Lo scorso venerdì 18 novembre l’Italia ha assistito all’ennesima mobilitazione nazionale della scuola contro il governo in carica. Una protesta promossa da Rete degli Studenti Medi, Unione degli Universitari e collettivi locali, con cortei e presìdi in decine di città. Il nome scelto, “No Meloni Day”, dice già tutto: più che una vertenza sulla scuola, un atto politico di principio.
Le piazze, a onor del vero, non erano stracolme. Ma la copertura mediatica sì, come sempre accade quando si evoca il fantasma del fascismo eterno, buono per tutte le stagioni e per ogni governo non allineato.
Il fascismo come slogan, non come storia
A Milano il corteo si è aperto con cori contro Giorgia Meloni, definita simbolo di un “nuovo fascismo” che opprimerebbe gli studenti attraverso l’alternanza scuola-lavoro. A contorno, striscioni perfettamente conformi al vocabolario corretto del tempo presente, tra “generazione meticcia e queer” e solidarietà globale a ogni rivolta, dall’Iran al Kurdistan, fino all’Italia stessa, infilata nello stesso calderone dei regimi.
Il tutto condito dalla solita retorica antifascista, riproposta come riflesso pavloviano, più che come analisi storica o politica.
Le richieste: investimenti sì, merito no
Gli organizzatori hanno chiesto al governo di abbandonare la “retorica della meritocrazia” e di investire nel futuro dell’istruzione. Ora, che la scuola italiana sia allo sbando è fuori discussione: edifici fatiscenti, sicurezza precaria, organici insufficienti. Su questo, i ragazzi hanno pienamente ragione a protestare.
Il problema non è la protesta, ma il bersaglio. Perché attribuire al governo Meloni responsabilità che affondano le radici in decenni di cattiva gestione è operazione intellettualmente disonesta.
Un governo in carica da poche settimane
Il governo Meloni si è insediato a Palazzo Chigi il 23 ottobre. Meno di un mese prima delle manifestazioni. Parlare già di “deriva autoritaria” o di disastri scolastici imputabili all’esecutivo è semplicemente surreale.
La decadenza della scuola italiana non nasce oggi, né ieri. È figlia di riforme sbagliate, di burocrazia asfissiante, di una progressiva perdita di autorevolezza dell’istituzione scolastica. E di una democrazia invocata a parole, ma contestata nei fatti quando le urne non premiano la parte giusta.
Docenti delegittimati, autorità cancellata
Nelle aule si è consumato un capovolgimento silenzioso ma devastante: la responsabilità del fallimento scolastico non ricade più sullo studente, ma sul docente. Insegnanti stanchi, demotivati, sotto organico, schiacciati dalla burocrazia e spesso inermi di fronte all’arroganza di studenti e famiglie.
Famiglia e scuola, un tempo pilastri dell’educazione, sono state svuotate di autorità. E senza autorità non c’è trasmissione del sapere, né formazione del carattere.
Il merito non è un insulto
Qui si arriva al nodo centrale. Il merito non è fascista, né antidemocratico. È, al contrario, lo strumento che rende possibile l’uguaglianza delle opportunità. È l’ascensore sociale che permette a chi vale di emergere, indipendentemente dal cognome.
Negare il merito in nome di una presunta inclusività significa condannare tutti alla mediocrità, premiando non i migliori, ma i più rumorosi o i più protetti.
Il vero problema italiano: la casta
Il nostro Paese soffre da decenni di un male profondo: il potere dei privilegiati per nascita. Lo ha spiegato bene Roger Abravanel, e prima ancora Edward C. Banfield con il suo celebre concetto di “familismo amorale”: una società che coopera solo per interesse personale e familiare, priva di autentico senso civico.
È così che si spiegano carriere politiche e mediatiche prive di merito reale, dalla leadership di Carlo Calenda e Enrico Letta, fino ai casi di Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi. Senza dimenticare figure come Gianni Riotta, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Laura Boldrini, Matteo Salvini o Daniela Santanchè. Favoropoli e Parentopoli, altro che fascismo.
Un consiglio ai manifestanti
Se davvero volete cambiare il sistema, studiate, approfondite, diventate competenti. Criticate pure, ma con cognizione di causa. Altrimenti il rischio è di trasformarsi in professionisti dell’indignazione permanente, capaci solo di attaccare un governo per viaggi istituzionali o foto di famiglia.
La scuola italiana non ha bisogno di slogan, ma di verità, autorità e merito. Tutto il resto è rumore.

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