Mentre la guerra in Ucraina entrava nella sua fase più cruenta e le acciaierie di Azovstal venivano martellate dalle bombe russe, il petrolio di Mosca continuava a viaggiare verso l’Occidente, con una rotta più tortuosa ma perfettamente legale. Una partita a tre carte giocata sul mare, tra travasi, triangolazioni e registri doganali compilati con zelo burocratico.
Dal Mar Nero al Lincolnshire, passando dalla Grecia
A maggio la petroliera Mariner III salpava dal porto russo di Tuapse con quasi 200 mila barili di greggio. Dopo cinque giorni di navigazione, la nave si fermava al largo di Kalamata, in Grecia, dove avveniva il passaggio chiave: un trasferimento da nave a nave con la petroliera greca Marinoula. Trentasei ore di tubi, pompe e silenzi, poi la Marinoula ripartiva alla volta del Regno Unito.
Il 6 giugno attraccava a Immingham, nel Lincolnshire, scaricando circa 250 mila barili di petrolio. Tutto regolare. Nessuna violazione delle norme marittime. E soprattutto, nei registri ufficiali britannici, nessuna importazione di petrolio russo.
Importazioni fantasma e contabilità creativa
Secondo le statistiche ufficiali, a giugno e luglio Londra non avrebbe ricevuto nemmeno una goccia di greggio dalla Russia. Eppure, i dati raccontano altro. Almeno 39 carichi di petrolio russo, per un valore superiore a 200 milioni di sterline, sono arrivati nei porti britannici dopo l’invasione dell’Ucraina, ma classificati come importazioni da altri Paesi. Da marzo, il totale sfiora i 778 milioni di sterline, distribuiti in dieci porti del Regno Unito.
Un caso emblematico è quello della Delta Pioneer, una superpetroliera da 244 metri che ha attraccato a Immingham con mezzo milione di barili provenienti direttamente dalla Russia. Resta solo da capire sotto quale bandiera statistica verrà archiviato quel carico.
Il trucco sta nei registri
Qui entra in gioco la normativa. Quando una nave entra in porto, deve indicare il Paese di spedizione, non quello di produzione del petrolio. Così, un carico raffinato o commercializzato nei Paesi Bassi, in Germania o in Belgio, anche se di origine russa, diventa automaticamente “europeo” nei dati ufficiali.
L’Office for National Statistics (ONS) e HM Revenue & Customs (HMRC) raccolgono e aggregano queste informazioni, ma la nazionalità del petrolio si perde lungo la rotta, proprio come una nave che cambia bandiera. Eurostat, al contrario, utilizza il criterio del Paese di origine, ma questo vale solo per le statistiche UE.
Le promesse politiche e la realtà dei fatti
L’8 marzo, l’allora primo ministro Boris Johnson annunciava l’uscita graduale dal petrolio russo. Il giorno dopo, alla Camera dei Comuni, Kwasi Kwarteng assicurava che il Regno Unito avrebbe posto fine alla dipendenza dagli idrocarburi di Mosca, ribadendo l’efficacia delle sanzioni contro il Cremlino di Vladimir Putin.
Parole solenni. Nei fatti, l’importazione di petrolio russo restava legale fino al 5 dicembre 2022, lasciando spazio a un rischio reputazionale più che giuridico. Una zona grigia perfetta per continuare a fare affari senza sporcarsi ufficialmente le mani.
Trasferimenti in mare aperto: l’arte di offuscare l’origine
Gli esperti marittimi spiegano che i trasferimenti da nave a nave sono diventati sempre più frequenti dall’inizio del conflitto. Servono a motivi logistici, certo, ma anche a rendere opaca la tracciabilità del carico. Una tecnica già sperimentata da iraniani e venezuelani sotto sanzioni, e ora ripresa con metodo dai russi.
Secondo i dati Refinitiv, da marzo si sono verificati 267 probabili trasferimenti di petrolio russo in tutto il mondo. Un terzo proprio al largo di Kalamata. Alcuni al largo delle coste britanniche. Altri, forse, mai rilevati, perché spegnere i localizzatori AIS è più semplice di quanto si creda.
Tra grandi trader e silenzi imbarazzati
Il viaggio della Marinoula è stato organizzato da Trafigura, che ha dichiarato di aver rispettato ogni sanzione e di aver onorato contratti precedenti all’invasione. Stessa linea difensiva per Gunvor, coinvolta in un’altra spedizione arrivata a Immingham a luglio con petrolio raffinato in Russia ma registrato come importazione europea.
Le autorità britanniche, dal canto loro, ribadiscono di non aver violato alcuna norma. I porti, come Immingham e Thamesport, si limitano a ricevere merci formalmente in regola. E intanto, sotto nuove etichette, il petrolio russo continua a scaldare le case britanniche.
Una scappatoia che chiede di essere chiusa
Non a caso, l’ex leader conservatore Sir Iain Duncan Smith ha promesso battaglia parlamentare. “È ora che questa ovvia scappatoia venga chiusa”, ha dichiarato, chiedendo al governo di impedire una volta per tutte che il petrolio russo entri nel mercato aggirando le sanzioni.
Perché, alla fine, la guerra delle sanzioni non si combatte solo con i proclami, ma con i dettagli dei registri doganali. E lì, tra una voce e l’altra, Mosca continua a trovare spazio.

Sii il primo a commentare