questa malattia e aveva trovato una medicina micidiale: riderne.
Mirandola riscopre Guareschi
Non è dunque casuale che proprio in queste settimane si torni a parlare di lui. Una cittadina della Bassa modenese, Mirandola, ha deciso di intitolare una nuova via a Giovannino Guareschi, un riconoscimento significativo per lo scrittore che più di tanti altri ha saputo raccontare l’anima profonda dell’Emilia e appunto della Bassa. L’intitolazione deve ancora trovare concreta attuazione, ma la decisione è stata presa.
E intanto la città lo celebra anche con la mostra “Con Giovannino Guareschi in bicicletta sulla Via Emilia”, inaugurata il 24 ottobre al primo piano del Palazzo Municipale e visitabile gratuitamente fino al 20 novembre 2026, negli orari di apertura degli uffici comunali. All’inaugurazione è stata affiancata una conferenza dal titolo che sembra scritto apposta per noi: “Guareschi oggi: parole per il nostro tempo”.
Poco più di un mese prima la Rai gli aveva inoltre dedicato il film Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano, interpretato da Giuseppe Zeno.
Qualcosa, dunque, si muove. Dopo essere stato letto da milioni di persone e snobbato per decenni da una parte della cultura ufficiale, Guareschi conquista finalmente anche una targa stradale. I lettori, come spesso accade, erano arrivati molto prima.
L’intellettuale lasciato fuori dal salotto
C’è infatti un conto che la cultura italiana deve ancora saldare con lui: riconoscergli fino in fondo la dignità di intellettuale.
Non soltanto umorista. Non semplicemente l’inventore di Don Camillo e Peppone. Ma un uomo capace di leggere le grandi fratture del Novecento e trasformarle in storie comprensibili a tutti.
Era difficilissimo da sistemare nelle caselle: antifascista, anticomunista, cattolico, conservatore, ma tutt’altro che disposto a diventare il portavoce della Democrazia Cristiana. Rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale, conobbe l’internamento nei lager tedeschi e, tornato in Italia, finì anche in carcere dopo la condanna per diffamazione nei confronti di Alcide De Gasperi.
Eppure i lettori lo premiarono come pochissimi altri scrittori italiani. Secondo quanto ricordato dal figlio Alberto, le sue opere hanno raggiunto circa 23 milioni di copie vendute nel mondo. Un successo impressionante che non trovò un riconoscimento equivalente in una parte della critica. Treccani ricorda come sia stato a lungo snobbato, soprattutto dall’intellighenzia di sinistra. Alla sua morte l’Unità arrivò a liquidarlo con una frase passata alla storia: «È morto lo scrittore che non era mai nato».
I lettori, evidentemente, non erano stati avvertiti.
Mentre qualcuno discuteva se concedergli il lasciapassare per la letteratura importante, milioni di persone continuavano semplicemente a leggerlo. Guareschi aveva del resto caratteristiche poco compatibili con certi salotti: era popolare, faceva ridere, si faceva capire ed era fieramente anticomunista.
E questo, nell’Italia culturale del dopoguerra, non sempre aiutava.
Don Camillo e Peppone ci servirebbero ancora
La grandezza di Guareschi non consiste soltanto nell’aver inventato Don Camillo e Peppone, ma nell’aver raccontato due avversari irriducibili senza trasformarli in nemici assoluti.
Il parroco e il sindaco comunista litigano, si provocano e qualche volta arrivano persino alle mani. Ma appartengono allo stesso paese. Quando arriva una disgrazia, quando qualcuno soffre, quando la comunità ha bisogno di loro, le bandiere improvvisamente diventano più piccole dell’uomo.
Provate a trasferire il Mondo piccolo nell’universo dei social. Oggi Don Camillo bloccherebbe Peppone, Peppone segnalerebbe Don Camillo e i rispettivi sostenitori passerebbero la giornata a chiedere la cancellazione dell’avversario.
Guareschi aveva invece capito una cosa semplicissima: chi la pensa diversamente da noi non cessa per questo di essere una persona.
Sembra ovvio. Oggi lo è molto meno.
Quel cristianesimo troppo scomodo
Ma c’è un Guareschi ancora più trascurato: il Guareschi cristiano.
La fede non era un accessorio della sua biografia, bensì una delle chiavi fondamentali della sua visione dell’uomo. Tanto che persino la recente fiction Rai è stata criticata da Avvenire per avere lasciato troppo sullo sfondo proprio questa dimensione.
Il suo non era però un cattolicesimo accomodante. Guareschi criticò la Democrazia Cristiana e negli ultimi anni osservò con forte preoccupazione alcune trasformazioni seguite al Concilio Vaticano II. Sarebbe semplicistico sostenere che «il Vaticano non lo apprezzava»: il rapporto con il mondo ecclesiastico fu più articolato. Ma il suo cristianesimo controcorrente, poco incline ad adeguarsi allo spirito del tempo, è stato meno valorizzato di quanto meritasse.
Era troppo anticomunista per una parte della cultura laica e troppo poco disposto a seguire le nuove mode per una parte del cattolicesimo progressista. Non aveva, insomma, la vocazione del cattolico da salotto.
Ed è qui che si comprende l’importanza del Cristo del Crocifisso nei racconti di Don Camillo.
Sopra il parroco e sopra Peppone c’è Qualcuno che non appartiene a nessuna fazione. Quando Don Camillo si infervora, scambia la rabbia personale per giustizia o vorrebbe sistemare una questione usando le mani, Cristo gli ricorda che avere ragione non significa automaticamente comportarsi bene.
Una lezione formidabile anche per noi cattolici.
Il cristianesimo di Guareschi è concreto: peccato e perdono, debolezza e redenzione, campane e processioni, famiglie e cimiteri, rancori e riconciliazioni. Dio non è una teoria da convegno: entra nella vita degli uomini.
Ridere dei padroni della verità
Poi c’è il giornalista. Con Candido, Guareschi utilizzò vignette, racconti e corsivi come armi contro il conformismo politico.
Ed è forse questa una delle parti più moderne della sua eredità: diffidare delle verità confezionate, soprattutto quando qualcuno pretende che diventino obbligatorie.
Il mestiere del giornalista dovrebbe cominciare proprio da qui: fare domande. Anche scomode. Anche quando disturbano il proprio ambiente. Anzi, soprattutto allora.
Guareschi pagò personalmente la propria ostinazione. Attraversò guerra, lager, processi, carcere e polemiche feroci. E continuò a scrivere.
Chiamarlo soltanto «umorista», dunque, significa rimpicciolirlo. Prese alcuni dei grandi conflitti del Novecento — comunismo e cristianesimo, ideologia e libertà, modernità e tradizione, politica e coscienza — e riuscì a farli vivere attraverso un prete, un sindaco comunista e un Crocifisso.
E quei tre continuano a parlarci.
Il Mondo piccolo siamo diventati noi
Per questo Guareschi non appartiene alla nostalgia. Rimpiangerlo soltanto perché ricordiamo Fernandel in bicicletta e Gino Cervi con il fazzoletto rosso significherebbe ridurlo a una cartolina ingiallita della Bassa.
La sua attualità è molto più profonda.
Guareschi ci ricorda che si può avere una fede senza vergognarsene, difendere convinzioni forti senza disumanizzare l’avversario, amare la tradizione senza trasformarla in un museo e prendere in giro il potere senza chiedergli il permesso.
Il suo Mondo piccolo era fatto di campanili, osterie, biciclette, argini del Po e uomini che litigavano furiosamente. Il nostro mondo è infinitamente più grande, veloce, tecnologico e connesso.
Eppure siamo diventati più piccoli noi.
Forse è arrivato allora il momento di togliere Giovannino Guareschi dal comodo scaffale degli umoristi e riconoscergli ciò che milioni di lettori nel mondo avevano capito molto prima di tanti critici: la statura di un autentico intellettuale italiano del Novecento.
Un intellettuale scomodo, naturalmente.
Ma gli intellettuali che non disturbano nessuno sono perfetti per le commemorazioni.
Guareschi, invece, disturba ancora.
Ed è forse questa la prova migliore che, a cinquantotto anni dalla morte, è terribilmente vivo.

Sii il primo a commentare