C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo, e lo si può riassumere così: le forze dell’ordine sono sempre lì, in prima linea, ma quasi mai dalla parte giusta dell’opinione pubblica. Da anni subiscono una narrazione tossica, che li dipinge come fascisti, come carnefici anziché come servitori dello Stato. Eppure, quando esplode la violenza, quando le piazze diventano arene di odio, quando le vetrine vanno in frantumi e le auto bruciano, chi è che resta lì, a reggere l’urto? Sempre loro.
Uomini e donne in divisa che difendono tutti — anche chi li insulta.
Mentre i professionisti del dissenso organizzano cortei che sfociano puntualmente nel caos, mentre gruppi di violenti travestiti da pacifisti devastano le città gridando alla libertà, c’è chi — con casco, scudo e nervi saldi — deve incassare insulti, sputi, sassi e accuse infami. È il destino ingrato di chi serve lo Stato: proteggere anche chi lo disprezza.
Gli unici veri pacifici
C’è chi parla di manifestazioni “per la pace”, ma poi scaglia bottiglie e bombe carta contro i poliziotti. C’è chi invoca la libertà d’espressione, ma la esercita distruggendo beni pubblici e ferendo chi è chiamato a garantire la sicurezza. È una schizofrenia collettiva, che travolge tutto: la logica, il buon senso, e perfino la pietà.
Decine di agenti feriti in poche ore, città paralizzate, cittadini comuni sequestrati nel traffico, lavoratori ostacolati nel rientrare a casa. E poi la solita sceneggiata: “La maggior parte era pacifica”. Come se bastasse questo a lavare via la violenza dei pochi. Ma non si può più far finta di nulla. Il dissenso è sacrosanto, certo, ma non può diventare licenza di devastazione.
I bersagli del sistema
In questa Italia che ama i tribunali mediatici, chi porta una divisa è sempre sotto processo. Qualunque cosa accada, prima si condanna il poliziotto, poi — forse — si cercano le prove. E così si indebolisce lo Stato, si delegittima l’ordine, si lascia campo libero ai delinquenti. È la solita ipocrisia di chi predica libertà ma disprezza l’autorità.
Eppure è proprio quell’autorità che tiene insieme il Paese. Senza carabinieri, polizia, guardia di finanza, vigili del fuoco e forze armate, l’Italia sprofonderebbe nel caos. Ogni giorno, in silenzio, questi uomini e donne rischiano la vita per difendere le nostre case, le nostre strade, le nostre famiglie. Lo fanno con disciplina e con dignità, anche quando vengono usati come capro espiatorio da una politica pavida e da un’informazione che preferisce il sensazionalismo alla verità.
Difendere chi ci difende
È arrivato il momento di dire basta. Di riscrivere le regole del manifestare, di ristabilire il confine tra dissenso e violenza, tra libertà e anarchia. Ma soprattutto, è il momento di restituire rispetto a chi ne merita più di tutti. Perché la divisa non è un bersaglio: è un simbolo. E un Paese che smette di onorare i suoi simboli è un Paese che ha già iniziato a decadere.
Chi oggi attacca le forze dell’ordine, domani chiederà aiuto quando gli ruberanno in casa. E chi oggi le insulta, domani vorrà sentirsi al sicuro sotto la loro protezione. La verità è semplice: senza di loro, non c’è libertà. C’è solo paura.

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