Polizia davanti alla Corte, giudici delegittimati e istituzioni in guerra. Ma se lo fa Tusk, sarebbe democrazia
Immaginate per un istante che tutto questo fosse accaduto con la destra al governo. Polizia davanti alla Corte costituzionale, presidente del Tribunale sospeso, giudici che non riconoscono altri giudici, manifestanti nelle strade, presidente della Repubblica costretto a rientrare precipitosamente dall’estero e governo deciso a smontare pezzo dopo pezzo l’assetto giudiziario costruito dai predecessori.
A Bruxelles sarebbero già partite le sirene. “Democrazia in pericolo”, “deriva autoritaria”, “attacco allo Stato di diritto”. Probabilmente avremmo avuto dichiarazioni indignate, procedure, minacce e lezioni di democrazia impartite con il consueto ditino alzato.
Invece al governo c’è Donald Tusk.
E allora il miracolo: quello che ieri sarebbe stato descritto come un assalto alle istituzioni oggi diventa “ripristino dello Stato di diritto”.
Benvenuti nella democrazia a geometria variabile dell’Unione europea.
Una Corte, due presidenti e una Costituzione tirata da entrambe le parti
La crisi è esplosa il 30 ottobre, quando la giudice Anna Korwin-Piotrowska ha disposto la sospensione per un mese del presidente del Tribunale costituzionale Bogdan Święczkowski e del vicepresidente Bartłomiej Sochański, rivendicando la possibilità di assumere temporaneamente la guida dell’istituzione.
Święczkowski ha risposto che non riconosce la sospensione.
Siamo dunque all’assurdo: la Corte chiamata a stabilire ciò che è costituzionale non riesce nemmeno a stabilire pacificamente chi abbia il diritto di guidarla.
Dietro la resa dei conti ci sono anche i cinque giudici scelti dal Parlamento nel marzo scorso. Il presidente della Repubblica Karol Nawrocki non ne ha ricevuto il giuramento, mentre essi hanno prestato giuramento davanti al presidente del Parlamento. Da una parte vengono considerati legittimati a esercitare le proprie funzioni; dall’altra no.
Non è più un conflitto interpretativo. È una guerra istituzionale.
La fotografia che Bruxelles preferirebbe non vedere
Poi è arrivata l’immagine che manda in frantumi tonnellate di retorica europeista: la polizia davanti al Tribunale costituzionale.
Manifestanti, transenne, agenti antisommossa, tensioni e fermi.
Il presidente Nawrocki ha interrotto il viaggio verso il Senegal ed è tornato a Varsavia denunciando una «violazione dell’ordine costituzionale» e chiedendo il ritiro delle forze di polizia dall’area del Tribunale.
Tusk sostiene naturalmente l’esatto contrario. Per il premier si starebbe finalmente restituendo legalità a una Corte compromessa dalle precedenti riforme del PiS.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi grottesca.
Per salvare l’indipendenza dei giudici si decide quali giudici siano legittimi. Per proteggere la Corte se ne contesta il vertice. Per restaurare lo Stato di diritto si finisce con la polizia davanti al Tribunale costituzionale.
Manca soltanto un cartello: “Operazione democrazia”.
Persino Marco Rizzo parla di “golpe UE”
La denuncia più imbarazzante per la narrazione dominante arriva da Marco Rizzo.
Non Giorgia Meloni. Non Viktor Orbán. Non qualche pericoloso sovranista polacco.
Un uomo proveniente dalla tradizione comunista italiana arriva a parlare esplicitamente di «golpe UE in Polonia».
Naturalmente “golpe” è una definizione politica, non un fatto accertato da una sentenza. Ma proprio per questo la domanda diventa interessante: come siamo arrivati al punto che persino un esponente della sinistra radicale utilizza una parola tanto pesante per descrivere ciò che sta accadendo in un Paese dell’Unione?
Liquidare tutto come propaganda della destra, stavolta, diventa davvero complicato.
Rizzo vede dietro la crisi un’Unione europea intenzionata a piegare la sovranità polacca. Si può contestare questa interpretazione. Non si può però fingere che il problema politico non esista.
Bruxelles, arbitro con la maglia addosso
Per anni la Polonia governata dal PiS è stata trattata come il ragazzaccio dell’Unione. Ogni intervento sulla giustizia diventava materia europea: procedure, sentenze, multe, fondi congelati, ultimatum.
Il messaggio era chiarissimo: la magistratura non si tocca.
Poi è arrivato Tusk.
E improvvisamente la musica è cambiata.
Adesso bisogna rimuovere le conseguenze delle riforme precedenti, ricostruire le istituzioni e riportarle sulla retta via europea.
Curioso concetto di neutralità.
Perché se le istituzioni sono indipendenti soltanto quando sono controllate da persone considerate affidabili da Bruxelles, allora non stiamo più parlando di indipendenza. Stiamo parlando di conformità politica.
Ed è questo il vero scandalo.
L’Unione europea pretende di fare contemporaneamente l’arbitro, il guardalinee e il giudice del VAR, salvo poi scendere in campo con la maglia di una delle due squadre.
La Polonia che Bruxelles non ha mai digerito
C’è inoltre qualcosa di più profondo.
La Polonia conservatrice rappresenta da anni una delle resistenze più robuste all’idea di un’Europa trasformata progressivamente da comunità di nazioni in superstruttura politica, burocratica e ideologica.
Una Polonia gelosa della propria sovranità, della propria storia, della propria identità nazionale e delle proprie radici cristiane.
Ed è precisamente questo che rende lo scontro così feroce.
Non si litiga soltanto sulla composizione di una Corte. Si combatte su chi debba avere l’ultima parola sulla Polonia: i polacchi oppure un sistema europeo sempre più abituato a stabilire quali decisioni nazionali siano politicamente accettabili.
Lo Stato di diritto non può essere “nostro” o “loro”
Oggi, 3 novembre, è prevista una nuova assemblea del Tribunale. Święczkowski continua a contestare l’autorità di Korwin-Piotrowska e lo scontro è tutt’altro che concluso.
La situazione è ormai esplosiva: governo, presidenza della Repubblica e vertici della Corte sostengono interpretazioni incompatibili della legalità costituzionale.
E qui bisogna smetterla con le favole.
Lo Stato di diritto o vale sempre oppure non vale mai.
Non può essere invocato come una clava contro il PiS e diventare improvvisamente elastico quando a governare è Tusk. Non si può gridare all’autoritarismo quando intervengono i conservatori e parlare di “ripristino democratico” quando interventi altrettanto traumatici vengono compiuti dagli europeisti.
Altrimenti non è più diritto.
È convenienza politica travestita da principio morale.
Ecco perché la Polonia riguarda tutti noi. Perché dietro le barricate istituzionali di Varsavia si intravede una domanda che Bruxelles cerca da anni di evitare: l’Unione europea è ancora una comunità di nazioni sovrane oppure è diventata un sistema nel quale la sovranità popolare è tollerata soltanto finché produce risultati graditi?
La risposta arriverà anche da ciò che succederà nei prossimi giorni.
Ma una cosa possiamo già dirla.
Quando per dimostrare che la democrazia è stata finalmente restaurata devi schierare la polizia davanti alla Corte costituzionale, qualcosa nel racconto non torna.
E se la stessa scena, con un governo conservatore, sarebbe stata definita una deriva autoritaria, mentre con Tusk diventa una battaglia per la legalità, allora il problema non è soltanto Varsavia.
Il problema è un’Europa che sembra aver inventato persino il “golpe buono”: quello che diventa accettabile quando a compierlo è la parte considerata politicamente giusta.

Sii il primo a commentare