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Ungheria: Magyar, la prima vera riforma è silenziare i media

Più che il “successore” di Viktor Orbán, Péter Magyar continua a sembrare il suo figlio politico ribelle, cresciuto dentro il sistema che oggi dice di voler demolire. È il punto da cui bisogna partire, perché senza questo dettaglio si rischia di cadere nella favoletta buona per i salotti europei: l’uomo nuovo, il liberatore, il volto pulito arrivato a riscattare Budapest. La realtà, come spesso accade, è meno romantica e molto più spigolosa.

Magyar non viene dal nulla, non nasce nelle piazze contro il potere, non è l’outsider puro che certa stampa occidentale vorrebbe raccontare. La sua storia passa dentro l’orbita del potere ungherese, dentro i suoi gangli, dentro i suoi rapporti, dentro il suo ambiente politico e istituzionale. E proprio per questo il suo arrivo al governo impone una domanda che i suoi tifosi evitano accuratamente: siamo davvero davanti a una rottura, oppure solo a una redistribuzione del comando?

La domanda non è oziosa. Anzi, è diventata ancora più urgente nelle ultime ore, perché la prima mossa simbolica del nuovo capo del governo non è stata un piano per l’economia, né una misura fiscale, né un gesto sociale. No. La prima mossa è stata quella che ogni potere considera decisiva quando vuole blindarsi: l’informazione.

Chi è davvero Péter Magyar

Per capire cosa sta accadendo oggi, bisogna fare un passo indietro e guardare l’uomo, non la narrazione.

Péter Magyar nasce nel 1981, giurista di formazione, uomo elegante nei modi e nei toni, lontano dall’immagine barricadera che spesso accompagna i cosiddetti “nuovi leader”. Ma soprattutto è, per anni, un uomo dell’apparato. Non un oppositore, non un dissidente, non un outsider.

Il suo percorso si sviluppa dentro il perimetro del potere costruito da Orbán. Magyar ha ricoperto incarichi in organismi pubblici, è stato vicino a centri decisionali importanti e, dettaglio tutt’altro che secondario, è stato legato anche sul piano personale a figure di primo piano del sistema governativo. Non si tratta di un passante capitato per caso sulla scena politica: è qualcuno che conosce perfettamente i meccanismi che oggi denuncia.

La sua rottura arriva relativamente tardi, e soprattutto arriva quando il sistema mostra le prime crepe, quando il consenso si incrina, quando il clima internazionale cambia. È in quel momento che Magyar si propone come alternativa. Non dall’esterno, ma dall’interno. Non contro il sistema in sé, ma contro la sua gestione.

Ed è qui che la sua figura si fa interessante e, allo stesso tempo, ambigua.

Perché Magyar si presenta come il volto della discontinuità, ma porta con sé tutti gli strumenti, le relazioni e la cultura politica del sistema che vuole superare. È il classico caso di chi non distrugge la casa: cambia arredamento, ridisegna gli spazi, magari butta giù qualche parete, ma resta dentro la stessa struttura.

Anche sul piano personale, il profilo è costruito con grande attenzione: immagine sobria, linguaggio misurato, toni europeisti, una certa abilità comunicativa che lo rende appetibile all’estero. Non urla, non sbraita, non provoca. E proprio per questo piace. Ma la politica, si sa, non è solo stile. È sostanza. E la sostanza si misura nei primi atti.

E il primo atto, nel suo caso, è stato quello che abbiamo visto: mettere mano all’informazione.

La prima mossa: non il pane, ma il bavaglio

Quando un governo appena arrivato decide che la priorità è spegnere o sospendere il sistema informativo pubblico, conviene sempre drizzare le antenne. Perché la giustificazione ufficiale può cambiare abito, ma il vizio resta antico: chi entra al potere vuole quasi sempre mettere le mani sul megafono.

Péter Magyar ha annunciato di voler sospendere i notiziari dei media pubblici statali, definendoli una macchina di propaganda del precedente sistema di potere, e ha collegato questa scelta a una futura nuova legge sui media e a una nuova autorità di vigilanza. Reuters ha riferito che Magyar intende fermare i notiziari del servizio pubblico fino a quando non saranno garantiti standard di imparzialità; Sky TG24 ha parlato di sospensione dei fondi a tv e radio di Stato contro quella che il futuro premier considera propaganda; il Guardian ha riportato la promessa di sospendere i servizi informativi dei media pubblici accusati di aver diffuso paura e disinformazione.

Qui sta il punto. La tesi di Magyar può persino trovare ascolto in chi giudica il sistema mediatico dell’era Orbán pesantemente orientato. Ma una cosa è denunciare un’anomalia. Un’altra è decidere, appena vinto, che la cura consista nel chiudere il rubinetto dell’informazione pubblica e sostituire l’intera cornice normativa. La distinzione è enorme, perché passa dalla critica al controllo. E il controllo, si sa, cambia padrone molto più in fretta di quanto cambi natura.

Detta brutalmente: il messaggio che passa è questo. La propaganda è intollerabile quando la fanno gli altri; quando la rifacciamo noi, la chiamiamo bonifica democratica. Un classico della politica europea contemporanea, dove il vocabolario viene stirato come un elastico fino a fargli dire il contrario di ciò che dovrebbe dire.

Epurazioni in arrivo: la parola che non si vuole dire

Il termine è scomodo, ma gira attorno al provvedimento come un gatto attorno al latte: epurazione. Nessuno ama pronunciarlo quando è dalla parte del vincitore, eppure è difficile evitare l’impressione che la direzione sia quella.

Reuters ha riferito che oltre 90 giornalisti dell’agenzia statale MTI hanno indirizzato una lettera ai vertici di Duna Médiaszolgáltató e MTVA chiedendo il ripristino dell’indipendenza editoriale e dell’autonomia professionale. La lettera è arrivata proprio mentre Magyar prometteva una radicale ristrutturazione del sistema dei media pubblici. Lo stesso quadro descritto da Reuters mostra che nelle redazioni ungheresi non si respira affatto aria serena: si respira piuttosto la preoccupazione di chi teme che, sotto l’etichetta della normalizzazione, si prepari una grande resa dei conti.

Ora, questo è il dettaglio decisivo. Se perfino una parte dei giornalisti interni ai media di Stato, cioè persone che conoscono dall’interno il meccanismo, sente il bisogno di scrivere una lettera formale per rivendicare libertà editoriale, vuol dire che non siamo davanti a un passaggio tecnico. Siamo davanti a un passaggio politico, e forse persino antropologico: cambiare chi parla, cambiare chi decide cosa è accettabile dire, cambiare chi stabilisce il confine tra informazione e deviazione.

Il potere fa spesso così. Prima delegittima il contenitore. Poi annuncia la rifondazione morale. Poi sostituisce uomini, strutture, criteri, gerarchie. E alla fine chi resta fuori viene descritto come compromesso, impresentabile, tossico, irriformabile. È la vecchia liturgia della purificazione, che nella storia europea produce quasi sempre gli stessi effetti: più conformismo, non più libertà.

Le reazioni dei giornalisti ungheresi

Le reazioni dei giornalisti ungheresi sono il termometro più onesto di questa vicenda, perché arrivano dal punto esatto in cui la politica tocca la carne viva dell’informazione. Secondo Reuters, i firmatari della lettera del 15 aprile hanno chiesto che venga ripristinata la professionalità giornalistica, che si torni a criteri di copertura equilibrata e che si garantisca autonomia nelle scelte editoriali. Non è una standing ovation per Magyar. È, semmai, il contrario: una richiesta preventiva di tutele prima che parta la ruspa.

Ed è qui che il tono deve farsi ancora più scettico, perché c’è un paradosso grosso come una cattedrale. Chi sostiene di voler liberare il servizio pubblico dalla propaganda si trova già, dopo poche ore, nella condizione di dover rassicurare i giornalisti che non ci sarà un nuovo comando politico mascherato da purga etica. Non è un dettaglio, è il cuore del problema.

In sostanza, il mondo del giornalismo ungherese sembra dire: abbiamo già visto un sistema in cui la politica condiziona la linea editoriale; non vorremmo ritrovarci sotto un altro sistema in cui cambia l’insegna ma resta la mano sul collo. E francamente è difficile dar loro torto. Perché la libertà di stampa non si misura dal fatto che un governo “buono” smantella la macchina di un governo “cattivo”. Si misura dal fatto che nessun governo ritenga di poter stabilire, da solo, quando il pluralismo sia sufficientemente puro da meritare di esistere.

Il precedente polacco: Tusk ha già mostrato il copione

Chi ha buona memoria sa che il film non comincia oggi a Budapest. In Polonia, dopo l’arrivo al potere di Donald Tusk, il nuovo governo intervenne sui media pubblici con una decisione drastica: rimozione dei vertici, stop alla trasmissione del canale all-news TVP Info e successiva messa in liquidazione di tv pubblica, radio pubblica e agenzia statale, ufficialmente in nome del ripristino dell’imparzialità. Reuters raccontò allora di un’operazione giustificata come necessaria per ristabilire equilibrio e neutralità, ma contestata dagli avversari come presa di controllo politica del sistema mediatico pubblico.

Ecco perché il parallelo con Tusk non è propaganda, ma un dato politico serio. Anche lì il racconto ufficiale era semplice e seducente: i media pubblici erano stati piegati, dunque bisognava “ripulirli”. Anche lì, guarda caso, il primo banco di prova del nuovo potere fu l’informazione. Anche lì il confine tra riforma e occupazione diventò improvvisamente molto sottile.

Ora il rischio è che l’Ungheria segua lo stesso spartito. Cambia il Paese, cambiano i protagonisti, cambia la lingua, ma la logica resta identica: per riallinearsi all’Europa bisogna prima riallineare la narrazione. Sembra quasi una tassa d’ingresso politica e culturale. Prima sistemi i microfoni, poi Bruxelles sorride.

Bruxelles sullo sfondo: i fondi europei e l’obbedienza premiata

Il contesto europeo, del resto, spiega moltissimo. Reuters ha ricordato che l’Ungheria è sotto pressione per sbloccare miliardi di euro di fondi europei congelati per questioni legate allo stato di diritto, e che Magyar ha indicato fra le priorità riforme rapide proprio per affrontare alcuni dei nodi che hanno avvelenato i rapporti con Bruxelles. Il Times ha parlato di circa 18 miliardi di euro di fondi congelati sui quali i funzionari europei dovrebbero confrontarsi con il nuovo esecutivo.

Ora, basta mettere in fila i fatti. Nuovo governo. Nuovo clima europeista. Nuove promesse di riforma. Primo bersaglio: i media pubblici. E sullo sfondo ci sono soldi, tanti soldi, che l’Unione europea ha congelato e che potrebbero tornare a muoversi se Budapest imbocca la strada giusta, cioè quella gradita ai custodi della virtù continentale. Un ricatto? Non sia mai!

È legittimo allora farsi una domanda poco elegante ma molto concreta: si sta facendo una riforma per allargare la libertà o per certificare l’affidabilità politica del nuovo corso davanti all’Unione? Perché le due cose non coincidono sempre. Anzi, spesso divergono. E nella storia recente dell’Europa, l’etichetta “stato di diritto” è stata talvolta usata anche come clava politica e come leva per orientare governi, apparati e linguaggi.

Questo non assolve Orbán da ogni responsabilità sul sistema costruito in questi anni. Ma impedisce di cadere nella trappola opposta: pensare che qualsiasi intervento contro quell’eredità sia automaticamente una benedizione laica. No. A volte è solo il passaggio del testimone tra un controllo e un altro.

Magyar, l’uomo nuovo che nuovo non è

Qui si torna alla figura di Péter Magyar. Gran parte della fascinazione occidentale nei suoi confronti nasce dal contrasto scenografico con Orbán. Uno appare come il volto della continuità illiberale, l’altro come la promessa di una destra nuova, moderna, europea, presentabile, compatibile. Ma la politica non è una gara di profili Instagram. Conta la sostanza, e la sostanza dice che Magyar ha vinto le elezioni con una maggioranza tale da consentirgli un intervento largo sulle istituzioni e sulle regole del gioco. Reuters e altre testate internazionali hanno sottolineato la portata del suo successo, sufficiente a mettere mano a riforme profonde.

È precisamente questo il motivo per cui occorre diffidare dell’entusiasmo automatico. Quando un leader arriva con una forza parlamentare ampia, con l’appoggio mediatico internazionale, con l’apertura di credito delle cancellerie europee e con il pretesto perfetto della bonifica democratica, il rischio di sconfinamento non diminuisce: aumenta. Perché gli viene concessa una patente morale preventiva. E chi possiede una patente morale preventiva tende quasi sempre ad abusarne.

Il punto, dunque, non è se Magyar sia meglio o peggio di Orbán in assoluto. Il punto è un altro: che idea di potere mostra di avere, proprio nel suo primo atto davvero simbolico? E la risposta, al momento, non è confortante. Perché chi comincia dall’informazione rivela subito qual è il nervo che considera decisivo.

Il vecchio vizio europeo: chiamare libertà ciò che non lo è

In tutta questa vicenda c’è poi un vizio tipicamente europeo, e direi anche piuttosto ipocrita. Quando una parte politica occupa, condiziona o ristruttura i media pubblici, si grida allo scandalo. Quando lo fa la parte considerata giusta, europeista, affidabile, responsabile, il lessico cambia improvvisamente: non si parla più di occupazione ma di transizione; non di epurazione ma di reset; non di controllo ma di ricostruzione democratica.

È un giochetto lessicale vecchio come il cucco, ma funziona sempre. E infatti anche nel caso ungherese la narrativa dominante tende a presentare il provvedimento di Magyar come una specie di operazione igienica necessaria. Il che potrà persino contenere una parte di verità sulla degenerazione precedente, ma lascia intatto il punto decisivo: chi controlla il controllore? Chi stabilisce che il nuovo organismo di vigilanza sarà davvero neutrale? Chi garantisce che il nuovo sistema non finirà per premiare semplicemente gli amici del nuovo corso?

La risposta, per ora, non c’è. E quando una risposta manca proprio su un tema così delicato, la prudenza non è cinismo: è buon senso. Anzi, in casi come questo è quasi un dovere di igiene mentale.

Il pluralismo non nasce dalle purghe

La morale della storia è più semplice di quanto sembri. Un sistema informativo davvero libero non nasce dallo spegnimento dei notiziari, non nasce dalla sospensione dei fondi decisa dal vincitore di turno, non nasce dalle epurazioni travestite da restaurazione morale. Nasce da regole credibili, da garanzie reciproche, da contrappesi seri, da una cultura pubblica che accetti perfino la sopravvivenza di voci sgradite.

Per questo la prima mossa di Péter Magyar non rassicura affatto. Al contrario, inquieta. Perché invece di dire: “apriamo”, ha detto in sostanza: “fermiamo e rifacciamo noi”. E quando la politica comincia così, di solito finisce male. Magari con un volto più elegante, con una retorica più pulita, con applausi più raffinati, con editoriali più entusiasti a Bruxelles. Ma la sostanza cambia poco.

In fondo la tentazione è sempre quella: non difendere la libertà di stampa, ma ereditarne il telecomando.

E qui sta tutta la diffidenza del caso ungherese di oggi. Perché il problema non è solo Orbán che se ne va. Il problema è capire se chi arriva abbia davvero intenzione di lasciare respirare il pluralismo, oppure se voglia semplicemente addomesticarlo in modo più presentabile. Con tanto di benedizione europea, che in questi casi arriva spesso puntuale come il notaio quando c’è da registrare il passaggio di proprietà.

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Pubblicato inPolitica

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