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Midterm USA, Trump perde il Congresso. E adesso?

Donald Trump resta alla Casa Bianca, ma come “anatra zoppa“: gli americani gli hanno tolto il controllo del Congresso. Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno consegnato ai Democratici la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, infliggendo ai Repubblicani una sconfitta particolarmente significativa. Il risultato sorprende soprattutto per la sua estensione geografica: Texas, Kansas e South Carolina, tradizionali roccaforti conservatrici, hanno eletto senatori democratici. Una geografia politica che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata difficilmente immaginabile.

I numeri della sconfitta

Secondo le proiezioni elettorali aggiornate del Guardian, i Democratici e i due indipendenti loro alleati conquistano 54 seggi al Senato, contro i 44 repubblicani, con due seggi ancora da assegnare. Alla Camera, i Democratici hanno raggiunto quota 228 seggi contro 139 repubblicani, con 68 collegi ancora da definire. La maggioranza richiesta è di 51 seggi al Senato e 218 alla Camera.

Una precisazione è indispensabile: questi non sono ancora risultati ufficiali definitivi. Negli Stati Uniti le autorità dei singoli Stati certificano i risultati soltanto dopo la conclusione degli scrutini e delle verifiche. Tuttavia, Associated Press, Reuters e le principali televisioni americane considerano ormai acquisita la conquista democratica di entrambe le Camere. I seggi ancora da assegnare potranno modificare i numeri finali, ma non il nuovo equilibrio politico del Congresso.

Tra i risultati più clamorosi figura quello del Texas, dove il democratico James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, ottenendo, secondo i dati parziali diffusi da ABC News, il 54% contro il 44%. Nel Maine, Troy Jackson ha battuto Susan Collins, storica senatrice repubblicana, con il 54% contro il 46%. In Ohio, il democratico Sherrod Brown ha prevalso sul repubblicano Jon Husted. Successi democratici anche in Iowa, Kansas, North Carolina e South Carolina.

Il terremoto ha investito pure le elezioni dei governatori: in Texas Gina Hinojosa ha sconfitto il repubblicano Greg Abbott, mentre in Nevada Aaron Ford ha battuto il governatore uscente Joe Lombardo.

Perché gli americani hanno cambiato idea?

La spiegazione più immediata sarebbe attribuire tutto a un voto contro Trump. Ma la realtà appare più articolata. Gli americani possono discutere all’infinito di immigrazione, ideologia e geopolitica, ma quando devono pagare la spesa e fare benzina tornano a ragionare con il portafoglio.

Secondo le analisi di Associated Press e Reuters, il costo della vita, le difficoltà economiche, i dazi e le preoccupazioni per la corruzione politica hanno avuto un ruolo centrale. I sondaggi condotti tra gli elettori indicano inoltre che una parte considerevole dei votanti ha considerato queste elezioni un’occasione per esprimere insoddisfazione nei confronti del presidente.

A pesare è stata anche la guerra con l’Iran, con le sue ripercussioni sui prezzi energetici e sull’incertezza internazionale. Per Trump, che aveva promesso di evitare nuovi coinvolgimenti militari, è un problema politico non trascurabile. Lo stesso presidente, commentando il risultato, ha ammesso che il conflitto potrebbe avere contribuito alla sconfitta.

C’è poi la questione dei candidati. Diversi repubblicani sostenuti personalmente da Trump sono stati battuti, anche in Stati storicamente conservatori. Il consenso personale del presidente, evidentemente, non è un assegno in bianco che chiunque può incassare. E il tradizionale logoramento del partito che governa, frequente nelle Midterm, questa volta si è sommato alle difficoltà economiche e internazionali.

Un dato significativo emerge dalle rilevazioni citate da Reuters: circa sette elettori su dieci vorrebbero un Congresso capace di esercitare maggiori controlli sulla Casa Bianca. Un’indicazione che suggerisce anche una richiesta di riequilibrio istituzionale, non necessariamente un’adesione completa al programma democratico.

Trump: «Non è una sconfitta personale»

Il presidente ha riconosciuto il successo degli avversari, pur rifiutando di interpretarlo come una bocciatura personale. Ha attribuito parte delle difficoltà alla guerra con l’Iran e alle prestazioni dei candidati repubblicani.

Una distinzione politicamente comprensibile, ma non priva di contraddizioni: durante la campagna elettorale Trump aveva invitato gli americani a votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Ora che il risultato è sfavorevole, prendere le distanze dai candidati sconfitti non cancella il coinvolgimento personale del presidente.

Dall’altra parte, Mike Johnson, presidente repubblicano della Camera, ha riconosciuto la delusione per i risultati, promettendo di lavorare alla ricostruzione del partito. Il leader democratico Hakeem Jeffries, invece, ha celebrato il ritorno del suo partito al controllo del Congresso.

Le conseguenze: Washington cambia equilibrio

Dal 3 gennaio 2027, Trump dovrà confrontarsi con un Congresso controllato dall’opposizione. I Democratici potranno bloccare o modificare importanti provvedimenti legislativi, condizionare la spesa federale e ostacolare le nomine presidenziali che richiedono la conferma del Senato.

Alla Camera potranno inoltre avviare indagini parlamentari sull’amministrazione. Robert Garcia, destinato a guidare la Commissione di vigilanza, ha già lanciato un avvertimento ai Repubblicani: «Lawyer up», ossia, in sostanza, «Preparatevi gli avvocati». Un segnale del clima politico che attende Washington.

Non significa però che Trump sia diventato un presidente senza poteri. Conserverà il comando delle forze armate, le prerogative diplomatiche e il diritto di veto. Per superare quest’ultimo servono maggioranze di due terzi in entrambe le Camere, numeri che i Democratici non possiedono.

Anche sulla politica estera, dall’Ucraina alla NATO, dai rapporti con la Russia a quelli con l’Unione europea, il Congresso potrà intervenire sui finanziamenti e aumentare la pressione politica, senza sostituirsi automaticamente al presidente nella conduzione della diplomazia.

Il 2028 comincia oggi

Per i Democratici, la conquista del Congresso rappresenta un’importante opportunità, ma anche una responsabilità: dovranno dimostrare di saper trasformare la vittoria elettorale in risultati concreti. Per i Repubblicani si apre invece una riflessione sulle ragioni della perdita di consenso e sulla successione presidenziale del 2028.

Le Midterm non hanno cancellato la vittoria di Trump del 2024, né hanno consegnato la Casa Bianca ai Democratici. Hanno però cambiato profondamente gli equilibri di Washington. Il presidente conserva il proprio mandato, ma perde la maggioranza parlamentare che gli aveva consentito di governare con maggiore libertà.

Adesso comincia una partita diversa: due anni nei quali Trump dovrà scegliere quando trattare, quando opporsi e quando utilizzare i poteri che la Costituzione gli riconosce. Perché una cosa è vincere le elezioni presidenziali. Un’altra è governare quando il Congresso è nelle mani degli avversari.

Per seguire gli scrutini ancora aperti o definitivi: Risultati elettorali aggiornati in tempo reale.

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Pubblicato inPolitica

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