Christine Lagarde lascia la Banca centrale europea. In anticipo, naturalmente. Perché quando si tratta di abbandonare una poltrona per accomodarsi, magari, su un’altra ancora più prestigiosa, certi protagonisti dell’euroburocrazia dimostrano una rapidità che difficilmente hanno mostrato nel risolvere i problemi dei cittadini
Dopo sette anni alla guida della BCE, la signora dell’euro si prepara a salutare Francoforte, lasciandosi alle spalle un’eredità tutt’altro che esaltante: inflazione sottovalutata, potere d’acquisto eroso, mutui rincarati, politiche monetarie contaminate dall’ideologia ambientalista e il controverso progetto dell’euro digitale. E mentre gli europei continuano a fare i conti con il carovita, nei palazzi che contano si discute già della sua prossima destinazione. Perché certi personaggi non vanno mai in pensione: cambiano semplicemente il nome sulla porta dell’ufficio.
Dimissioni anticipate: una coincidenza molto politica
Lagarde lascerà ufficialmente la presidenza della BCE il 7 febbraio 2027, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del mandato, prevista per il 31 ottobre. L’annuncio è arrivato il 29 ottobre scorso. La motivazione? Il desiderio di potersi esprimere liberamente su questioni politiche e internazionali, senza i vincoli di neutralità imposti dal ruolo.
Una spiegazione che lascia parecchio perplessi. Perché proprio adesso? La risposta potrebbe trovarsi a Parigi, più precisamente all’Eliseo. Nella primavera del 2027 la Francia eleggerà il nuovo presidente della Repubblica ed Emmanuel Macron, impossibilitato a ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo, rischierebbe di perdere la possibilità di influenzare la scelta del prossimo presidente della BCE.
Anticipare la successione consentirebbe dunque all’attuale establishment europeo di sistemare un’altra casella fondamentale prima delle elezioni francesi. È un’interpretazione politica, non una motivazione ufficialmente accertata, ma trova riscontro nelle indiscrezioni raccolte da Reuters. Insomma, l’indipendenza della BCE è sacrosanta. Purché, evidentemente, non intralci gli equilibri politici di Bruxelles e Parigi.
L’inflazione: il conto lo pagano le famiglie
Arrivata alla BCE nel novembre 2019, Lagarde ha attraversato la pandemia e la successiva impennata inflazionistica. Nel 2020 Francoforte varò il programma straordinario di acquisto di titoli PEPP, successivamente ampliato fino a 1.850 miliardi di euro. Nel 2021 la banca centrale giudicò prevalentemente temporanea la crescita dei prezzi, salvo dover intervenire successivamente con una brusca stretta monetaria.
Il tasso sui depositi passò dal -0,5% al 4% tra il 2022 e il settembre 2023. Le conseguenze furono pesanti per famiglie indebitate e imprese dipendenti dal credito. Certamente l’inflazione europea non fu provocata soltanto dalla BCE: contribuirono le strozzature produttive, gli shock energetici e le tensioni internazionali. Ma aver sottovalutato la persistenza dell’inflazione resta una responsabilità che la presidenza Lagarde non può liquidare con qualche elegante conferenza stampa.
E soprattutto, anche quando l’inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente ai livelli precedenti. Le famiglie lo sanno bene. A Francoforte, invece, si continua a parlare soprattutto di percentuali e obiettivi raggiunti. Peccato che al supermercato non si paghi con le statistiche.
Il Green Deal entra dalla porta della BCE
Un’altra eredità controversa è l’inserimento dei criteri climatici nelle operazioni monetarie. Dal luglio 2022 la BCE ha orientato parte degli acquisti di obbligazioni societarie privilegiando emittenti con migliori valutazioni ambientali. Dal giugno 2026 i fattori climatici sono entrati anche nella valutazione di determinate garanzie bancarie.
La giustificazione ufficiale riguarda la gestione dei rischi finanziari legati al clima. Ma la domanda rimane: una banca centrale deve garantire la stabilità monetaria oppure contribuire a indirizzare l’economia verso gli obiettivi politici del Green Deal?
Quando criteri ambientali influenzano le condizioni finanziarie delle imprese, il confine tra prudenza bancaria e politica industriale diventa delicatissimo. Non si può attribuire alla sola Lagarde la crisi dell’industria europea, ma si può contestare una BCE sempre più coinvolta in scelte che dovrebbero essere sottoposte al confronto democratico. Perché gli elettori possono cambiare un governo, ma non possono mandare a casa i banchieri centrali che ne condizionano le politiche economiche.
Euro digitale: progresso o guinzaglio elettronico?
C’è poi l’euro digitale, forse il lascito più discusso della gestione Lagarde. Il progetto prevede una possibile sperimentazione nella seconda metà del 2027 e un’eventuale introduzione nel 2029, subordinata alle decisioni legislative e istituzionali ancora necessarie.
La BCE assicura che non sostituirà il contante e che non sarà programmabile per limitare ciò che i cittadini possono acquistare. Sono garanzie importanti, ma non cancellano gli interrogativi sulla riservatezza, sulla concentrazione delle infrastrutture di pagamento e sulle eventuali modifiche future delle regole.
Il denaro deve appartenere a chi lo guadagna, non trasformarsi in una concessione revocabile da qualche autorità. Le valute digitali delle banche centrali sollevano interrogativi sulle possibilità tecniche di sorveglianza e controllo dei pagamenti. Ciò non significa che l’euro digitale, nella configurazione attualmente proposta, preveda simili restrizioni. Significa però che la difesa del contante, della libertà di pagamento e di garanzie giuridiche effettive dovrebbe precedere qualsiasi entusiasmo tecnologico.
Del resto, in un’Europa che ha già conosciuto limitazioni straordinarie delle libertà personali durante la pandemia, chiedere garanzie contro eventuali abusi futuri non dovrebbe essere considerato un atteggiamento sovversivo. Dovrebbe essere normale prudenza democratica.
Da Francoforte a Davos: il potere cambia indirizzo
E dove potrebbe approdare la nostra instancabile Christine? Al World Economic Forum, l’organizzazione che riunisce a Davos leader politici, grandi finanzieri e multinazionali. Secondo Reuters, Lagarde è tra i nomi considerati per assumerne la presidenza. Il consiglio dell’organizzazione, di cui fa già parte, aveva in programma una riunione il 2 novembre. Al 4 novembre non risulta tuttavia confermata pubblicamente la sua nomina.
Attualmente il WEF è copresieduto da Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e André Hoffmann, vicepresidente di Roche. Un eventuale arrivo di Lagarde rappresenterebbe l’ennesimo passaggio tra istituzioni pubbliche e organismi privati di influenza internazionale.
Non è illegittimo, naturalmente. Ma sarebbe opportuno interrogarsi sulla crescente circolazione delle medesime élite tra finanza, politica e organismi sovranazionali. Cambiano le insegne, cambiano le sedi, ma i protagonisti restano spesso gli stessi. E chi decide davvero le priorità economiche che condizionano la vita dei cittadini?
I successori: cambiano i nomi, resterà la musica?
La corsa alla successione è già cominciata. I Paesi dell’Eurozona dovranno presentare le candidature entro venerdì 6 novembre, mentre il 9 novembre l’Eurogruppo esaminerà i nomi. L’obiettivo politico è raggiungere un accordo possibilmente entro dicembre.
Tra i nomi maggiormente accreditati figurano Klaas Knot, ex governatore della banca centrale olandese, sostenitore di una politica monetaria rigorosa, e Pablo Hernández de Cos, ex governatore della Banca di Spagna e attuale direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali, considerato più pragmatico. Circolano anche quelli di Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, e Nadia Calviño, presidente della Banca europea per gli investimenti.
E sullo sfondo potrebbe riaffacciarsi persino Mario Draghi, già presidente della BCE dal 2011 al 2019 e successivamente presidente del Consiglio italiano. Per ora non esistono conferme di una sua candidatura, né riscontri concreti che lo collochino tra i protagonisti della trattativa. Ma un eventuale ritorno del padre del celebre whatever it takes avrebbe un significato politico evidente: riporterebbe al vertice della politica monetaria europea uno dei protagonisti della stagione precedente. Dopo Lagarde, di nuovo Draghi? Sarebbe quantomeno curioso che, nell’Europa delle grandi poltrone, il ricambio si traducesse nel ritorno di chi vi si è già accomodato. Per il momento, tuttavia, siamo nel campo delle suggestioni.
Francia e Germania, intanto, guardano anche alle altre importanti poltrone in scadenza nel Comitato esecutivo della BCE. Ed eccoci al punto: mentre ai cittadini si predicano sacrifici, disciplina e responsabilità, nelle capitali europee si negoziano incarichi, equilibri nazionali e compensazioni politiche. Il prossimo presidente dovrebbe essere scelto per competenza, indipendenza e capacità di tutelare il valore della moneta. Il rischio, invece, è che prevalga ancora una volta il consueto mercato delle poltrone.
Lagarde se ne andrà, ma la vera questione è se se ne andrà anche il suo modo di interpretare il potere monetario. Perché un’Europa che pretende di regolare tutto, dalle emissioni industriali ai sistemi di pagamento, avrebbe forse bisogno di una banca centrale meno interessata a orientare la società e più concentrata sulla stabilità economica.
La presidente uscente potrebbe ritrovare presto un prestigioso ufficio a Davos. Agli europei, invece, resteranno le bollette, gli scontrini della spesa e i mutui da pagare. Nella grande giostra delle élite europee, le poltrone cambiano occupante. Il conto, quasi mai.

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