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Sinistra: le primarie? Belle finché non fanno male

C’erano una volta le primarie. Anzi no, non è una favola: è una storia vera, tutta italiana, tutta di sinistra. Una liturgia quasi religiosa, celebrata nei gazebo come una messa laica, con l’euro infilato nell’urna come obolo democratico. Partecipazione, popolo, entusiasmo. Una festa.

Poi, improvvisamente, la festa è finita.

Quando la democrazia diventa un problema

Per anni il centrosinistra ha raccontato le primarie come il massimo della partecipazione. File ai banchetti, milioni di votanti, il popolo che decide. Un rito identitario, quasi una superiorità morale rispetto agli altri.

Eppure oggi, davanti all’ipotesi di rifarle per scegliere la guida della coalizione, si scopre una verità scomoda: le primarie piacciono solo quando il risultato è già scritto.

Quando invece si apre davvero la competizione – e soprattutto quando non c’è un candidato unico – diventano improvvisamente un problema. Un rischio. Un fastidio.

Lo raccontano chiaramente le cronache di questi giorni: dentro il campo largo, tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, le primarie non uniscono, ma dividono. E soprattutto fanno paura.

Il terrore della competizione

Il punto è tutto qui. Le primarie funzionano quando servono a incoronare qualcuno. Quando sono una ratifica, non una scelta.

Lo spiegano persino dentro il Pd: esistono primarie “di legittimazione” e primarie “competitive”. E queste ultime, guarda caso, sono considerate rischiose perché possono spaccare la coalizione.

Tradotto: finché il vincitore è già deciso, va tutto bene. Quando invece il risultato è incerto, meglio evitare.

E infatti il copione è già scritto. Conte prende tempo, chiede prima il programma, poi il coinvolgimento degli attivisti, poi magari si vedrà.
Nel Pd, invece, molti frenano. Qualcuno propone scorciatoie, qualcun altro invoca il “federatore”. Insomma, tutto pur di non mettere davvero il nome sulla scheda.

Dal popolo ai calcoli di palazzo

Il cambiamento è evidente. Le primarie erano nate come strumento di apertura, quasi una rivoluzione. Oggi sono diventate un campo minato interno.

E non è difficile capire perché. I sondaggi raccontano una realtà scomoda: Conte può prevalere in una competizione allargata, mentre Schlein tiene meglio solo in un duello diretto.
Morale: più candidati ci sono, più il risultato diventa imprevedibile.

E l’imprevedibilità, in politica, è il vero nemico.

La sinistra e il vizio delle liturgie

Il problema, in fondo, è più profondo. La sinistra italiana ha sempre avuto bisogno di rituali. Congressi, assemblee, piattaforme, consultazioni. Un continuo bisogno di legittimazione dal basso.

Ma quando il basso rischia di non dire quello che il vertice si aspetta, ecco che il rito si trasforma in pericolo.

Così le primarie, da simbolo di democrazia, diventano un’incognita da gestire. Da rimandare. Da sterilizzare.

Il paradosso finale

Ed eccolo il paradosso: chi ha sempre predicato la partecipazione oggi teme il giudizio degli elettori.

Non è una novità, a dire il vero. Già in passato le primarie hanno prodotto risultati inattesi, ribaltando equilibri interni – come nel caso della stessa Schlein, eletta grazie al voto degli esterni contro quello degli iscritti.

Ma oggi il timore è ancora più evidente. Perché la partita non è solo interna al Pd: riguarda l’intero campo largo, un mosaico fragile che rischia di rompersi al primo vero confronto.

E allora meglio rinviare, discutere, negoziare. Magari decidere tutto a tavolino, come ai vecchi tempi.

Altro che gazebo.

La democrazia a intermittenza

Alla fine resta una sensazione chiara: la democrazia, per certa sinistra, è un valore a corrente alternata.

Accesa quando conviene. Spenta quando rischia di complicare i giochi.

Le primarie erano il simbolo di un’epoca. Oggi sono diventate lo specchio di una crisi: quella di una classe dirigente che teme più il proprio elettorato che l’avversario.

E questo, più di qualsiasi sondaggio, dice già tutto.

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Pubblicato inPolitica

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