C’è un modo moderno, silenzioso e apparentemente “legale” per svuotare la democrazia senza mandare i carri armati davanti al Parlamento. Non serve più il colpo di Stato in stile anni Settanta, con i generali in uniforme e la radio occupata all’alba. Basta lasciare le urne al loro posto, mantenere la scenografia democratica e intervenire prima. Sui candidati, sui partiti, sui tribunali, sui congressi interni. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan sembra essersi incamminata proprio lungo questa strada.
L’ultimo passaggio di questa trasformazione è arrivato il 21 maggio 2026, quando un tribunale di Ankara ha annullato il congresso del principale partito di opposizione turco, il CHP, invalidando di fatto l’elezione del leader Ozgur Ozel e restituendo il controllo del partito all’ex presidente Kemal Kilicdaroglu. Una decisione che molti osservatori considerano uno spartiacque storico per la democrazia turca.
Formalmente le elezioni esistono ancora. Ma la domanda che ormai aleggia su Ankara è un’altra: possono ancora cambiare il potere?
Il caso Imamoglu
La svolta non nasce dal nulla. Tutto ruota attorno alla figura di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e uomo che più di ogni altro aveva dimostrato di poter battere Erdogan.
Il 19 marzo 2025 Imamoglu viene fermato e poi arrestato. Il giorno precedente gli era stata annullata la laurea conseguita trent’anni prima, con l’accusa di irregolarità nel titolo di studio. Un dettaglio tutt’altro che tecnico, perché in Turchia il diploma universitario è requisito indispensabile per candidarsi alla presidenza. Non si vietano le elezioni. Si eliminano preventivamente i candidati scomodi.
La dinamica ricorda altre esperienze viste in varie parti del mondo: la magistratura che entra nella competizione politica, le accuse giudiziarie che diventano strumenti di selezione della classe dirigente, le opposizioni costrette a giocare una partita con arbitro e regolamento controllati dal potere.
Il CHP nel mirino
Dopo Imamoglu, il bersaglio diventa il CHP, storico partito kemalista fondato da Mustafa Kemal Atatürk.
Nel congresso del novembre 2023, Ozgur Ozel aveva sconfitto a sorpresa Kemal Kilicdaroglu grazie anche al sostegno di Imamoglu. Una vittoria che sembrava aver dato nuova energia all’opposizione. E infatti pochi mesi dopo, alle amministrative del 2024, il CHP aveva ottenuto un risultato storico, infliggendo all’AKP la prima vera sconfitta nazionale dal 2002.
Quel voto aveva lanciato un messaggio chiarissimo: Erdogan non era più invincibile. Ed è proprio da quel momento che il potere turco sembra aver cambiato approccio. Non più semplice competizione politica, ma controllo preventivo del terreno di gioco.
La sentenza di Ankara arriva dopo mesi di accuse di brogli interni e presunte compravendite di voti tra delegati del congresso CHP. La formula utilizzata dal tribunale è quella della “nullità assoluta”: come se il congresso non fosse mai esistito. Per la prima volta nella storia moderna turca, un tribunale decide chi deve guidare il principale partito di opposizione.
Il ritorno di Kilicdaroglu
A rendere ancora più pesante la vicenda è stato il comportamento di Kemal Kılıçdaroğlu.
Dopo la sentenza, l’ex leader non ha contestato la decisione del tribunale. Anzi. Ha invitato il partito alla calma, accettando di fatto il ritorno alla guida del CHP. Poche ore prima della sentenza aveva anche pubblicato un videomessaggio molto duro contro la presunta corruzione interna del partito, ricalcando quasi perfettamente la narrativa governativa. Per molti oppositori, è sembrato il sigillo definitivo di un’operazione politica già scritta.
Se il leader dell’opposizione può essere rimosso per via giudiziaria e il partito può essere commissariato di fatto attraverso i tribunali, allora le elezioni rischiano di trasformarsi in una formalità.
L’economia che fa paura al potere
Dietro questa accelerazione politica c’è anche un fattore molto concreto: l’economia. Il programma del ministro Mehmet Simsek, pensato per contenere l’inflazione, ha prodotto effetti devastanti sul potere d’acquisto dei turchi. Inflazione schizzata oltre il 68%, crollo della lira, tassi d’interesse esplosi, impoverimento diffuso.
Per anni Erdogan aveva costruito il proprio consenso sul benessere economico e sulle grandi opere. Quando però il portafoglio si svuota, anche il leader più carismatico comincia a perdere terreno.
Le amministrative del 2024 hanno mostrato proprio questo: l’AKP può perdere. Ed è probabilmente questa consapevolezza ad aver spinto il sistema a irrigidirsi.
Trump, NATO e gli equilibri internazionali
La vicenda turca si intreccia poi con il grande risiko geopolitico. Mentre Erdogan rafforza i rapporti con Donald Trump e prepara il vertice NATO previsto in Turchia, l’opposizione sottolinea una coincidenza inquietante: sia prima dell’arresto di Imamoglu sia prima della sentenza contro il CHP ci sarebbero stati colloqui telefonici tra Erdogan e Trump.
Non esistono prove pubbliche di un coinvolgimento americano nelle dinamiche interne turche. Ma il semplice fatto che una parte consistente dell’opposizione lo ritenga plausibile dice molto sul clima che si respira nel Paese.
Washington, del resto, con Ankara ha sempre avuto un rapporto pragmatico. Quando ci sono di mezzo NATO, Mediterraneo e Medio Oriente, spesso le lezioni occidentali sulla democrazia diventano improvvisamente molto elastiche.
La piazza che non reagisce più
Dopo le grandi proteste seguite all’arresto di Imamoglu, la mobilitazione si è progressivamente sgonfiata. Anche la sentenza contro il CHP ha prodotto manifestazioni relativamente limitate.
La repressione pesa. Ma pesa anche la sensazione diffusa di impotenza. Quando una parte dell’opinione pubblica inizia a convincersi che il risultato sia già deciso in partenza, il rischio più grande non è la rivolta. È l’apatia.
Ed è forse proprio questo il vero obiettivo di ogni sistema che punta a controllare il consenso senza abolire formalmente la democrazia: trasformare il voto in un rito prevedibile, innocuo, amministrato.
Una monarchia senza corona?
Gli oppositori parlano ormai apertamente di “monarchia di fatto”. Un’espressione forte, certo. Ma che fotografa il timore crescente di vedere la Turchia trasformarsi in un sistema dove il potere si rinnova senza reale possibilità di alternanza.
La Turchia appare sempre più lontana dall’idea occidentale di democrazia liberale e sempre più vicina a quei sistemi dove le elezioni esistono, ma servono soprattutto a confermare chi governa già. E quando la politica arriva a questo punto, il rischio è che le urne restino. Ma che la scelta sparisca.

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