Vai al contenuto

Moretti libero, il diritto sotto accusa

Di fronte a 40 morti e oltre cento feriti, la tentazione di chiedere punizioni immediate è quasi irresistibile. È la reazione istintiva, emotiva, umanamente comprensibile. Ma è proprio nei momenti di massimo dolore che la giustizia rischia di essere travolta dalla pancia. La scarcerazione di Jacques Moretti ha scatenato un’ondata di indignazione trasversale, politica e mediatica, che però confonde un punto decisivo: il processo non è ancora iniziato. E uno Stato di diritto si misura proprio dalla capacità di resistere alla voglia di condanne anticipate, anche quando l’indignazione sembra moralmente giustificata.

Quando l’indignazione rischia di travolgere la giustizia

Passata la prima ondata emotiva — umanissima, specie per i familiari delle vittime di Crans Montana — conviene fare un passo indietro e ragionare a mente fredda. Perché la scarcerazione di Moretti ha acceso la miccia di una reazione scomposta che, più che chiedere giustizia, sembra pretendere una punizione preventiva.

Sull’inchiesta per la strage di Capodanno si può essere severi, persino durissimi: indagini partite male, esitazioni iniziali, scelte discutibili. Tutto legittimo. Ma la libertà su cauzione di Moretti non ha nulla a che vedere con queste criticità. Non l’ha decisa la Procura, bensì un tribunale. E in un Paese che dice di credere nella separazione dei poteri, questo dovrebbe essere un fatto, non un sospetto.

Custodia cautelare non è condanna

Il corto circuito, come spesso accade, nasce da una confusione pericolosa: si scambia l’indagine per sentenza, la custodia cautelare per pena. È l’opposto di ogni impostazione garantista. Chi oggi grida allo scandalo dà per scontato che, se uno esce dal carcere prima del processo, allora “se la caverà”. Non è così. Affronterà il giudizio da uomo libero, non da colpevole certificato. E se verranno accertate responsabilità, la condanna arriverà. In carcere, se e quando un giudice lo stabilirà.

I processi servono proprio a questo: evitare verdetti sommari. A chiarire chi aveva la responsabilità della sicurezza, chi ha autorizzato strutture e allestimenti, chi ha consentito l’accesso oltre i limiti. Domande a cui solo un dibattimento può rispondere, non l’onda emotiva del momento.

La misura cautelare non è una valvola emotiva

Il carcere preventivo non serve a soddisfare la sete di vendetta collettiva. Serve — quando serve — a impedire che l’indagato inquin i le prove, fugga o reiteri il reato. Se magistrati e giudici hanno ritenuto che questi rischi non sussistano, si può dissentire. Ma non gridare allo scandalo. Perché così facendo si invoca una giustizia sommaria, non una giustizia giusta.

Moretti non è libero per grazia ricevuta. È libero perché la legge svizzera lo consente, con obblighi di firma e controlli. Si può discutere sul valore della cauzione, che a molti appare irrisoria rispetto alla tragedia. Si può sostenere che i domiciliari sarebbero stati più opportuni. Ma il principio non si tocca.

Paure legittime, certezze no

C’è chi teme accordi, pressioni, interferenze sui testimoni. È comprensibile. Ma non è una prova. E non è affatto detto che non esistano controlli, sorveglianza, monitoraggi delle comunicazioni. La fuga all’estero? Documenti assenti, confini sorvegliati, cooperazione internazionale. Le autorità svizzere dispongono di strumenti per prevenire questi rischi. Scommettere sul peggio non sostituisce il diritto.

La politica che tradisce il garantismo

L’isteria collettiva ha già prodotto conseguenze politiche: il richiamo dell’ambasciatore e l’ombra di uno scontro diplomatico tra Roma e Berna. Una scelta discutibile, forse miope, mentre a parole si invoca una riforma della giustizia in senso garantista. Perché il garantismo o vale sempre o non vale mai. Se lo si usa a corrente alternata, diventa solo uno slogan.

C’è una verità scomoda che va detta senza ipocrisie: per evitare un caso Tortora bisogna accettare anche un caso Moretti. Fa male. Indigna. Ma è il prezzo della civiltà giuridica. Ed è infinitamente peggio un innocente in carcere prima del processo che un probabile colpevole a casa, sotto controllo, in attesa che un giudice pronunci una sentenza definitiva.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere le ultime notizie nella tua casella di posta, ogni settimana.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Ti è piaciuto questo post? Allora condividilo!
Pubblicato inGiustizia & Ingiustizia

Sii il primo a commentare

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    PHP Code Snippets Powered By : XYZScripts.com