C’è un momento, nella storia di un Paese, in cui le maschere cadono e resta solo la verità nuda e cruda. La seduta della commissione Covid di questi giorni è stata uno di quei rari momenti. Lì, davanti ai parlamentari, è andata in scena non la difesa dell’indifendibile, ma il crollo di un castello di carte costruito da Giuseppe Conte e da Roberto Speranza, il ministro che per due anni ha predicato rigore mentre teneva in tasca verità che oggi puzzano come uno scantinato umido.
La rivelazione è semplice, terribile e – per molti italiani – liberatoria: nel marzo 2020, mentre il Paese veniva chiuso a suon di Dpcm, mentre le chiese serravano i portoni e i bambini vedevano la vita scomparire dietro uno schermo, dentro il governo c’era chi sapeva benissimo che quelle scelte non erano dettate solo dall’emergenza sanitaria. Erano, come ha scritto in una chat Goffredo Zaccardi, capo di gabinetto di Speranza, scelte cavalcate per “biechi motivi politici”. Già, Zaccardi, non l’ultimo arrivato, ma uno dei cervelli della macchina Speranza, uno dei custodi del verbo pandemico.
E la conferma non arriva da un giornale “cattivo”, da un complottista da tastiera o da una voce di corridoio. No: arriva da un’audizione ufficiale, da un documento parlamentare, da un uomo che oggi è costretto ad ammettere ciò che ha scritto allora. E che lo conferma davanti alla commissione.
Altro che burocrazia impazzita. Qui non è il virus ad aver comandato: è il potere che ha sfruttato l’emergenza per consolidare sé stesso.
Un governo che predicava unione e praticava manipolazione
Fa quasi sorridere – se non ci fosse da piangere – la retorica di quei mesi. “Siamo tutti sulla stessa barca”. “Lo Stato vi proteggerà”. “Nessuno verrà lasciato indietro”. Intanto, dietro le quinte, Conte e Speranza discutevano come ogni provvedimento avrebbe spostato consenso. E c’era chi, come Zaccardi, si rendeva conto perfettamente del giochino.
Il punto è che questa non è una voce isolata. La commissione sta svelando un mondo fatto di piani segreti mai consegnati all’OMS, di linee guida cambiate in corsa, di responsabilità scaricate come sacchi di sabbia dalla mongolfiera che precipita.
E dentro tutto questo c’è un filo rosso: la gestione Speranza–Conte non fu solo confusa. Fu utile. Utile per mantenere un potere che altrimenti non sarebbe durato nemmeno una stagione.
Zaccardi cambia versione, ma la toppa è peggiore del buco
Quando, in audizione, il “buon” Zaccardi tenta il dietrofront, la scena sfiora il grottesco. Lo stratega che accusava il governo di sfruttare il Covid si trasforma in un difensore a oltranza del Conte II. E, come se non bastasse, cerca pure di scaricare tutta la colpa sulle Regioni. Lombardia in primis, e perfino i sindaci di Alzano e Nembro.
Un capolavoro di malafede o di paura. Forse di entrambe.
Antonella Zedda, senatrice di Fratelli d’Italia, lo definisce senza mezzi termini: “un sovvertimento totale del diritto”. E, a maggior ragione per uno come lui che viene dalla magistratura amministrativa, in effetti lo è. Perché sostenere che i sindaci avrebbero dovuto chiudere loro, contro leggi, regolamenti e perfino i Dpcm firmati dal governo stesso, significa non solo stravolgere la realtà, ma offendere chi in quelle zone ha perso genitori, nonni, fratelli.
È come dire alle famiglie della Bergamasca che la colpa è loro. Una vergogna nazionale.
Speranza, il ministro della paura
Da tutto ciò emerge una figura che gli italiani non potranno dimenticare tanto facilmente: Roberto Speranza. L’uomo che parlava di “prudentissimo ottimismo” mentre le terapie intensive saltavano come fusibili. L’uomo che ha tenuto nascosto il piano pandemico, che ha affidato le Regioni a un labirinto di norme contraddittorie, che firmava Dpcm come chi cambia camicie.
E ora, con queste rivelazioni, appare in controluce un altro Speranza: non solo incapace, ma politicamente spregiudicato. Perché se nel suo gabinetto c’era chi parlava di uso “strumentale” dell’emergenza, che lui non ha mai smentito, significa che la linea non era un incidente: era una strategia.
La pandemia è stata trattata come un’opportunità. Non come una tragedia.
Gli italiani meritano la verità
Il lavoro della commissione Covid, tanto osteggiato dai soliti noti, sta facendo emergere esattamente ciò che molti sospettavano fin da allora. E cioè che: Conte governava a colpi di conferenze stampa e Speranza teneva il Paese in ostaggio di paure, omissioni e calcoli politici.
Sono anni di vita rubata che chiedono giustizia. Sono scelte che hanno segnato un’intera generazione. E ogni nuova audizione non fa che confermare che la gestione fu non solo sbagliata, ma coscientemente manipolata.
La domanda, alla fine, è semplice: se davvero tutto era fatto “per il bene degli italiani”, perché così tante verità sono emerse solo adesso?
Perché chi aveva scritto certe cose in privato ora prova a smentirle in pubblico?
E perché Speranza non ha mai voluto un vero confronto, preferendo chiudere tutto a chiave come un vecchio armadio pieno di scheletri?
Gli italiani hanno diritto alla verità. Fino in fondo. Senza sconti. Senza scuse. Senza amnesie improvvise.
E forse è proprio questo che fa paura a chi, nel 2020, usò l’emergenza come leva per restare incollato alla poltrona.

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