L’Ordine dei Giornalisti del Piemonte ha deciso di fare un passo che non è semplicemente discutibile: è dirimente. Non una sfumatura, non una presa di posizione tra tante. Un vero e proprio spartiacque. Prima il patrocinio al Torino Pride 2025 – già di per sé una scelta che segna un orientamento culturale preciso – e poi, come se non bastasse, la cosiddetta “Carta Arcobaleno”. Un decalogo in dieci punti che pretende di riscrivere le regole del mestiere.
E qui non siamo più nel campo delle opinioni. Qui si tocca la sostanza stessa del giornalismo.
La parola piegata all’ideologia
Le parole, in teoria, servono a raccontare i fatti. È la prima lezione che si impara entrando in una redazione. Ma quando entra in gioco l’ideologia – qualunque ideologia – la funzione cambia: le parole non descrivono più la realtà, la deformano.
La Carta Arcobaleno nasce esattamente da questa impostazione. Non è un invito alla prudenza, né un richiamo al rispetto delle persone – che è già previsto dalla deontologia. È qualcosa di diverso: un tentativo di costruire una realtà linguistica obbligata, dentro cui il giornalista deve muoversi senza deviare.
E chi devia? Fuori dal coro. Fuori dal perimetro. Fuori, magari, anche dalla professione.
Il giornalista addomesticato
Uno dei passaggi più rivelatori riguarda il linguaggio “ampio e plurale”. Tradotto dal burocratese: attenzione a ciò che dici, perché potresti offendere… anche solo esprimendo un’opinione non conforme.
Il risultato è evidente. Non si vieta formalmente la critica, ma la si rende impraticabile. Perché ogni osservazione divergente può essere etichettata come “stereotipo” o “lesiva della dignità”.
E allora il giornalista cosa fa? Si autocensura. Che è la forma più subdola di censura: quella che non ha bisogno di un censore, perché il censore è già dentro di te.
Fonti? Solo quelle “giuste”
Altro passaggio cruciale: il ricorso a fonti “qualificate e rappresentative”. Sembra un principio sacrosanto. Ma poi si scopre che le fonti “giuste” sono sempre le stesse: attivisti, rappresentanti di un certo mondo, voci allineate.
Il pluralismo, quello vero, prevede il confronto. Qui invece si suggerisce una sola campana.
È informazione? No. È narrazione di parte.
La realtà selettiva
Il punto più delicato arriva quando si parla di “contestualizzare senza etichettare”. Una formula elegante per dire: racconta i fatti, ma non tutti.
Se un elemento della notizia rischia di incrinare una certa immagine, meglio ometterlo. Meglio “contestualizzare”. Meglio filtrare.
E qui il giornalismo smette di essere tale. Perché il giornalismo vive di fatti, non di selezioni ideologiche. La verità non si ritaglia su misura.
Il trionfo della finzione linguistica
Ancora più emblematico è il capitolo sui nomi e i pronomi. Non si tratta più di rispetto personale – che nessuno mette in discussione – ma di un salto ulteriore: adeguare la realtà ai desideri individuali.
Il giornalista non racconta più ciò che è, ma ciò che qualcuno vuole che sia.
È un passaggio delicatissimo. Perché qui si chiede alla professione di rinunciare alla sua funzione fondamentale: distinguere tra fatti e interpretazioni.
Censura travestita da moderazione
La questione dei commenti online completa il quadro. “Moderare”, “rimuovere”, “filtrare”. Parole che suonano bene, ma che nella pratica rischiano di tradursi in un meccanismo semplice: eliminare il dissenso.
Il problema non è contrastare l’odio – sacrosanto. Il problema è chi decide cosa è odio. Perché, con criteri così elastici, qualsiasi critica può diventare “hate speech”.
E a quel punto il dibattito pubblico muore.
Il censore in redazione
Il culmine si raggiunge con la figura del “Diversity Editor”. Nome moderno, funzione antica: controllare, correggere, indirizzare.
Un supervisore ideologico interno alla redazione. Un arbitro del linguaggio. Un garante della linea.
Non è difficile immaginare l’effetto: giornalisti sempre più prudenti, sempre meno liberi. Sempre più uniformi.
Una rottura con la deontologia
Il punto, alla fine, è uno solo. Questa Carta Arcobaleno entra in collisione frontale con la deontologia giornalistica.
Perché il giornalismo non è militanza. Non è propaganda. Non è pedagogia sociale.
È racconto dei fatti. Con onestà, con rigore, con libertà.
Quando si stabilisce a monte cosa si può dire e cosa no, quali fonti usare e quali evitare, quali aspetti raccontare e quali omettere, non siamo più nel giornalismo. Siamo in un’altra cosa.
E il fatto che si voglia portare questo documento all’attenzione dell’Ordine nazionale rende la questione ancora più seria. Perché qui non si tratta di un esperimento locale. Si tratta di un possibile modello da estendere.
Una scelta di coscienza
In questo contesto, le dimissioni diventano più di un gesto personale. Diventano una presa di posizione.
Perché a un certo punto bisogna scegliere: o si racconta la realtà, o la si riscrive.
E il giornalismo, quello vero, non ha mai avuto dubbi da che parte stare.

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