C’era una volta la maratona. Sudore, sacrificio, polmoni in fiamme e gambe che implorano pietà. Oggi invece c’è anche il robot. E non uno qualsiasi: uno che corre 21 chilometri in meno di un’ora e, con una certa sfacciataggine elettronica, si prende pure il record.
Succede a Pechino, anno 2026. Un robot umanoide, sviluppato da un’azienda che fino a ieri faceva smartphone, completa la mezza maratona in 50 minuti e 26 secondi, battendo il primato umano di oltre sette minuti. E mentre noi comuni mortali stiamo ancora cercando parcheggio vicino alla partenza, lui è già sotto la doccia—probabilmente senza nemmeno aver sudato.
La corsa del secolo (senza fiato, ma non umano)
La scena è surreale: oltre 10.000 corridori in carne e ossa e più di 300 robot al via. Un corteo degno di un romanzo di fantascienza, ma con cronometro vero.
I robot non solo partecipano. Dominano. Alcuni corrono autonomamente, altri sono guidati a distanza, ma il risultato non cambia: la macchina vola, l’uomo arranca. E qualcuno direbbe: finalmente una gara senza doping. Anche se, a pensarci bene, il “doping” qui si chiama batteria al litio.
E attenzione: non è stato un caso isolato. Nel 2025 il miglior robot impiegava oltre due ore e mezza. Un anno dopo, boom. Miglioramenti vertiginosi.
Quando si dice progresso… o accelerazione, letteralmente.
Il trucco c’è (e si vede)
Prima di stracciarci le vesti e dichiarare l’estinzione del maratoneta, conviene fare un passo indietro. Perché il confronto, a ben vedere, è un po’… truccato.
Il robot corre, sì. Ma con gambe progettate apposta, raffreddamento a liquido, assistenza tecnica pronta all’uso e, in alcuni casi, controllo remoto. Se cade, lo rialzi. Se si blocca, lo resetti. Provate voi a fare lo stesso con un essere umano al ventesimo chilometro.
Insomma, è come mettere una Ferrari contro un uomo a piedi e stupirsi del risultato.
E infatti gli stessi organizzatori ammettono: non è una competizione alla pari. Più che una gara, è una dimostrazione tecnologica. Un laboratorio a cielo aperto.
E l’uomo? A fare da spettatore?
E qui viene il punto, quello serio—anche se fa sorridere.
Se il robot corre più veloce, solleva più peso, calcola più rapidamente… che cosa resta all’uomo?
La risposta, per ora, è semplice e anche un po’ consolante: resta tutto ciò che non si può programmare.
Il robot corre. Ma non sogna il traguardo. Non sente la fatica come sfida. Non ha una storia da raccontare quando taglia il nastro.
Il vincitore umano della gara di Pechino ha chiuso in oltre un’ora. Battuto, certo. Ma accolto con entusiasmo vero, umano. Perché il pubblico, alla fine, non applaude solo la velocità. Applaude il sacrificio.
E questo—per ora—non si codifica.
Il futuro (tra ironia e realtà)
Certo, la tentazione è forte: immaginare un futuro in cui le Olimpiadi saranno una sfida tra algoritmi e bulloni, mentre noi staremo sul divano a tifare per il nostro robot preferito.
Ma attenzione a non farsi ingannare. Oggi i robot sono ancora costosi, limitati e lontani dall’essere davvero autonomi nella vita reale. Corrono bene, sì. Ma solo in condizioni controllate.
E poi, diciamolo: vuoi mettere la soddisfazione di arrivare ultimo, ma con le tue gambe?
Morale della favola
Il robot ha battuto il record. Bene. Complimenti. Applausi.
Ma la maratona—quella vera—resta una cosa dell’uomo. Perché non è una questione di tempo. È una questione di senso.
E finché ci sarà qualcuno disposto a correre per qualcosa che non è una riga di codice, l’uomo non resterà a guardare.
Al massimo… guarderà il robot e penserà: “Bravo. Ma prova a correre senza corrente.”

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