Il 17 luglio il “testo unico” sul suicidio assistito arriverà in Senato: una legge che, mascherata da scelta libera, rischia di inaugurare una stagione di delega sistematica alla morte anziché alla cura. Dietro slogan rassicuranti – “libertà di scelta”, “diritto all’autodeterminazione” – si nasconde un meccanismo pronto a erodere il valore inalienabile della vita e a trasformare fragilità in stanchezza sociale.
Il “tribunale della vita e della morte”
Il fulcro della proposta è la creazione di un comitato – nominato dal governo, senza vincoli di rappresentanza reale delle forze civiche o sanitarie – chiamato a stabilire se la sofferenza di un malato sia talmente insopportabile da giustificare l’aiuto a togliersi la vita. È un’autorità burocratica con potere discrezionale: non un giudice terzo, ma un “tecnico” della decisione estrema. Invece di rafforzare le protezioni sociali e sanitarie, lo Stato si arroga il diritto di valutare la dignità residua di ogni persona.
Le cure palliative rinviate
Il testo prevede garanzie per le cure palliative, ma solo dal 2028 in poi. Nel frattempo, la “soluzione” del suicidio assistito sarebbe disponibile subito. È un messaggio inquietante: la morte come opzione prioritaria e immediata, l’assistenza e il sollievo dal dolore come promessa futura e subordinata. Questo squilibrio oppone al cittadino un bivio iniquo: “So che potrai curarti un giorno, ma se non vuoi aspettare ti accompagno a morire adesso”.
La figura del “tecnico della morte”
Scompare l’omicidio, nasce un “servizio”: legalizzare chi presta sostegno nel suicidio trasforma un crimine in una prestazione professionale. Con un decreto diventa routine ciò che fino a ieri era ricatto ultimo della disperazione. Invece di promuovere una cultura della cura, si afferma quella della resa: il malato non è più assistito fino alla fine, ma preparato alla morte come atto di responsabilità.
Rischio di “società dello scarto”
Una legge che offre la morte a chi soffre manda un segnale chiaro: alcune vite non valgono il costo dell’assistenza. Le esperienze estere confermano il pericolo. In Canada, il programma di “medical assistance in dying” si è esteso ai disabili con suggestioni economiche di risparmio sui sussidi; in Olanda, si è arrivati a casi di eutanasia per ragioni psicologiche e di età minorile. Oggi un diritto per pochi, domani un dovere per molti: chi pesa sulla comunità diventa spinto verso l’uscita di sicurezza.
Il dovere della cura e della solidarietà
La vera libertà non è scegliere la morte quando si è lasciati soli, ma scegliere la vita perché sostenuti fino all’ultimo respiro. Una società civile non delega la disperazione a una commissione, ma investe in strutture palliative, formazione degli operatori, supporto familiare e psicologico. Di fronte al trapasso, l’unica verità è che una vita in pericolo va sempre difesa, non soppressa.
Un bivio pericoloso
Il suicidio assistito, presentato come conquista di civiltà, si rivela un bivio pericoloso: non siamo noi che “scegliamo” veramente, se intorno manca il progetto di cura. Accogliere la proposta così com’è significa abbracciare una deriva in cui la fragilità diventa motivo di abbandono e la morte una salutare “soluzione”. Se davvero vogliamo onorare la dignità umana, impegniamoci prima di tutto a rendere insopportabile l’idea che lo Stato rinunci a curare la sofferenza. Dalla qualità della vita non si torna indietro: scegliamo di salvare, non di cancellare.

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