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Giornalisti col guinzaglio arcobaleno

Che l’Ordine dei Giornalisti da tempo abbia smesso di rappresentare davvero tutti i giornalisti non è più una sorpresa. Ma che oggi, nel 2025, si presti a sfilare dietro lo striscione arcobaleno del Torino Pride, è la conferma definitiva di una deriva ideologica travestita da “impegno civile”. La retorica è sempre la stessa: combattere ogni forma di discriminazione. Bene. Giustissimo. Soprattutto quando si tratta di persone che vivono con serietà, riservatezza e rispetto la loro condizione. Ma il problema è un altro. Perché in nome dell’inclusione si è ormai passati all’esclusione. Soprattutto di chi osa pensarla diversamente.

Il Pride e la narrazione unica: se non ti inginocchi, sei fuori

La partecipazione ufficiale dell’Ordine dei Giornalisti al Torino Pride non è un atto neutro. Non è un gesto di apertura, è una dichiarazione di militanza. L’Ordine non si limita ad affermare il diritto alla non discriminazione — principio ovviamente più che condivisibile — ma prende posizione a favore di una precisa agenda ideologica, culturale e politica: quella del cosiddetto “progressismo di genere”.
E chi non ci sta? Chi ritiene il Pride una carnevalata grottesca e offensiva? Chi – come tanti cattolici praticanti – ne percepisce i toni come una profanazione del senso del corpo, della sessualità e della famiglia?
Viene bollato come retrogrado, omofobo, intollerante. Discriminato. E zittito.

L’inganno del linguaggio: inclusione per pochi, esclusione per molti

È curioso come il Pride, che si proclama “manifestazione inclusiva”, sia diventato un dogma culturale da cui non si può dissentire senza rimetterci la reputazione.
L’inclusività si applica solo a chi aderisce al copione. E questo copione è diventato legge morale anche per l’Ordine dei Giornalisti, che — da garante della libertà di stampa — si è trasformato in pasdaran del pensiero unico.

Il comunicato di adesione dell’Ordine al Pride è il classico compitino progressista: “contro ogni discriminazione”, “a favore dei diritti”, “per una società aperta”. Parole vuote che sembrano copiate da un manifesto dell’UNAR. Ma dietro quelle frasi c’è l’ipocrisia di chi pretende di difendere i diritti… negando quelli di chi dissente.

Cattolici e professionisti discriminati: nessuno s’indigna

Eppure i casi si moltiplicano: giornalisti cattolici messi all’angolo perché non si allineano alla narrazione dominante; colleghi ridicolizzati per aver espresso dubbi sulla maternità surrogata o sull’uso del corpo come strumento di propaganda; redattori esclusi perché “poco sensibili ai temi LGBTQ+”.
Se non è discriminazione questa, cos’è?

L’Ordine dei Giornalisti dovrebbe essere baluardo della libertà professionale e della pluralità d’opinione. Invece si comporta come un organo militante, che pretende uniformità ideologica. Il risultato?
Il giornalismo italiano rischia di diventare una fabbrica di conformismo, dove l’unica diversità permessa è quella che conviene al sistema.

Una finta neutralità che diventa complicità

La domanda è semplice: che c’azzecca l’Ordine dei Giornalisti con il Pride?
Qual è il nesso tra la deontologia professionale e le sfilate paillettate con carri, drag queen, Big Mama e slogan urlati? Nessuno, ovviamente. Ma ormai tutto è politica. Tutto è ideologia. Anche l’informazione.

Se l’Ordine aderisce ufficialmente a una manifestazione come il Pride, di fatto si schiera. E lo fa con il peso istituzionale di un’autorità professionale che dovrebbe invece garantire equidistanza.
Non si è chiesto ai giornalisti se erano d’accordo. Non si è aperto un dibattito interno.
Si è deciso dall’alto, come nei regimi ideologici.

Serve coraggio, non allineamento

L’adesione al Torino Pride da parte dell’Ordine dei Giornalisti è dunque l’ennesimo segno di una deriva conformista e ideologica che ha trasformato molte istituzioni in megafoni della cultura dominante. Ma c’è chi non ci sta. C’è chi ha il coraggio di dire “No, grazie” mettendoci la faccia. E magari, proprio per questo (come il sottoscritto), si dimette. Perché la libertà, quella vera, comincia col rifiutarsi di partecipare a una menzogna colorata di arcobaleno.

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