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Bulgaria, schiaffo alla linea di Bruxelles e NATO

Iotova stravince con il 57,57%. Sconfitto il candidato filo-occidentale: dalle urne un netto segnale contro la politica della guerra

Le urne bulgare hanno consegnato un risultato difficile da archiviare come un incidente di percorso. Iliana Iotova ha stravinto il ballottaggio presidenziale, battendo nettamente il candidato sostenuto dalle forze riformiste filo-occidentali, Andrey Gyurov. E lo ha fatto dopo una campagna nella quale ha difeso una politica estera più autonoma, il negoziato sull’Ucraina e il rifiuto di mandare soldati bulgari nel conflitto.

I numeri ufficiali della Commissione elettorale centrale bulgara, con il 100% dei protocolli elaborati, sono inequivocabili: Iotova e Kiril Valchev hanno raccolto 1.093.852 voti, il 57,566%. Gyurov e Georgi Kandev 750.251, il 39,483%. Il distacco è superiore ai diciotto punti percentuali.

Al primo turno la partita era stata assai più equilibrata: 34,76% per Iotova e 31,95% per Gyurov. Al ballottaggio la forbice si è spalancata.

La Bulgaria non segue il copione

Bisogna essere precisi: Iotova non propone l’uscita della Bulgaria dall’UE o dalla NATO. Chiamarla semplicemente “anti-UE e anti-NATO” offrirebbe ai suoi avversari il modo più semplice per contestare l’intero ragionamento.

Ma fermarsi a questa precisazione sarebbe altrettanto fuorviante.

Perché la nuova presidente rappresenta una linea sensibilmente diversa da quella delle forze bulgare più saldamente allineate alla politica occidentale sull’Ucraina. Reuters descrive Iotova e il premier Rumen Radev, che l’ha sostenuta, come favorevoli a una soluzione diplomatica del conflitto; Gyurov, al contrario, era appoggiato dai partiti riformisti filo-occidentali, sostiene l’Ucraina e, quando era premier ad interim, aveva firmato un accordo di cooperazione sulla sicurezza con Kiev.

È questo il dato politico sul quale vale la pena soffermarsi.

La Bulgaria rimane formalmente dentro l’architettura euro-atlantica, ma una parte consistente dell’elettorato che si è recato alle urne ha scelto la candidata che rivendica maggiore autonomia nazionale e insiste sulla diplomazia invece che sull’ulteriore coinvolgimento nella guerra.

Il problema si chiama Ucraina

Per anni una parte dell’Europa politica ha trattato il sostegno a Kiev quasi come un test di affidabilità europea: armi, finanziamenti, sanzioni, aumento delle spese militari e una progressiva sovrapposizione fra politica dell’Unione e strategia NATO.

La Bulgaria dimostra che questa linea non raccoglie automaticamente consenso.

Iotova ha insistito sulla difesa degli interessi nazionali bulgari e su una politica estera autonoma. Gyurov rappresentava invece una posizione assai più vicina all’Ucraina e alle forze occidentali.

Gli elettori hanno scelto: 57,57 contro 39,48.

Non significa che il 57,57% dei votanti voglia abbandonare Bruxelles o Washington. Significa qualcosa di più circoscritto ma politicamente rilevante: la proposta maggiormente identificata con il sostegno all’Ucraina e con l’orientamento filo-occidentale è stata nettamente sconfitta.

UE e NATO, l’allineamento non è più scontato

Il voto bulgaro si inserisce così in una questione che attraversa ormai diversi Paesi europei: essere membri dell’Unione Europea significa necessariamente approvare ogni scelta di Bruxelles? Essere membri della NATO comporta aderire senza riserve a ogni passaggio della strategia occidentale sull’Ucraina?

Iotova propone una risposta fondata sulla maggiore autonomia di Sofia.

Ed è precisamente qui che il risultato assume un significato che supera i confini bulgari. Perché l’Europa orientale non è un blocco monolitico e il rapporto storico, culturale e religioso di una parte della società bulgara con la Russia rende ancora più difficile applicare automaticamente a Sofia le categorie geopolitiche elaborate altrove.

Una presidente che parla di diplomazia

Il contrasto fra i due candidati era dunque riconoscibile. Da una parte Gyurov, sostenitore dell’Ucraina e delle forze riformiste filo-occidentali. Dall’altra Iotova, sostenuta da Radev, con l’insistenza sulla soluzione diplomatica della guerra e sulla difesa degli interessi nazionali bulgari.

Le urne hanno premiato nettamente la seconda.

Rimane però una grossa ombra sul risultato: l’affluenza è stata molto bassa, stimata alla vigilia dello scrutinio attorno al 27-29%. Questo impedisce di trasformare il risultato in un plebiscito dell’intera società bulgara contro la politica euro-atlantica.

Ma non cancella ciò che è accaduto fra quanti hanno scelto di votare.

Il messaggio arrivato da Sofia

La Bulgaria non ha votato per lasciare l’Europa. Ha però eletto una presidente che rivendica maggiore autonomia dalla linea dominante occidentale sull’Ucraina, mentre il candidato maggiormente identificato con il sostegno a Kiev è rimasto sotto il 40%.

È questa la fotografia che Bruxelles e le capitali della NATO dovranno leggere senza forzature in un senso o nell’altro.

Il voto non certifica una Bulgaria “fuori dall’Occidente”. Certifica invece che l’appartenenza all’Occidente non equivale necessariamente all’accettazione automatica di ogni scelta compiuta in suo nome.

Ed è forse questo il dato politicamente più scomodo emerso dalle urne bulgare.

Perché 57,566% contro 39,483% non è un’impressione, non è propaganda e non è un titolo di giornale.

È il risultato ufficiale delle urne.

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Pubblicato inPolitica

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