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La nuova Europa: meno parole, più follia

Hai sentito l’ultima? Siediti, perché questa volta l’Unione Europea ha superato se stessa. Dopo averci spiegato con grande solennità come dobbiamo scaldarci d’inverno (preferibilmente con due maglioni e una candela), quante volte lavare i piatti (non troppe, se no l’orso polare piange), e quante mucche possiamo guardare negli occhi prima che il loro sguardo emetta troppa CO2, ecco la nuova frontiera della follia burocratica: la guerra alle parole.

Sì, hai capito bene. Non alla crisi economica, non all’immigrazione incontrollata, non alla disoccupazione giovanile. No! Il vero nemico dell’Europa, la grande minaccia alla civiltà, sono le parole. Ma non tutte: solo quelle che hanno la grave colpa di essere troppo… normali.

La Commissione Europea ha redatto un manuale ufficiale di ben 61 pagine per indicare a legislatori, funzionari e traduttori quali parole devono essere bandite dai documenti ufficiali. Non un suggerimento, badate bene, ma una direttiva. Perché la neolingua woke non ammette eccezioni.

E cosa ci impongono i nuovi custodi della virtù lessicale?

Primo: via “marito” e “moglie”. Troppo retrogradi, troppo legati alla realtà della famiglia naturale. Meglio un bel “coniuge”, freddo, burocratico e impersonale, che non offenda nessuno (tranne il buon senso). Perché mai dovremmo riconoscere l’esistenza di un legame affettivo tra un uomo e una donna? Troppo audace!

Secondo: non si dica più “nome di battesimo”. Che orrore! Richiama le radici cristiane dell’Europa, e noi, ovviamente, dobbiamo vergognarcene. D’ora in poi solo “primo nome”, ché non si sa mai, qualcuno potrebbe offendersi. E se un cristiano si sente offeso dalla cancellazione della sua identità? Ah, problema suo!

Terzo: censura totale per tutte le parole contenenti “man”, come “mankind” (umanità) o “fisherman” (pescatore). Perché richiamano il maschile, e questo non è accettabile nel nuovo paradiso del politicamente corretto. A nulla serve spiegare che “mankind” non indica un branco di maschi barbuti che dominano il mondo, ma semplicemente… l’umanità. L’importante è purificare il vocabolario.

Quarto: abolizione di “he” e “she”. Perché mai dovremmo distinguere il sesso biologico? Troppo binario, troppo retrò. Meglio “they”, il magico pronome neutro che livella tutto e tutti, così non si rischia di urtare la sensibilità di qualcuno (anche se, di fatto, si urta quella di tutti gli altri).

Ora, a qualcuno potrebbe sembrare ridicolo. E in effetti lo è. Ma è anche terribilmente serio.

Oggi queste norme vengono imposte nei documenti ufficiali. Domani le troveremo nei libri scolastici, nei programmi educativi, nei media. Dopodomani diventeranno la nuova normalità per i nostri figli, che cresceranno senza sapere cos’è una moglie, un marito o una madre. E chi proverà a usare ancora queste parole sarà tacciato di “discriminazione”.

E mentre i burocrati di Bruxelles giocano a reinventare la lingua, l’Europa affonda tra crisi economica, disoccupazione e instabilità sociale. Ma, tranquilli, il vero problema è il vocabolario. Basta chiamare la povertà con un altro nome, ed è risolta. Basta non dire più “crisi”, e tutto andrà magicamente bene.

Benvenuti nella nuova Europa: meno parole, più follia.

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