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Addio a Monsignor Cesare Nosiglia, vescovo dal cuore aperto

Si è spento mercoledì mattina, all’alba, monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo emerito di Torino, figura centrale della Chiesa italiana per oltre cinquant’anni. Il suo nome resterà legato a un episcopato vissuto non dietro le scrivanie, ma tra le persone, nei quartieri fragili, dentro le contraddizioni della città. Un vescovo che ha scelto di abitare la frontiera, facendo della solidarietà concreta e dell’accoglienza le colonne portanti del suo impegno pastorale.

Un cammino tra i poveri, da Roma a Torino

Nato a Rossiglione, in provincia di Genova, nel 1944, e ordinato sacerdote nel 1968, Nosiglia ha attraversato la Chiesa italiana da protagonista. È stato direttore dell’Ufficio Catechistico nazionale della CEI, vescovo ausiliare e poi vicegerente a Roma, quindi vescovo di Vicenza e infine arcivescovo di Torino, dal 2010 al 2021. In tutte queste tappe, ha messo sempre al centro i giovani, gli ultimi, i senza voce.

Ma è a Torino che il suo stile pastorale ha trovato la massima espressione. In una città segnata dalla crisi industriale e dall’aumento delle diseguaglianze, Nosiglia non si è limitato a denunciare. Ha agito. Quando si è accorto che sempre più persone – italiani e immigrati – finivano per strada, ha fatto appello alle parrocchie, agli istituti religiosi, ma anche alle famiglie private, chiedendo loro di aprire le porte delle proprie case per offrire una sistemazione, anche temporanea, a chi era rimasto senza nulla. Non una predica: un gesto.

La profezia di un vescovo con la strada nel cuore

La sua fu una vera “pastorale del marciapiede”, come la definivano in molti. Non parlava dall’alto, ma dal basso, al fianco di chi non aveva nulla. Conosceva per nome famiglie rom, senzatetto, ragazzi alla deriva. A loro non offriva solo parole, ma attenzione, ascolto, mediazione. È celebre la sua Lettera pastorale del 2012, “Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio”, un testo dedicato ai nomadi, spesso trattati come problema e non come persone.

Aveva il coraggio di guardare dove altri voltavano lo sguardo. Lo faceva con discrezione, senza mai imporsi. Ma con fermezza, soprattutto quando denunciava la “doppia città” di Torino: da una parte quella garantita, benestante, visibile; dall’altra, quella invisibile fatta di precari, disoccupati, sfrattati, giovani smarriti. A quest’ultima città Nosiglia ha dedicato la sua voce e la sua presenza.

Sindone, giovani, e una Chiesa da ripensare

Molto amato anche dai giovani, Nosiglia ha accompagnato intere generazioni nel loro cammino di fede, sin dai tempi del Giubileo del 2000 a Tor Vergata. Ma il suo legame più visibile con Torino è stato quello con la Sindone. Promosse ostensioni pensate per i malati, i giovani, e persino durante il lockdown del 2020, trasformando il Sacro Lino in segno di conforto e unità in tempi di paura.

Nel 2015, fu lui ad accogliere papa Francesco in visita alla città, in occasione dell’ostensione pubblica, un evento che Nosiglia volle intrecciare con un’azione pastorale diffusa, capillare, inclusiva. Perché per lui la fede non poteva restare chiusa in cattedrale: doveva entrare nelle case, nei dormitori, nei luoghi dove si soffre e si lotta.

Un’eredità che parla al presente

Anche dopo il suo ritiro ufficiale, monsignor Nosiglia ha continuato a farsi presente. Con il suo stile schivo ma determinato, con la sua idea di Chiesa “in uscita”, povera tra i poveri, come spesso la descriveva. Ha indicato una via fatta di apertura, ascolto, concretezza. Ha ricordato, senza mai stancarsi, che la carità non è un’opzione, ma una responsabilità.

La sua eredità è viva nei volti delle persone che ha aiutato, nei gesti che ha ispirato, nelle comunità che ha coinvolto. Non ha mai smesso di chiedere a tutti – parrocchie, istituti, cittadini – di farsi prossimi. Non con la teoria, ma con le chiavi di casa.

Torino lo saluta con gratitudine. Non solo la Chiesa, ma tutta quella parte della città che lui ha saputo vedere, riconoscere e amare quando molti facevano finta di non accorgersene. Monsignor Nosiglia lascia un segno che non sbiadisce: quello di chi ha creduto, davvero, che nessuno debba sentirsi straniero.

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Pubblicato inReligione

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