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Il cardinale Sarah: la voce di Dio nel deserto dell’Occidente

Ci sono voci che non si piegano, che non cercano applausi, che non inseguono le mode ma cercano il Cielo. Una di queste è quella del cardinale Robert Sarah, il porporato guineano che da anni rappresenta una delle coscienze più limpide e profetiche della Chiesa cattolica. In un’epoca in cui molti prelati preferiscono tacere o smussare gli angoli, Sarah continua a parlare con franchezza evangelica, ricordando a un mondo smarrito — e a una Chiesa spesso impaurita — che la verità non si negozia.

“Inserire l’aborto nella Costituzione è un insulto a Dio”

In un suo recente intervento, il cardinale ha ribadito con fermezza che la vita è un dono inviolabile, dal concepimento alla morte naturale. Ha ricordato che il Concilio Vaticano II definì l’aborto un “crimine abominevole” e ha condannato con parole di fuoco la decisione francese di inserire l’aborto nella Costituzione. “Significa schernire Dio” ha detto senza esitazione, denunciando una cultura occidentale che ha smarrito il senso del sacro e trasforma la libertà in licenza di uccidere.

“Escludere Dio dalla società è suicidarsi”

Non meno netta la sua visione sulla fede nella vita pubblica. In un tempo in cui la religione viene confinata nelle sacrestie, Sarah ha ricordato che un popolo che caccia Dio dalla società si condanna da solo. Ha espresso apprezzamento per quei leader che — come Donald Trump — hanno cercato di rimettere Dio al centro del discorso politico, perché, ha spiegato, “non si può costruire nulla di duraturo su basi puramente umane”.

L’eutanasia, la liturgia e la crisi morale

Con la stessa lucidità ha affrontato il tema dell’eutanasia: “Nessuno, né un governo né un’autorità, ha il diritto di decidere della vita o della morte di qualcuno”. Parole inequivocabili che risuonano come un richiamo contro la dittatura del relativismo, dove il diritto diventa arbitrio e la compassione diventa pretesto per eliminare i deboli.

Ma il cardinale Sarah non si ferma alla morale: tocca anche la ferita aperta della liturgia, denunciando la profanazione del sacro e il clima di scontro creatosi dopo il Motu Proprio Traditionis Custodes. “Abbiamo trasformato la Messa in un campo di battaglia”, afferma con dolore, ricordando che la tradizione non è un ostacolo, ma una radice viva.

E ancora, non teme di criticare l’introduzione di simboli ideologici nelle chiese, come la bandiera LGBT, definendola “un’aggressione fisica a Dio”. Non per odio, ma per fedeltà alla verità: “Ogni persona deve essere rispettata, ma deve anche rispettare le leggi e la dottrina della Chiesa”.

“La persecuzione ideologica dell’Occidente è peggiore di quella fisica”

Nel suo sguardo profetico, Sarah vede con chiarezza la scristianizzazione dell’Europa, che non brucia più i cristiani ma ne anestetizza la fede. È una persecuzione subdola, ideologica, che svuota le anime e cancella le radici cristiane in nome di una laicità malintesa. “Non è perché uno Stato è laico che deve tagliare le sue radici – ammonisce – Non possiamo negare le nostre radici cristiane”.

Carità senza ideologia

Anche sul tema dei migranti, il cardinale parla con equilibrio evangelico, lontano da ogni retorica buonista. “Aiutiamoli a svilupparsi nei loro Paesi, affinché restino a casa loro” dice, citando Benedetto XVI: “Se accogliete i migranti, date loro Dio e la vostra fede”. Per Sarah, la carità senza verità è solo assistenzialismo, e la solidarietà senza Dio diventa ideologia.

Contro il nuovo paganesimo ecologista

Non poteva mancare un passaggio sul tema ecologico. Sarah mette in guardia da chi trasforma la natura in una nuova divinità: “Il creato è opera di Dio, ma non bisogna trasformare la natura in una dea”. Un richiamo potente contro la deriva neopagana che, sotto la maschera dell’ambientalismo, rischia di sostituire il Creatore con il creato.

Una Chiesa madre, non ideologa

Infine, il cardinale ha ricordato la missione universale della Chiesa, che non appartiene né ai poveri né ai ricchi, né ai progressisti né ai conservatori: “La Chiesa è una sposa e una madre. Non deve farsi trascinare dalle ideologie”. La sua voce, libera e coraggiosa, ricorda che la Chiesa non è del mondo, ma nel mondo, e che la sua forza non è nei numeri o nei sondaggi, ma nella fedeltà al Vangelo.

“Che Dio mi renda un santo sacerdote”

L’intervista si chiude con una preghiera semplice e disarmante: “Che Dio mi renda un santo sacerdote al servizio della Chiesa e del Signore”. È il sigillo di un uomo che non cerca gloria personale, ma solo la fedeltà a Cristo. Nel suo sguardo, nel suo tono, nelle sue parole, traspare la certezza che, anche nei tempi più oscuri, la verità di Dio non cambia e che solo tornando ad essa l’uomo potrà ritrovare se stesso.

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Pubblicato inReligione

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