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Mordvichev è vivo e comanda: smascherata la bufala dei media italiani

Il 16 maggio 2025 segna una svolta clamorosa nella narrazione mediatica del conflitto russo-ucraino: il generale Andrei Mordvichev è stato nominato Comandante in Capo delle Forze di Terra della Federazione Russa. A confermare la notizia sono fonti ufficiali di Mosca, l’agenzia Reuters e persino il Kyiv Independent, testata filo-ucraina nota per la sua linea critica verso il Cremlino. La nomina segna non solo un avanzamento di carriera per un alto ufficiale russo, ma demolisce definitivamente una delle bufale più clamorose diffuse dalla stampa italiana durante la guerra: la sua presunta morte nel marzo 2022.

Una “morte” mediatica smentita dai fatti

Nel marzo 2022, numerosi media italiani – tra cui ANSA, Il Fatto Quotidiano, Il Corriere della Sera, Rai News e Open – riportarono con sicurezza la notizia della morte di Mordvichev, attribuendola a fonti ucraine e rilanciandola senza verifiche indipendenti. Il generale, si diceva, era stato ucciso a Chornobaivka in seguito a un’offensiva ucraina. La notizia, tuttavia, non venne mai confermata da fonti russe, né supportata da prove concrete, come immagini, video o comunicazioni ufficiali.

Oggi, la sua presenza documentata in operazioni militari successive – compreso l’assedio di Mariupol nel 2022 e la conquista di Avdiivka nell’aprile 2024 – certifica l’assurdità di quelle affermazioni. Non solo Mordvichev non è mai morto: ha continuato a comandare, ricevendo persino l’onorificenza di “Eroe della Russia” da Vladimir Putin.

La tecnica del “condizionale strategico” e il ruolo di Open

Particolarmente emblematico è il ruolo giocato da Open, testata che si autodefinisce campione del fact checking. In un passaggio dell’epoca si legge:

“[…] dove sarebbe morto il quinto generale russo, Andrej Mordvichev […]”.

Il “sarebbe morto” è un condizionale usato in modo strumentale: una formula linguistica che non assume piena responsabilità dell’affermazione, ma che allo stesso tempo la inserisce in un contesto retorico volto a renderla credibile. In questo caso, il riferimento era a un discorso del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, usato da Open senza filtri né analisi critica. Così, una notizia priva di fondamento è stata inserita nel flusso informativo italiano con l’autorevolezza di un fatto, amplificata da giudizi moralistici e accuse d’incompetenza rivolte all’esercito russo.

Questo schema – uso del condizionale, assenza di prove, allineamento narrativo – è diventato una costante del giornalismo bellico occidentale.

Il silenzio imbarazzante dei media italiani

A distanza di anni, nessuna delle testate che avevano diffuso la falsa notizia ha ritenuto necessario pubblicare una rettifica o assumersi la responsabilità dell’errore. Nessun mea culpa, nessuna inchiesta di verifica. Solo silenzio. Un silenzio che, in un’epoca in cui la credibilità dell’informazione è in crisi, suona come una confessione implicita di faziosità e superficialità.

Una nomina che svela le falle dell’informazione “di guerra”

La promozione di Mordvichev in cima alla gerarchia militare russa è un fatto politico e militare importante, ma soprattutto è una prova tangibile di quanto le guerre moderne vengano combattute anche sul piano mediatico. La narrazione dominante nei media italiani, spesso schierata senza esitazioni con la linea atlantista, ha mostrato ancora una volta la sua vulnerabilità alla propaganda e alla mancanza di rigore.

La verità, in questo caso, ha impiegato tre anni per emergere, ma è arrivata con il peso di una smentita ufficiale: non da parte di un canale di propaganda russa, ma da fonti occidentali e ucraine.

Servirebbe un altro giornalismo

Il caso Mordvichev non è un’eccezione. È solo l’ennesima dimostrazione che l’informazione italiana, e più in generale quella occidentale, ha abdicato al suo ruolo di controllo e verifica, scegliendo di diventare uno strumento narrativo utile agli equilibri geopolitici dominanti.

Invece di ricercare la verità, molti giornalisti oggi cercano conferme alle proprie convinzioni politiche. Invece di informare, contribuiscono a costruire realtà virtuali funzionali a un determinato schieramento.

Se vogliamo recuperare un’informazione credibile, occorre ripartire dai fondamentali: verifica delle fonti, confronto tra versioni, rifiuto dei dogmi e capacità di mettere in discussione anche ciò che “piace” di più.

Perché la verità non è una bandiera. È un dovere.

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Pubblicato inGuerra

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