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RAEE, il grande buco nero dei rifiuti elettronici

Nel 2025 l’Italia ha trattato quasi 589 mila tonnellate di rifiuti elettronici, ma il tasso di raccolta si ferma al 32,5%, appena metà dell’obiettivo europeo. Un’inchiesta di Altroconsumo aveva già mostrato il problema seguendo con dispositivi di tracciamento centinaia di apparecchi dismessi: uno su tre non arrivava dove avrebbe dovuto. Tra rottamai, circuiti paralleli, esportazioni e apparecchi che semplicemente spariscono, dietro il nostro vecchio frigorifero si nasconde un mercato molto più ricco di quanto immaginiamo.

Quando portiamo un vecchio televisore all’isola ecologica, consegniamo il frigorifero al rivenditore che ci porta quello nuovo o ci liberiamo finalmente del computer che giace da dieci anni in cantina, siamo portati a pensare che la storia sia finita lì.

Noi abbiamo fatto la nostra parte, il rifiuto è entrato nel circuito del riciclo e qualcuno provvederà a smontarlo, recuperando quello che può essere recuperato e smaltendo correttamente il resto. In teoria.

In pratica, il viaggio dei RAEE – Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche – è molto più accidentato. E soprattutto una parte consistente di ciò che viene dismesso non entra affatto nella filiera ufficiale o ne esce prima di raggiungere la destinazione prevista.

Il paradosso è che, una volta arrivati negli impianti regolari, i RAEE italiani vengono trattati piuttosto bene. Il problema è farceli arrivare.

I dati più aggiornati, relativi al 2025 e pubblicati nel giugno 2026 dal Centro di Coordinamento RAEE, raccontano infatti due Italie: quella che ricicla e recupera con risultati superiori agli obiettivi europei e quella che non riesce neppure a intercettare una quantità sufficiente dei propri rifiuti elettronici.

La “pulce” che ha seguito i nostri elettrodomestici

A sollevare il coperchio su questo mondo era stata, tra gli altri, una significativa inchiesta di Beba Minna per Altroconsumo, intitolata Rifiuti elettronici: dove finiscono davvero? Li abbiamo seguiti con una pulce nascosta.

L’associazione dei consumatori non si era accontentata di chiedere alle aziende dove finissero i rifiuti. Aveva fatto una cosa assai più semplice e, proprio per questo, efficace: li aveva seguiti.

Furono disseminati dispositivi di localizzazione all’interno di 264 RAEE, quindi consegnati attraverso i normali canali di raccolta. Il risultato fu tutt’altro che rassicurante: soltanto il 66% degli apparecchi tracciati arrivò a un impianto accreditato. Il restante 34% prese altre strade. In numeri assoluti, solo 175 apparecchi raggiunsero un impianto accreditato.

In altre parole, circa un apparecchio su tre non seguì il percorso che il cittadino poteva ragionevolmente aspettarsi. E qui comincia la parte più interessante della storia.

Il computer che si risveglia in Senegal

I tracciatori raccontarono viaggi che sembrano usciti dal diario di un corriere internazionale.

Tre lavatrici partite da un impianto accreditato della provincia di Venezia furono localizzate in Slovenia. Un notebook consegnato in un negozio di elettronica rimase per qualche ora nel punto vendita, scomparve dai radar per tre mesi e infine ricomparve addirittura in Senegal.

Un altro computer portatile uscì da un’isola ecologica, raggiunse un rottamaio di Napoli, vi rimase per circa due mesi, passò dal porto e dopo un paio di settimane riapparve ad Alessandria d’Egitto.

Un terzo notebook compì un percorso ancora diverso: dall’isola ecologica raggiunse un’abitazione nel Nord Italia e successivamente una discarica a Casablanca, in Marocco.

Attenzione, però: questi risultati risalgono all’inchiesta pubblicata nel 2023 e non possono essere automaticamente trasformati nella fotografia statistica dell’intero sistema italiano del 2026. Sarebbe metodologicamente scorretto. Ma indicano con straordinaria concretezza come e dove possa aprirsi il buco nella filiera. E i dati ufficiali più recenti confermano che quel buco, nel suo complesso, è tutt’altro che chiuso.

Nel 2025 abbiamo fatto meglio. Ma siamo ancora a metà strada

Secondo il Rapporto Gestione RAEE 2025 del Centro di Coordinamento, gli impianti italiani hanno gestito 588.689 tonnellate di rifiuti elettronici, l’8,8% in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 387.370 tonnellate erano RAEE domestici, in crescita del 4,5%, mentre 201.319 tonnellate provenivano dal settore professionale, in aumento addirittura del 18,2%.

Buona notizia? Certamente. Ma solo fino a quando non si guarda il numero successivo. Il tasso nazionale di raccolta nel 2025 è stato appena del 32,5%, calcolato rispetto alla media di 1.811.378 tonnellate di apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato nei tre anni precedenti.

L’obiettivo previsto dalla direttiva europea è il 65%. Siamo quindi praticamente alla metà del traguardo. La situazione è migliorata rispetto al 29,6% del 2024, ma parlare di problema risolto sarebbe piuttosto fantasioso.

366 mila tonnellate dalle nostre case

Se si restringe lo sguardo ai RAEE domestici intercettati dai sistemi collettivi, nel 2025 sono state raccolte e avviate al trattamento 366.891 tonnellate, il 2,4% in più rispetto al 2024, equivalenti a 6,22 chilogrammi per abitante.

Anche qui le differenze geografiche restano significative. Il Nord ha raccolto 192.952 tonnellate, pari a 7,02 chili per abitante; il Centro 85.854 tonnellate, ossia 6,61 chili; il Sud 88.085 tonnellate, con appena 4,76 chili per abitante.

Tra le categorie, nel 2025 sono state intercettate 133.691 tonnellate di grandi elettrodomestici, 106.423 tonnellate di apparecchiature per freddo e clima e 86.652 tonnellate di piccoli elettrodomestici ed elettronica di consumo. TV e monitor sono scesi a 38.330 tonnellate.

Sono montagne di lavatrici, frigoriferi, computer, televisori, aspirapolvere, condizionatori, telefoni e apparecchiature elettroniche. Eppure non bastano.

Dove finisce ciò che manca?

È la domanda fondamentale. E qui bisogna evitare una semplificazione: la differenza rispetto all’obiettivo europeo non equivale automaticamente a rifiuti “rubati” o esportati illegalmente.

Una parte delle apparecchiature rimane nelle case: il vecchio cellulare dimenticato nel cassetto, il computer conservato “perché non si sa mai”, il televisore parcheggiato in cantina, il frigorifero trasferito nella casa di campagna. Altri apparecchi vengono riutilizzati, ceduti o venduti come usato.

Ma esistono anche flussi paralleli. Ed è qui che il RAEE smette di essere soltanto un rifiuto e diventa merce.

Altro che spazzatura: dentro c’è una miniera

Un frigorifero, una lavatrice o un computer non sono semplicemente ferraglia. Contengono ferro, acciaio, alluminio, rame, plastiche, vetro e componenti elettronici, ma anche, in determinate apparecchiature, metalli preziosi e materie prime critiche.

A livello mondiale il fenomeno assume proporzioni gigantesche. Il Global E-waste Monitor 2024 di UNITAR e ITU ha calcolato che nel solo 2022 sono stati generati nel mondo 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. All’interno di quella montagna erano incorporati circa 31 milioni di tonnellate di metalli, oltre a 17 milioni di tonnellate di plastica.

Il valore dei metalli contenuti nei RAEE prodotti in quell’anno è stato stimato in circa 91 miliardi di dollari, compresi circa 19 miliardi di rame, 15 miliardi di oro e 16 miliardi di ferro.  Ecco perché il vecchio computer che noi consideriamo un ingombro può diventare improvvisamente molto interessante per qualcun altro. I RAEE sono una miniera urbana. Il problema è stabilire chi la sfrutta.

Il business della “cannibalizzazione”

Uno dei rischi è la cosiddetta cannibalizzazione: sottrarre all’apparecchio le componenti economicamente più interessanti e abbandonare o destinare il resto a percorsi meno controllati.

È facile comprenderne la logica. Il circuito ufficiale deve farsi carico dell’intero apparecchio, comprese le sostanze che richiedono trattamenti specifici e costosi. Un operatore irregolare, invece, può essere interessato esclusivamente alla parte che vale denaro. Il profitto resta a lui, il problema ambientale resta agli altri.

E l’inchiesta di Altroconsumo mostrava quanto delicati possano essere persino i passaggi apparentemente più sicuri. L’associazione documentò come nelle piattaforme comunali i controlli non fossero sempre sufficienti a impedire la sottrazione di apparecchi.

Il vero nodo della questione, dunque, non è soltanto convincere il cittadino a differenziare correttamente il rifiuto. Bisogna garantire la tracciabilità dell’intero percorso, dal momento della consegna fino all’impianto finale.

Quando arrivano all’impianto, il sistema funziona

Ed ecco il paradosso italiano.

Una volta che il RAEE entra realmente in un impianto appropriato, i risultati sono molto buoni. Nel 2025 il recupero degli apparecchi per lo scambio di temperatura ha raggiunto il 97,7%, con un riciclaggio dell’81,3%. Per i grandi elettrodomestici il recupero è stato del 91,8% e il riciclaggio dell’89,1%.

Per TV e monitor si arriva rispettivamente al 94,6% di recupero e all’89,3% di riciclaggio. Nel raggruppamento comprendente informatica ed elettronica di consumo il recupero è stato del 92,6% e il riciclaggio dell’81%. Le sorgenti luminose hanno raggiunto un tasso di riciclaggio del 91%.

Tutti valori superiori ai rispettivi obiettivi europei.

Il direttore generale del Centro di Coordinamento RAEE, Fabrizio Longoni, lo ha riassunto chiaramente: gli impianti italiani sono adeguati e raggiungono prestazioni elevate, ma potrebbero lavorare quantitativi superiori. Il collo di bottiglia è la raccolta.

Insomma, abbiamo le fabbriche capaci di riciclare. Ci mancano, paradossalmente, abbastanza rifiuti che arrivino regolarmente a quelle fabbriche.

Il confine tra “usato” e rifiuto

C’è poi un’altra zona grigia particolarmente delicata: l’esportazione come apparecchiatura usata.

Un computer perfettamente funzionante venduto all’estero è una merce. Un computer ormai inutilizzabile destinato allo smaltimento è un rifiuto e deve sottostare alle norme sulle spedizioni di rifiuti. La differenza sulla carta è chiarissima. Nella realtà può esserlo molto meno.

È proprio attraverso la qualificazione come prodotto destinato al riutilizzo che storicamente i traffici di rifiuti elettronici hanno potuto cercare scorciatoie verso Paesi dove manodopera, controlli e costi di trattamento sono molto diversi da quelli europei. La normativa, nel frattempo, si è irrigidita notevolmente.

Dal 2025 esportare RAEE è molto più difficile

Dal 1° gennaio 2025 sono entrati in vigore gli emendamenti alla Convenzione di Basilea sui rifiuti elettronici. La novità è importante: tutti i movimenti transfrontalieri di e-waste, pericoloso e non pericoloso, sono ora sottoposti alla procedura del consenso preventivo informato prevista dalla Convenzione.

L’Unione europea è andata oltre. Dal 1° gennaio 2025 l’esportazione di tutti i rifiuti elettronici dall’UE verso Paesi non appartenenti all’OCSE è vietata. Le esportazioni verso Paesi OCSE sono invece soggette alla procedura di consenso preventivo; anche le importazioni da Paesi terzi nell’UE sono sottoposte a controllo.

Questo significa che oggi un viaggio come quello documentato dall’inchiesta di Altroconsumo verso Senegal, Egitto o Marocco, qualora l’apparecchio sia giuridicamente un rifiuto elettronico e non un bene usato realmente destinato al riutilizzo, incontra regole assai più restrittive rispetto al 2023. È un aggiornamento essenziale.

Il problema, come sempre, sarà vedere quanto la norma scritta riesca a coincidere con ciò che succede nei magazzini, sui camion e nei container.

Il cittadino paga già il riciclo

C’è poi un particolare che merita di essere ricordato.

Quando acquistiamo un’apparecchiatura elettrica o elettronica, il costo della futura gestione del RAEE è già incorporato nel sistema di responsabilità del produttore.

Il consumatore, inoltre, dispone di strumenti precisi per liberarsi correttamente del vecchio apparecchio. Con il sistema dell’“uno contro uno”, acquistando un nuovo prodotto può consegnarne gratuitamente al venditore uno equivalente da smaltire.

Per i piccoli RAEE esiste anche il principio dell’“uno contro zero”, che consente, nei punti vendita soggetti all’obbligo, di consegnare apparecchiature di piccole dimensioni senza dover comprare nulla.

E naturalmente restano i centri comunali di raccolta. Il sistema, dunque, sulla carta c’è. Il problema è chiudere la porta alle deviazioni successive.

Più controlli, meno prediche

La storia dei RAEE offre anche una piccola lezione sulla politica ambientale.

Si può chiedere al cittadino di separare ogni rifiuto, compilare moduli, rispettare procedure, cambiare elettrodomestici in nome dell’efficienza e imparare una nuova sigla ambientale ogni sei mesi. Ma se poi un vecchio notebook corre il rischio di prendere la nave e ricomparire a migliaia di chilometri di distanza, qualcosa evidentemente non torna.

La transizione ecologica dovrebbe cominciare dalle cose elementari: far funzionare bene ciò che già esiste.

Non servono necessariamente nuovi slogan. Servono centri di raccolta sorvegliati, distributori che rispettino gli obblighi, tracciabilità effettiva, controlli sui trasportatori e sugli intermediari, verifiche sui container e soprattutto una repressione seria dei circuiti illegali. Perché recuperare più RAEE significa anche ridurre la dipendenza dall’importazione di materie prime.

Non a caso la questione dei rifiuti elettronici è ormai strettamente collegata alle materie prime critiche, tanto che nel 2025 Ecomondo vi ha dedicato uno specifico filone di approfondimento collegandolo al Critical Raw Materials Act europeo.

Prima di andare a cercare nuovi giacimenti dall’altra parte del mondo, sarebbe forse sensato evitare di perdere quelli contenuti nelle nostre discariche, cantine e vecchi apparecchi.

Il vero rifiuto è ciò che non recuperiamo

La fotografia aggiornata al 2026 è quindi meno semplicistica di quanto potrebbe sembrare.

Non è vero che i RAEE italiani finiscano tutti chissà dove. Nel 2025 gli impianti hanno gestito quasi 589 mila tonnellate e, quando i rifiuti raggiungono il circuito appropriato, le percentuali di recupero e riciclaggio sono elevate.

Ma è altrettanto difficile ignorare l’altra metà della fotografia. Il tasso di raccolta italiano è soltanto del 32,5%, contro un obiettivo europeo del 65%. E l’esperimento sul campo di Altroconsumo aveva dimostrato quanto possano essere sorprendenti le destinazioni di una parte degli apparecchi consegnati per essere smaltiti.

Il vecchio frigorifero, il computer rotto e la lavatrice che non centrifuga più non sono spazzatura senza valore. Sono ferro, rame, alluminio, plastiche, componenti elettronici e materie prime. Sono denaro. Ed è esattamente per questo che attorno ai rifiuti elettronici esiste una partita economica enorme.

La buona notizia è che sappiamo riciclarli. Quella meno buona è che prima dobbiamo riuscire a non perderli per strada.

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Pubblicato inAmbiente

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