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Sempre più ciotole e meno culle

In Italia stanno entrando più animali che bambini nelle case. Non è tenerezza: è un cambio di paradigma. Una trasformazione silenziosa, ma potentissima.

Una crescita che non conosce pause

Negli ultimi decenni gli animali d’affezione hanno occupato spazi – e ruoli – che un tempo erano propri della famiglia umana. Oggi si contano quasi 65 milioni di animali domestici, più degli abitanti del Paese. Cani e gatti superano i venti milioni, mentre nel 2024 i nuovi nati sono sati appena 369.944. È un sorpasso a tutta velocità che racconta qualcosa di profondo: dove prima c’era una culla oggi c’è una cuccia.

E non è cambiato solo il numero, ma perfino il linguaggio. I padroni non sono più padroni: sono “mamma” e “papà”. Una volta si portava a spasso il cane; oggi lo si spinge nel passeggino, con tanto di copertina, cappottino e riparo dal vento. Il lessico rivela ciò che non siamo più capaci di dire apertamente: il posto del bambino è stato occupato da altro.

Questa crescita inarrestabile non è un fatto marginale. È un riflesso della solitudine, dell’invecchiamento e di un Paese che non crede più nel futuro, ma si affida all’affetto immediato di un animale che non chiede nulla, non discute, non pretende impegni a lungo termine.

Perché gli italiani scelgono gli animali

La scelta di adottare un animale nasce da un’esigenza affettiva sempre più urgente. In molte case entrano cani e gatti per riempire un vuoto, per dare calore a giornate solitarie, per offrire una parvenza di famiglia dove la famiglia non c’è più. E in questo processo di sostituzione simbolica si arriva a forme di umanizzazione estrema: vestitini, carrozzine, feste di compleanno, servizi fotografici, riti e rituali che appartenevano all’infanzia umana e ora vengono applicati all’animale.

Perfino in chiesa, sempre più spesso, si vedono fedeli che si presentano a Messa con il proprio animale, come se fosse un familiare da includere nel rito. L’apice di questo scivolamento culturale si trova nei matrimoni: coppie che si sposano in chiesa pretendendo che sia il loro cane a portare le fedi, come se fosse un paggetto. E, quel che è peggio, sacerdoti che si prestano, scambiando la liturgia per un numero da circo. È il segno che non solo gli affetti, ma anche i simboli sacri sono stati confusi, diluiti, annacquati in un sentimentalismo senza misura.

L’esplosione della pet economy

Su questa mutazione sociale si è innestata un’industria poderosa. La spesa per alimenti, accessori, toelettature, veterinaria e servizi specializzati supera ormai i sei miliardi di euro l’anno. La pet economy è uno dei pochi settori in crescita costante, e ad alimentarla c’è la percezione dell’animale non come compagno, ma come membro aggiunto – o sostitutivo – della famiglia.

E quando l’animale viene percepito come “figlio”, allora tutto si giustifica: i passeggini, gli impermeabili fashion, i cappottini di cachemire, le cucce memory foam. E anche qui il linguaggio rivela la realtà: non si compra più “il mangime”, ma “la pappa”; non si porta il gatto “dal veterinario”, ma “dal dottore”.

Questa umanizzazione totale spinge a desiderare per il cane servizi di lusso, come quelli del Dog Relais di Fiumicino, vero hotel a quattro zampe con stanze climatizzate, aromaterapia, giardini privati e videochiamate con il proprietario. Un modello di cura che un tempo sarebbe stato riservato ai neonati, non agli animali.

Anche l’aldilà diventa “pet”

Il fenomeno più rivelatore è l’aumento dei cimiteri per animali. Lapidi, foto, peluche, anniversari, visite domenicali. È un modo di vivere il lutto che ricalca quello umano, spesso con più attenzione di quanta se ne riservi ai propri defunti. Il rischio non è l’affetto, ma la confusione dei piani: si trasferiscono sugli animali rituali, emozioni e modelli relazionali propri della famiglia umana.

Anche qui il linguaggio ha cambiato tutto. Il cane non “muore”, viene “accompagnato sul ponte dell’arcobaleno”. E la cremazione animale diventa un rito quasi sacrale, perfino sostitutivo, in una società che perde il senso cristiano della morte e della vita eterna, ma crea un aldilà su misura per i propri pet.

Sostituiscono davvero i figli?

I demografi discutono, ma un fatto è sotto gli occhi di tutti: mentre crollano le nascite, cresce l’identificazione affettiva con gli animali. E questa tendenza si manifesta non solo nei numeri, ma nei comportamenti, nel linguaggio, nelle scelte quotidiane.

Quando si parla di un cane come di un figlio, quando lo si mette nel passeggino, quando lo si porta all’altare nelle nozze, quando lo si chiama “amore di mamma”, non siamo più nell’ambito dell’affetto sano, ma in quello del vuoto umano riempito da un surrogato. Un vuoto che riguarda la famiglia, la comunità, la fede e le relazioni tra persone.

Rimettere al centro l’uomo

Il cristianesimo invita da sempre a rispettare e amare gli animali come creature di Dio, ma ricorda con chiarezza che non possono ricevere l’affetto, il ruolo e la dignità riservati agli esseri umani. L’uomo è immagine di Dio; l’animale è dono di Dio all’uomo. Confondere i ruoli significa perdere il senso dell’ordine naturale e spirituale.

Un Paese che investe miliardi negli animali e chiude gli occhi davanti al crollo delle culle è un Paese che ha smarrito la sua direzione. Gli animali restano una benedizione, una compagnia, una presenza preziosa. Ma non possono diventare il surrogato di ciò che abbiamo rinunciato a essere: madri e padri veri, mariti e mogli, comunità vive, popolo che genera futuro.

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