Oggi l’Italia celebra San Francesco d’Assisi, il suo Patrono, e finalmente può guardare avanti con una certezza in più: dal 2026 il 4 ottobre tornerà a essere festa nazionale. Non accadeva dal 1977, quando la ricorrenza fu cancellata dal calendario civile per motivi economici e di opportunità politica. Una ferita che durava da quasi cinquant’anni e che ora viene sanata. È un gesto non solo simbolico, ma identitario: il Paese torna a riconoscersi nel santo che più di ogni altro ne ha segnato la storia e lo spirito.
Il giovane Giovanni che sognava la gloria
Prima di diventare il Poverello d’Assisi, Francesco era semplicemente Giovanni di Pietro di Bernardone, figlio di un ricco mercante di stoffe. Ragazzo spensierato, amante dei piaceri, con il sogno della cavalleria e della gloria militare. Partecipò persino alla guerra tra Assisi e Perugia, ma fu catturato e imprigionato. La prigionia e la malattia lo cambiarono: i giorni lunghi e silenziosi lo misero di fronte a se stesso e lo prepararono alla svolta.
Quando tornò libero, non era più lo stesso. I suoi amici lo prendevano in giro per la sua eccentricità: non voleva più banchetti, cavalcate, feste. Sentiva che Dio gli chiedeva qualcosa di radicale. E infatti, un giorno davanti al vescovo, fece un gesto rimasto scolpito nella memoria collettiva: si spogliò di tutto, nudo, restituendo persino i vestiti al padre. Da quel momento non fu più Giovanni, né il figlio del mercante: fu Francesco, il frate minore.
La Porziuncola, il cuore di una rivoluzione evangelica
Francesco non si rifugiò lontano dal mondo. La sua “casa” divenne la Porziuncola, una piccola chiesetta diroccata ai piedi di Assisi. Qui ricostruì con le sue mani le pietre e, allo stesso tempo, ricostruì la sua vita sulle fondamenta del Vangelo. Non leggeva il testo sacro come un trattato astratto, ma lo viveva “sine glossa”, alla lettera, senza interpretazioni che addolcissero la radicalità delle parole di Cristo.
Fu qui che nacque l’Ordine dei Frati Minori, destinato a cambiare la Chiesa e l’Europa. Fu qui che Francesco chiese e ottenne dal Papa una grazia immensa: il Perdono d’Assisi, un’indulgenza aperta a tutti, che ogni 2 agosto ancora oggi attira folle di pellegrini.
Chiara, la sorella nell’avventura della fede
Nella stessa Assisi, una giovane nobile, Chiara, rimase affascinata dall’esempio di Francesco. Nella notte della Domenica delle Palme fuggì di casa per unirsi a lui e scelse la vita povera. Non nacque un amore romantico, come certi racconti moderni vorrebbero insinuare, ma una fraternità spirituale profonda. Insieme compresero che la povertà non era rinuncia, ma libertà, e che l’unico vero tesoro è Cristo.
Chiara fondò l’Ordine delle Clarisse, “sorelle povere” che ancora oggi vivono in clausura pregando e custodendo la stessa radicalità evangelica di Francesco.
Dalla Regola alla missione tra i potenti
Gli anni scorrevano veloci, e l’eco della novità francescana arrivava lontano. Papa Innocenzo III approvò la prima forma di Regola, poi Papa Onorio III sancì la “Regola bollata”, che fissava per sempre lo stile dei frati minori: niente potere, niente carriera, solo il Vangelo e la minorità.
Francesco non aveva paura di attraversare mari e deserti. Nel 1219 partì per l’Oriente e arrivò fino in Egitto, dove incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil. Non un pellegrinaggio diplomatico, ma un atto di coraggio: il povero di Assisi parlò al potente del mondo islamico con la sola forza della fede. Non ci fu conversione, ma ci fu ascolto, rispetto e un seme di pace gettato nel cuore della storia.
La conformazione a Cristo: le stimmate
Negli ultimi anni la sua vita fu segnata da una somiglianza sempre più radicale a Cristo. Nel 1224, sul monte della Verna, mentre pregava, ricevette le stimmate: i segni della Passione impressi nella carne. Non era più soltanto un imitatore di Gesù, ma un uomo conformato al Crocifisso.
Il Cantico delle Creature
Malato, quasi cieco, sofferente, Francesco trovò la forza di cantare. Nacque così il Cantico delle Creature, scritto nel volgare umbro, una lode a Dio per la bellezza del creato. Non era ambientalismo ante litteram, ma teologia pura: prima viene il Creatore, poi il creato che diventa un coro di fratelli e sorelle. “Frate Sole, sora Luna, frate Vento, sora Acqua…”: parole semplici, capaci di parlare ancora oggi a chiunque.
Il Transito e la santità
Il 3 ottobre 1226, nella Porziuncola, Francesco sentì che la sua ora era arrivata. Chiese di essere adagiato nudo sulla terra, benedisse i fratelli, ringraziò Dio per il dono della vita e accolse la morte come “sora nostra”. Due anni dopo, nel 1228, Papa Gregorio IX lo proclamò santo, e ad Assisi sorse la basilica che ancora oggi custodisce le sue spoglie.
Nel 1939 Papa Pio XII lo proclamò Patrono d’Italia, insieme a Santa Caterina da Siena. Non un titolo ornamentale, ma un impegno: se Francesco è Patrono, l’Italia deve ricordarsi di camminare secondo i suoi valori di pace, fraternità, umiltà e amore per i più poveri.
Una festa che torna, un’Italia che ritrova se stessa
Il 4 ottobre era già stato riconosciuto come festività civile nel 1949, ma nel 1977 fu abolita. Da allora la memoria di Francesco è rimasta viva solo sul piano liturgico, finché il Parlamento non ha deciso di ripristinare la festa a partire dal 2026.
Non sarà solo un giorno di riposo in più: sarà un richiamo all’identità profonda dell’Italia. Fermarsi per San Francesco significa riscoprire che non esiste futuro senza radici, che la nostra civiltà nasce dal Vangelo, che la povertà evangelica non è miseria ma ricchezza di senso.
Il messaggio per noi oggi
San Francesco non fu un sognatore stravagante, ma un uomo concreto. Il suo Vangelo è fatto di gesti quotidiani: prendersi cura del povero, ricostruire una chiesa cadente, chiedere perdono e perdonare. Se oggi il 4 ottobre torna festa nazionale, non è solo per onorare il passato, ma per interrogarci sul presente: che cosa significa, oggi, vivere come italiani “alla scuola di Francesco”?
La risposta non sta nei cortei o nelle commemorazioni ufficiali, ma nella vita di ogni giorno: nel lavoro fatto bene, nella famiglia custodita, nella fede vissuta, nella carità concreta.

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