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Dall’Iraq alla Siria, i curdi nel mirino incrociato di Iran e Turchia

Da giorni il mondo curdo, tra Siria e Iraq, si trova stretto in una morsa sempre più soffocante. Missili, droni e raid aerei colpiscono territori già martoriati da anni di guerra, mentre Iran e Turchia alzano contemporaneamente il livello dello scontro, trasformando aree abitate in campi di battaglia permanenti. A pagare il prezzo più alto, come spesso accade, è la popolazione civile.

Teheran stringe la repressione dopo le proteste interne

Sul fronte orientale, Teheran concentra i suoi attacchi nel Kurdistan iracheno, dove ritiene si nascondano basi della resistenza curda e gruppi legati all’opposizione iraniana. L’offensiva si inserisce in un contesto interno esplosivo: la morte della giovane curda Mahsa Amini ha innescato proteste diffuse in tutto l’Iran, entrate ormai nel terzo mese.

È proprio in risposta a quelle manifestazioni che l’Iran ha intensificato i bombardamenti con droni, colpendo città e villaggi oltreconfine. Secondo fonti locali, gli attacchi dei Pasdaran avrebbero causato almeno un morto tra i Peshmerga, in un’escalation già condannata da Washington e osservata con crescente preoccupazione dalla comunità internazionale.

Ankara accelera: l’operazione “Spada ad artiglio”

Sul fronte occidentale la tensione non è minore. Ankara ha lanciato l’operazione “Spada ad artiglio” contro le forze curde in Siria e Iraq, accusate di essere all’origine dell’attentato del 13 novembre a Istanbul. Il governo turco indica come responsabili le milizie del PKK e delle YPG, considerate organizzazioni terroristiche.

Il messaggio politico è stato affidato anche ai social: il ministero dell’Interno ha parlato di “resa dei conti”, mostrando l’immagine di un caccia in decollo. Nei raid sarebbero stati colpiti almeno 89 obiettivi, comprese postazioni dell’esercito di Damasco. Un dettaglio non secondario: per la prima volta dopo tre anni, l’aviazione turca ha utilizzato lo spazio aereo controllato dalla Russia, segnale di un tacito via libera o quantomeno di una convergenza di interessi.

Civili sotto le bombe e risposta curda

Le conseguenze sul terreno sono pesanti. Le autorità autonome curde parlano di almeno 31 morti, tra cui undici civili nelle province di Aleppo, Raqqa e Hassaké, e decine di feriti. Case, infrastrutture e servizi essenziali sono stati colpiti, aggravando una situazione umanitaria già fragile.

La reazione non si è fatta attendere. Cinque razzi sono stati lanciati oltre il confine turco, colpendo il villaggio di Karkamis: due abitazioni, una scuola e un furgone sono stati centrati, con tre civili uccisi e sei feriti. Uno scambio di colpi che alimenta un circolo vizioso e rende sempre più concreto il rischio di un conflitto aperto.

La minaccia di un’invasione via terra

A rendere lo scenario ancora più cupo sono le parole del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha chiarito come l’operazione non si limiterà ai raid aerei. L’ipotesi di un intervento con truppe di terra, su larga scala, è ormai esplicitamente sul tavolo. Una prospettiva che fa temere una nuova invasione nel nord della Siria, con conseguenze imprevedibili per l’intera regione.

Il Kurdistan iracheno tra due fuochi

Anche il Kurdistan iracheno vive giorni drammatici. Fonti ecclesiastiche locali raccontano bombardamenti su Erbil, Sulaymaniyah e numerosi villaggi montani, zone che ospitano profughi di Mosul e della piana di Ninive, mai rientrati dopo l’avanzata dello Stato islamico nel 2014.

In questo caso non sono solo i turchi a colpire: l’Iran conduce operazioni parallele, convinto che in quelle aree si nascondano miliziani e oppositori. Una doppia pressione militare che trasforma il Kurdistan iracheno in un terreno di scontro regionale, dove la linea tra operazioni “di sicurezza” e guerra aperta diventa ogni giorno più sottile.

Una regione sull’orlo dell’escalation

Tra Siria e Iraq, il fronte curdo è oggi uno dei punti più instabili del Medio Oriente. La sovrapposizione di interessi, vendette politiche e repressioni interne rischia di far deflagrare un conflitto più ampio. In mezzo restano comunità civili che, ancora una volta, pagano il prezzo più alto di decisioni prese lontano dalle loro case.

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Pubblicato inGeopolitica

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