“L’alba di una nuova era” dicevano. Libertà, uguaglianza, fine dei monopoli – proclamavano. E noi, sciocchi ingenui, ci abbiamo creduto. Ma guardate dove siamo oggi: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft – il famigerato acronimo GAFAM – sono diventati i veri padroni del mondo. Le promesse di una rivoluzione digitale che avrebbe liberato l’umanità dai vincoli dell’era industriale si sono tramutate in un incubo degno di Orwell. E no, non sto esagerando.
Il Grande Fratello è tra noi: benvenuti nella distopia digitale
Vi ricordate lo spot del primo Macintosh di Apple, quello che andò in onda nel 1984 durante il Super Bowl? Una scena iconica: una ragazza atletica corre, brandendo un martello che lancia contro uno schermo gigante su cui un volto minaccioso recita proclami totalitari. BOOM! Lo schermo esplode, e la ragazza libera un’umanità incatenata. “Il 24 gennaio Apple Computer introdurrà il Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come ‘1984’ di Orwell”, dichiarava la voce fuori campo. Che ironia, eh?
Allora ci avevano fatto credere che Apple avrebbe sconfitto il Grande Fratello, che il personal computer avrebbe dato il potere al popolo. Ma oggi, 40 anni dopo, chi è il vero Grande Fratello? Non è forse Apple stessa, insieme ai suoi compari del GAFAM? Questi giganti della tecnologia sono diventati le entità che controllano, monitorano e manipolano le nostre vite, molto più pervasivamente di quanto IBM avrebbe mai potuto immaginare nel lontano 1984.
Le favole di Jobs, Gates & Co.
Steve Jobs, Bill Gates, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, e aggiungiamo pure Elon Musk nel mix: tutti questi “visionari” che ci hanno venduto il sogno di una società più libera, più connessa, più giusta. Ma cosa ci hanno dato davvero? Certo, non possiamo negare i benefici tangibili: computer per tutti, accesso immediato a informazioni di ogni genere, la possibilità di fare acquisti senza muoversi da casa. Ma a quale prezzo?
Questi imprenditori, che hanno iniziato come umili innovatori in garage polverosi, sono diventati i nuovi baroni della tecnologia. Hanno costruito imperi che valgono più di interi Stati nazionali. Apple, da sola, vale più del PIL della Francia. Google gestisce il 90% delle ricerche online. Amazon controlla la gran parte dell’e-commerce globale. E Facebook? Detiene il monopolio del nostro tempo libero e delle nostre interazioni sociali. Insomma, GAFAM è un mostro a cinque teste che si nutre delle nostre informazioni, dei nostri dati personali, delle nostre vite.
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Il nuovo petrolio: i dati personali
Parliamo di dati. Per anni ci hanno detto che “i dati sono il nuovo petrolio”. E mai paragone fu più azzeccato. Come il petrolio nel XX secolo ha alimentato guerre e disuguaglianze, così oggi i dati personali, estratti dalle nostre attività online, stanno alimentando un nuovo tipo di capitalismo: il “capitalismo della sorveglianza”.
Ogni volta che effettuiamo una ricerca su Google, acquistiamo qualcosa su Amazon, inviamo un messaggio su WhatsApp o pubblichiamo una foto su Instagram, stiamo alimentando questo mostro. E come nel caso del petrolio, noi utenti siamo i minatori inconsapevoli, scambiando i nostri dati per convenienza e gratificazione immediata, mentre i giganti tecnologici li accumulano, li analizzano, li vendono e li usano per manipolarci.
L’obiettivo? Il controllo totale. Vogliono sapere tutto di noi: cosa ci piace, cosa detestiamo, cosa desideriamo, di cosa abbiamo paura. E con queste informazioni costruiscono profili sempre più dettagliati e accurati, che poi vengono venduti agli inserzionisti, o peggio, utilizzati per manipolare le nostre decisioni, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
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Una rivoluzione culturale tradita
Ma come siamo arrivati a questo punto? Come è possibile che le stesse aziende che promettevano di liberare l’umanità dai vincoli del passato siano diventate le nuove catene che ci imprigionano? La risposta è semplice: siamo stati noi a permetterglielo.
Siamo stati sedotti dalla narrazione della Silicon Valley, dal mito dell’underdog che diventa il re del mondo. Steve Jobs, con il suo dolcevita nero e la sua retorica affascinante, ci ha incantato con l’idea che la tecnologia sarebbe stata il grande equalizzatore. Bill Gates, con la sua faccia da bravo ragazzo, ci ha fatto credere che la conoscenza sarebbe stata accessibile a tutti. E Jeff Bezos, con la sua visione implacabile, ci ha convinto che il commercio globale sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Abbiamo abboccato. Abbiamo abboccato perché volevamo credere in una favola in cui tutti potevano essere eroi, in cui la tecnologia avrebbe portato giustizia e uguaglianza. Ma la realtà è ben diversa. Questi uomini non sono eroi. Sono baroni del capitalismo digitale, che hanno usato la nostra ingenuità per costruire imperi che ora minacciano di soffocarci.
Un potere incontrollato: i nuovi baroni del capitalismo digitale
Prendiamo Google, per esempio. Inizialmente un motore di ricerca modesto, nato dal sogno di due studenti universitari di organizzare l’informazione del mondo. Oggi, Google è una delle aziende più potenti del pianeta, che controlla non solo le ricerche online, ma anche l’industria della pubblicità, le mappe digitali, i sistemi operativi per smartphone, e molto altro ancora.
E non dimentichiamo Facebook. Nato come un sito per connettere gli studenti universitari, è diventato il social network dominante a livello globale, con miliardi di utenti. Ma Facebook non si limita a collegare persone: manipola il flusso di informazioni, decide cosa vediamo e cosa non vediamo, e ha un’influenza senza precedenti sulla nostra vita sociale e politica.
E che dire di Amazon? Un tempo solo un negozio di libri online, oggi è il più grande rivenditore del mondo, con un’influenza che si estende ben oltre il commercio. Attraverso la sua divisione di cloud computing, Amazon controlla una gran parte dell’infrastruttura digitale su cui si basa Internet. E con il suo servizio di streaming, Amazon Prime, è entrato anche nel mondo dell’intrattenimento.
Il prezzo della convenienza
Perché accettiamo tutto questo? Perché chiudiamo un occhio sui lati oscuri dei GAFAM? La risposta è, ancora una volta, semplice: perché ci offrono convenienza. I servizi di Google sono gratuiti, Amazon ci consegna i pacchi in un giorno, Facebook ci permette di connetterci con amici e familiari in tutto il mondo. Ma questa convenienza ha un prezzo, e quel prezzo siamo noi.
Abbiamo venduto la nostra privacy, la nostra autonomia e, in ultima analisi, la nostra libertà, in cambio di comodità e gratificazione immediata. Ci siamo trasformati da cittadini in consumatori, da individui in profili digitali, da persone in prodotti.
La manipolazione del pensiero
E il peggio è che, nella nostra complicità, siamo diventati complici della nostra stessa oppressione. Ogni volta che clicchiamo su un annuncio, che condividiamo un post, che effettuiamo un acquisto online, stiamo contribuendo a rafforzare il potere dei GAFAM. E questo potere si manifesta in modi che spesso non comprendiamo appieno.
Gli algoritmi di Google e Facebook non sono neutri. Sono progettati per manipolare il nostro comportamento, per farci vedere ciò che vogliono loro, per farci pensare ciò che vogliono loro. Questi algoritmi sono il cuore del capitalismo della sorveglianza, un sistema che usa la tecnologia per monitorare, prevedere e, in ultima analisi, controllare il nostro comportamento.
Questa manipolazione del pensiero ha conseguenze enormi. Durante le elezioni presidenziali americane del 2016, le fake news diffuse su Facebook hanno giocato un ruolo cruciale nel determinare l’esito delle votazioni. Come nel referendum sulla Brexit. E non sono casi isolati: i social media sono stati utilizzati per manipolare le opinioni pubbliche in tutto il mondo, spesso con effetti devastanti.
L’alternativa c’è, ma…
Cosa possiamo fare? Esistono alternative ai GAFAM? La risposta è sì, ma non è semplice. Ci sono motori di ricerca alternativi come DuckDuckGo, che promettono di non tracciare le nostre ricerche. Ci sono piattaforme di social media decentralizzate come Mastodon, che mettono il controllo nelle mani degli utenti. E ci sono negozi online indipendenti che cercano di competere con Amazon.
Ma il problema non è solo tecnologico, è culturale. Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, di vedere la tecnologia. Dobbiamo smettere di considerare i GAFAM come i nostri benefattori, e iniziare a vederli per quello che sono: giganti corporativi che cercano di massimizzare i profitti a spese della nostra libertà.
Il futuro non è ancora scritto
Il futuro non è scritto. Possiamo ancora cambiare rotta, ma dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi. Dobbiamo riprendere il controllo della nostra tecnologia, delle nostre vite, del nostro futuro. Perché se continuiamo su questa strada, il sogno di una rivoluzione digitale che avrebbe liberato l’umanità si trasformerà in un incubo, in cui i GAFAM saranno i nostri nuovi padroni, e noi, i loro sudditi.
La rivoluzione è stata tradita. Ora tocca a noi riprenderla in mano e farla nostra, prima che sia troppo tardi.
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