E così siamo arrivati a settembre. Sulle ginocchia, più o meno. Agosto se n’è andato lasciandosi dietro giornate interminabili, temperature da altoforno, notti passate a cercare un refolo d’aria e quella particolare sensazione per cui, a un certo punto, anche mettere in fila soggetto, verbo e complemento sembra richiedere lo sforzo necessario per scalare il Monviso.
Il calendario dice 1° settembre e, almeno per me com’è ormai tradizione, significa una cosa molto semplice: mentre tutti tornano alle loro normali occupazioni, è arrivato il momento di fermarsi per qualche settimana. Non una resa. Una ritirata strategica.
Perché anche le batterie migliori, prima o poi, reclamano una presa di corrente. E dopo mesi trascorsi a leggere, cercare, verificare, scrivere, arrabbiarsi, riscrivere, cancellare e ricominciare, la spia della riserva si è accesa da un pezzo. Il caldo ha fatto il resto.
Ricaricare soprattutto la testa
Il fisico reclama riposo, certo. Ma ad averne maggiormente bisogno è la testa.
Scrivere significa consumare energie che non si vedono. Significa stare continuamente dentro le cose, cercare di capire ciò che accade dietro la superficie, distinguere i fatti dalla propaganda, le notizie dalle narrazioni, le convinzioni dalle convenienze. E soprattutto significa conservare quella voglia di dire ciò che si pensa anche quando sarebbe assai più comodo adeguarsi al coro.
Per questo settembre sarà il mese della ricarica. Un po’ di riposo, qualche buon libro, passeggiate e tempo restituito alle cose semplici. Quelle che non hanno bisogno di notifiche, proclami roboanti e dichiarazioni dell’ultimo politico presenzialista. Anche perché per combattere bene bisogna ogni tanto uscire dal campo di battaglia.
Affilare la penna. Anzi, la spada
Poi si tornerà. Con la speranza di ritrovare energie fisiche e, soprattutto, mentali. Con un rinnovato spirito combattivo e con la voglia di riprendere esattamente da dove abbiamo lasciato. Nel frattempo bisognerà affilare la punta della penna. Pardon: della spada.
Perché certe volte la differenza è davvero sottile. E qui torna inevitabilmente alla memoria il mai abbastanza compianto Maestro Francesco Guccini, che ci ha lasciati da poche settimane e che nel suo Cirano aveva trovato un’immagine meravigliosa per raccontare la forza della parola contro l’arroganza.
Scriveva:
«Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio,
perché con questa spada vi uccido quando voglio…»
E poco prima il suo Cirano aveva chiamato sul palco i «nuovi protagonisti, politici rampanti», insieme a portaborse, ruffiani e protagonisti di una comunicazione interessata e servile.
Sono passati trent’anni da quando Cirano venne pubblicata. Cambiano i nomi, cambiano i partiti, cambiano gli studi televisivi e oggi ai salotti si sono aggiunti social, influencer e professionisti dell’indignazione a comando. Il materiale per affilare la penna, invece, sembra inesauribile.
Guccini la chiamava spada. Ed è forse una delle immagini più belle per chi continua ostinatamente a credere che le parole servano ancora a qualcosa. Non per ferire le persone, ma per bucare i palloncini della retorica, disturbare i conformismi, mettere qualche sassolino negli ingranaggi delle verità prefabbricate e ricordare che il compito di chi scrive non dovrebbe essere quello di applaudire il potente di turno. Di applausi professionali ce ne sono già fin troppi.
Arrivederci, dunque
Adesso, però, la spada torna per qualche settimana nel fodero. Niente eroismi: riposo.Ci sarà tempo per tornare a discutere, criticare, raccontare, ironizzare e, quando necessario, indignarsi.
Il mondo, con ragionevole certezza, continuerà nel frattempo a produrre materiale in abbondanza. Politici, burocrati, ideologi, censori, moralisti a corrente alternata e salvatori dell’umanità son già al lavoro. Quando torneremo, quindi, qualcosa da scrivere lo troveremo. Per ora mi fermo qui.
Grazie a chi in questi mesi ha letto, condiviso, commentato, approvato e anche a chi si è arrabbiato. Talvolta soprattutto a questi ultimi: se una penna non disturba mai nessuno, forse è rimasta troppo a lungo nel cassetto.
Ci rivediamo a fine settembre, o giù di lì. Con le batterie cariche, qualche idea nuova e la vecchia voglia di non stare in fila. E soprattutto con la penna nuovamente affilata. Pardon, la spada.

Sii il primo a commentare