Una sceneggiata già scritta. Così si potrebbe sintetizzare l’ennesima trovata della cosiddetta Global Sumud Flotilla, quella spedizione di attivisti in barca che, a sentir loro, voleva “portare aiuti umanitari a Gaza”, ma che nei fatti si è rivelata l’ennesima gita turistica camuffata da missione internazionale. Altro che pescatori generosi che mollano le reti per caricare viveri: qui si è trattato di un raduno ben finanziato, con tanto di imbarcazioni di tutto rispetto, equipaggi organizzati e regia comunicativa pronta a sfruttare l’inevitabile epilogo.
L’idea e il copione già pronto
Il copione era chiaro fin dall’inizio. Si inventa una flottiglia “umanitaria”, la si lancia con grande clamore mediatico, si imbarcano personaggi vari (pacifisti di professione, attivisti più o meno prezzolati e politicanti a caccia di visibilità), si issano bandiere colorate e ci si dirige verso le acque israeliane con l’obiettivo non di portare aiuti concreti, ma di forzare la mano a Tel Aviv. Una provocazione studiata a tavolino: perché tutti sapevano, e lo sapevano soprattutto gli organizzatori, che Israele non permette e non permetterà mai un ingresso incontrollato via mare verso Gaza.
La storia recente lo dimostra. Ogni volta che si è tentato questo gioco, la risposta israeliana è stata la stessa: blocco, sequestro e rimpatrio. Ma è proprio questo che hanno cercato i promotori: non un corridoio per aiuti, ma una sceneggiata da raccontare alle piazze e ai social.
La navigazione “turistica”
E infatti, tra una conferenza stampa e un party a bordo, la flottiglia ha navigato come se fosse un tour operator alternativo. Alcuni hanno parlato di “vacanza travestita”, altri di “crociere della solidarietà”. Basta vedere le immagini delle imbarcazioni, più vicine agli yacht che ai pescherecci: altro che eroici marinai, qui siamo alla parodia. Un manipolo di benestanti in cerca di una bandierina da sventolare per poi tornare a casa a raccontare di aver sfidato il “blocco israeliano”.
La reazione di Israele: nessuna sorpresa
E alla fine è successo ciò che era scritto. Le autorità israeliane, già settimane fa, avevano annunciato che avrebbero fermato qualsiasi tentativo di ingresso via mare. Così è stato. Le unità navali hanno intercettato la flottiglia, l’hanno bloccata senza colpo ferire e hanno rimandato al mittente gli aspiranti “eroi del Mediterraneo”. Una mossa ovvia, scontata, inevitabile. Ma che adesso viene dipinta dai soliti noti come “atto di forza”, “provocazione militare”, “abuso di potere”. Tanto da giustificare addirittura un altro sciopero generale.
La verità è che gli organizzatori sapevano perfettamente come sarebbe finita. E contavano proprio su questo per costruire l’ennesima narrativa anti-israeliana, utile a gettare fango e a riempire le piazze europee di slogan.
Il tentativo maldestro di colpire il governo Meloni
E qui entra in scena l’Italia. Perché dietro la farsa della flottiglia c’era anche un obiettivo politico interno: mettere in difficoltà il governo Meloni, farlo apparire immobile o complice, trascinarlo nell’ennesima polemica di piazza. Ma questa volta il tentativo è fallito.
Il governo, in questa vicenda, si è mostrato inappuntabile: ha gestito il dossier con fermezza e lucidità, senza cadere nelle provocazioni e senza concedere appigli polemici. Chi sperava in un passo falso si è ritrovato con un pugno di sabbia in mano.
La morale della storia
Ecco allora l’ennesimo bluff smascherato. Una flottiglia che di umanitario aveva solo il nome, un gruppo di attivisti che di “eroico” avevano solo i comunicati stampa, e una missione che si è rivelata per quello che era: una vacanza travestita da battaglia politica.
Alla fine, Israele ha fatto quello che aveva annunciato, il governo italiano ha fatto quello che doveva, e gli attivisti hanno fatto quello che sanno fare meglio: la parte delle vittime davanti ai microfoni. Una commedia già vista, che però questa volta non ha incantato nessuno.

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