La nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Teatro La Fenice ha scatenato una polemica che sembra più un processo mediatico che un dibattito culturale. Da giorni quotidiani, critici e persino una parte dell’orchestra ripetono accuse di ogni tipo: scarsa esperienza, scelta calata dall’alto, persino favoritismi politici. Ma se si entra nel merito della vicenda, si scopre che molte di queste contestazioni sono più rumorose che fondate.
Una scelta autonoma, non imposta
Il sovrintendente Nicola Colabianchi lo ha spiegato chiaramente: la decisione è stata sua. Non un diktat politico, non una manovra di palazzo. Ha conosciuto Venezi, ha già lavorato con lei in passato e ha scelto di puntare sul suo profilo artistico e sul suo carisma. Non solo: ha voluto blindare la nomina prima che il dibattito pubblico la trasformasse nell’ennesima guerra ideologica tra guelfi e ghibellini. Insomma, altro che imposizione dall’alto: è stata una scelta di campo, magari rischiosa, ma assunta con piena responsabilità.
L’errore delle tempistiche
Colabianchi si è scusato per non aver aperto un confronto preventivo con i lavoratori del teatro. Avrebbe voluto farlo, ha ammesso, ma le indiscrezioni filtrate e l’imminente tempesta mediatica lo hanno spinto ad accelerare. È vero, questo ha creato malumori interni, ma non significa che la nomina sia illegittima o improvvisata. Anzi, il sovrintendente insiste sul fatto che Venezi non sarà l’unica bacchetta della Fenice: la sua presenza sarà affiancata da direttori internazionali di primo piano, in un equilibrio che mescola continuità e innovazione.
Le critiche all’esperienza
Chi la attacca ripete fino alla nausea che non avrebbe il curriculum per guidare un teatro come la Fenice. È vero che non ha ancora diretto un grande titolo operistico in laguna, ma ridurre la sua carriera a questo dettaglio significa ignorare anni di concerti, tournée, collaborazioni internazionali. Molti grandi direttori hanno iniziato lontano dall’opera prima di affrontarla: perché a lei non dovrebbe essere concesso lo stesso percorso?
La questione politica
Altri puntano il dito contro le mai nascoste simpatie politiche di Venezi o, peggio ancora, del padre. Ma davvero le idee personali di un’artista dovrebbero diventare un tribunale che ne decide la carriera? Sarebbe un precedente pericoloso. La musica non è un congresso di partito. Se un artista deve essere giudicato, lo si faccia sulla qualità del suo lavoro, non sulla sua collocazione politica.
La favola delle disdette
Infine, la minaccia delle “disdette di massa”. La realtà è che, su oltre duemila abbonamenti, solo tre sono stati annullati. Numeri ridicoli, ben lontani dalla catastrofe evocata da certi titoli. Sembra più la costruzione di una narrativa allarmista che un dato reale. Il pubblico della Fenice non è scappato, e difficilmente lo farà.
Le querele: difendere la dignità
Finora Beatrice Venezi ha scelto il silenzio, lasciando che le polemiche si consumassero senza reagire. Ma dietro le quinte, ha avviato le prime querele per diffamazione contro chi ha passato il limite delle insinuazioni gratuite. E fa bene: la critica è legittima, l’offesa no. Difendere la propria dignità non è arroganza, è un dovere verso se stessi e verso la professione.
Perché darle una possibilità
La verità è che, al netto delle polemiche, la Fenice ha bisogno di nuova linfa. I teatri italiani rischiano di restare chiusi nelle stesse logiche, con cartelloni che parlano solo agli addetti ai lavori. Venezi ha un linguaggio diverso, sa comunicare, può intercettare un pubblico più ampio. Forse è proprio questo che dà fastidio: l’idea che il mondo della lirica possa uscire dall’autoreferenzialità.
E allora la domanda da porsi non è “ha già fatto abbastanza per meritare questo ruolo?”, ma “perché non dovrebbe avere l’opportunità di dimostrarlo?”. In fondo, il giudizio vero arriverà sul podio, non sui giornali.

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