In un’Italia dove tutto sembra rovesciato, dove i valori si invertono e le priorità si capovolgono, anche otto minuti possono diventare un caso. Otto minuti che bastano per capire chi può disturbare e chi no, chi ha il diritto di alzare la voce e chi invece deve tacere e spegnere l’amplificatore. Otto minuti per mostrare, ancora una volta, che a Torino comandano il rumore ideologico e il silenzio ipocrita, e che lo zelo delle autorità si attiva solo quando sa di non rischiare nulla.
Il contest dell’oratorio: musica, giovani e senso civico
Siamo nel cuore di Vanchiglia, uno dei quartieri più vivaci e al tempo stesso più abbandonati di Torino. Sabato 10 maggio 2025, l’oratorio della Parrocchia di Santa Giulia, una realtà educativa e aggregativa preziosa per il territorio, organizza la serata finale della 43ª edizione di “Maggio in Oratorio”, con il contest musicale “Tanto pè canta!”. Ragazzi, chitarre, entusiasmo, un pubblico composto da famiglie e amici. Il permesso per la musica c’è, valido fino alle 23.30. Alle 23.38 si sta ancora suonando: manca una canzone. Tutto tranquillo, nessun caos.
Eppure, alle 23.38 spaccate, una pattuglia della polizia municipale si presenta minacciosa ai cancelli. Perché? Perché qualcuno ha chiamato. Qualcuno tra i vicini, evidentemente allergico al suono di una canzone cantata da ragazzi educati in un oratorio. Insofferenti, pronti al telefono, probabilmente affezionati al silenzio tombale del sabato sera… salvo poi sopportare (e magari tollerare) la giungla del sabato notte. Forse, quegli stessi che nulla dicono quando il quartiere diventa invivibile per la malamovida e i decibel illegali di Askatasuna.
Don Paolo, il religioso che ha obbedito nonostante tutto
A gestire la situazione è don Paolo Pietroluongo, giovane sacerdote romano, ordinato nel 2015, missionario appartenente alla Fraternità San Carlo Borromeo, oggi vice parroco di Santa Giulia. Prende il microfono, con dignità e amarezza, e annuncia la fine forzata del concerto. Niente rabbia, niente polemiche. Solo senso civico, rispetto per la legge, educazione. «Proprio in questa via qui è pieno di spacciatori, soprattutto nel weekend. Venerdì e sabato è fuori controllo», dirà poi. Ma a loro, si sa, nessuno suona il campanello per farli smettere.
La sua scelta di non reagire ha fatto rumore. La sua obbedienza silenziosa è stata più eloquente di mille slogan urlati in piazza. Ha mostrato che la Chiesa educa, forma e testimonia, anche quando viene umiliata da una burocrazia cieca e da cittadini sempre pronti ad alzare il telefono… ma solo contro chi non fa paura.
Il solito doppiopesismo: i preti sì, Askatasuna no
Non distante da lì, in corso Regina Margherita 47, c’è il centro sociale Askatasuna, attivo dal 1996, famoso in tutta Italia non tanto per le sue attività culturali, quanto per le proteste violente, gli scontri con la polizia, le occupazioni, e perfino un processo per associazione a delinquere. Nei fine settimana, l’area intorno diventa un girone dantesco: bottiglie, droga, urla, traffico. Ma lì, la pattuglia non ci va. E se ci va, ci resta poco. Perché lì il “disturbo” è autorizzato. Lì, il fastidio è ideologico, e quindi giustificato.
E i vicini? Zitti. C’è chi racconta che abbiano smesso persino di chiamare, perché tanto “non serve a nulla”. E allora fa rabbia vedere che invece, quando c’è di mezzo una parrocchia, c’è chi si riscopre improvvisamente custode del decoro urbano.
Vicini sordi il sabato… ma solo con Askatasuna
Chi ha chiamato quella sera i vigili? Chi ha deciso che otto minuti di musica giovanile in un oratorio parrocchiale fossero intollerabili? Non lo sappiamo con certezza, ma un’idea ce la si può fare. Forse sono gli stessi che il sabato successivo non troveranno nulla da ridire sugli schiamazzi, sulle risse e sulla musica martellante che escono regolarmente dal centro sociale Askatasuna. Forse sono quelli che tollerano tutto quando il rumore viene da chi “lotta” per la causa giusta (o presunta tale), ma si indignano se a suonare sono dei ragazzi con una chitarra e una fede.
Sono i vicini inflessibili con chi non fa paura, ma miracolosamente sordi quando il disordine si maschera da attivismo sociale. Sono quelli che vedono nello zelo della parrocchia un fastidio, ma nella malamovida un “dato di fatto”.
E allora viene da pensare che certi vicini si meritino davvero la città che contribuiscono a rovinare. Perché quando si colpisce il bene e si tollera il disordine, quando si chiama il vigile per otto minuti di concerto e si tace su anni di occupazioni abusive, allora vuol dire che la decadenza non è solo colpa di chi governa, ma anche di chi guarda e tace. O peggio: chi guarda e denuncia… ma solo i buoni.
Otto minuti che raccontano la resa delle istituzioni
La municipale, si dirà, ha solo fatto il proprio dovere. Ma dov’era, la municipale, le decine e decine di sere in cui Askatasuna trasformava il quartiere in una discoteca a cielo aperto? Dov’erano i solerti agenti, i paladini del regolamento, quando Vanchiglia si riempiva di urla, risse, droga e alcol a fiumi?
La verità è che il Comune, sindaco catto-comunista Stefano Lo Russo in primis, ha deciso: si mostra duro con chi non reagisce, con chi sa obbedire. Il religioso è il bersaglio perfetto. L’oratorio, l’anello debole. Loro non faranno cortei. Non incendieranno cassonetti. E allora – vai con l’intervento – che dà l’illusione dell’ordine mentre si tollera l’anarchia vera.
Una testimonianza che vale più di mille slogan
Eppure, in tutto questo, don Paolo ha fatto molto più rumore del centro sociale. Ha testimoniato. Ha dato una lezione di civiltà e di carità. Ha ricordato che il rispetto per la legge non dipende dal consenso che si riceve, ma dalla verità che si vive. Ha mostrato che il Vangelo non è una bandiera da sventolare, ma una croce da portare. Anche per otto minuti.
Vanchiglia, specchio di un’Italia al contrario
Questo episodio è lo specchio perfetto di una Torino che ha paura dei forti e perseguita i miti, che punisce chi educa e premia chi devasta, che ascolta le lamentele dei vicini col dito facile sul telefono… ma resta sorda alle urla di degrado che da anni denunciano la deriva dei centri sociali.
E allora sì, forse è il caso di dirlo: certi vicini si meritano la malamovida, con la musica a tutto volume, il vomito sotto casa e lo spaccio a ogni angolo. Se la sono scelta. Se la sono tenuta. E quando poi avranno bisogno di educatori, di valori, di un luogo sicuro per i figli… beh, sappiano che la parrocchia c’era. C’era anche quella sera. Ma l’hanno fatta zittire. Dopo appena otto minuti.

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