Taiwan resisterà. E su questo, il neo-presidente Lai Ching-te non sembra avere il minimo dubbio. “Resisteremo ai tentativi di annessione da parte della Cina”, ha affermato con la sicurezza di chi ogni giorno si sveglia sotto l’ombra di Pechino, ma che si rifiuta di essere schiacciato. Perché, diciamocelo, la Cina è sempre lì, un gigante da 1,4 miliardi di abitanti che si agita come un drago arrabbiato, facendo piovere jet da guerra e circolare navi militari nelle acque circostanti. E poi c’è Taiwan, l’isoletta ribelle, con i suoi 23 milioni di abitanti e la determinazione che farebbe impallidire anche una rockstar.
Facciamo due conti: la Cina considera Taiwan una “provincia ribelle”, una questione interna, roba da risolvere in famiglia. Peccato che in famiglia, però, non ci siano più nemmeno le foto insieme. E mentre Pechino continua a battere il tamburo dell’unità nazionale, Taiwan tira dritto per la sua strada, consapevole di avere l’appoggio di mezzo mondo libero, prima fra tutti gli Stati Uniti. Certo, la Cina potrebbe annunciare domani stesso l’inizio di una nuova esercitazione militare nelle acque di fronte a Taipei – è già successo, succede sempre – ma Taiwan non si piega. E perché dovrebbe?
“Annessione” è una parola che ai taiwanesi fa venire l’orticaria. Come chiamare “lobby delle sigarette” un gruppo di medici. Lai lo sa, e non è tipo da farsi mettere all’angolo. Nonostante la Cina continui a usare il pugno di ferro – e parliamoci chiaro, non sono carezze – Taipei risponde con una diplomazia che è come il Tai Chi: usa la forza dell’avversario per schivare e contrattaccare. Il presidente non ha nemmeno finito di prestare giuramento che Pechino ha già iniziato a ruggire. “Segnali pericolosi”, tuona il Partito Comunista Cinese. Pericolosi per chi? Ah già, per chi sogna una Cina unita, ma unita con la forza.
Il problema di fondo, per Pechino, è che William Lai – o Lai Ching-te, per i puristi – è un ostinato sostenitore dell’indipendenza di Taiwan. Non è un timido moderato che aspetta tempi migliori per fare dichiarazioni. No, è uno che parla chiaro, uno che la Cina definisce un “indipendentista pericoloso”. Pericoloso, sì, perché ha l’audacia di dire che Taiwan non è la Cina e non intende esserlo. Pechino, però, non si arrende, continua a lanciare minacce e a organizzare esercitazioni militari proprio davanti a casa di Taiwan, come quel vicino che si ostina a fare rumore fino a tarda notte solo perché ti ha sentito dire che non ti piace il suo giardino.
Ma c’è qualcosa di ironico in tutto questo, e Lai lo sa bene. La Cina è un gigante economico e militare, con una macchina propagandistica che non ha rivali. Eppure, nel cuore di tutti questi proclami e dimostrazioni di forza, è sempre più chiaro che Pechino non riesce a convincere l’unico pubblico che conta: i taiwanesi. E non è solo una questione politica, è una questione di identità. Taiwan non si vede come parte della Cina, e ogni volta che Pechino si arrabbia e minaccia, non fa altro che rafforzare il senso di appartenenza dei taiwanesi alla loro isola.
E Lai, da buon leader democratico, sa che questo è il vero segreto della resistenza di Taiwan. Non sono i jet da combattimento o le navi da guerra a difendere l’isola, ma la volontà del suo popolo di non cedere. Perché alla fine, come spesso accade nei giochi di potere, non è il più forte che vince, ma chi ha il coraggio di non mollare mai. E Taiwan, con il suo piccolo esercito, la sua tecnologia all’avanguardia e il suo sistema democratico, non sembra avere alcuna intenzione di mollare.
E la Cina? Continuerà a ruggire, minacciare, sfoggiare muscoli. Ma c’è una cosa che Pechino non può annunciare con un comunicato stampa: che i taiwanesi non la vogliono. E questo è un problema che nemmeno il più grande esercito del mondo può risolvere.

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