La pandemia di COVID-19, presentata come un’emergenza sanitaria senza precedenti, si è rivelata per Pfizer una vera e propria gallina dalle uova d’oro. Alla fine del 2022 il colosso farmaceutico ha toccato un fatturato stimato di oltre 100 miliardi di dollari, trainato da un vaccino che non impedisce l’infezione né la trasmissione e da un antivirale, il Paxlovid, rivelatosi controverso e non privo di rischi. Sarebbe quasi grottesco, se non fosse drammaticamente serio.
Il vaccino entra nei calendari, i profitti diventano strutturali
Il passaggio decisivo è arrivato quando l’Advisory Committee on Immunization Practices ha inserito i vaccini COVID nei calendari vaccinali ufficiali degli Stati Uniti. Una scelta che ha blindato il mercato, assicurando a Pfizer e a Moderna un flusso di entrate stabile e duraturo, insieme a una sostanziale immunità legale da cause per danni o effetti avversi. Il tutto con la benedizione dei Centers for Disease Control and Prevention, aprendo anche la strada a possibili obblighi vaccinali per l’età scolare.
Come se non bastasse, il prezzo per dose è stato aumentato di circa il 400%, passando da 30 dollari a oltre 100, proprio mentre il vaccino entrava nel calendario. Un tempismo che parla da solo.
La macchina del marketing e l’aiuto dello Stato
Pfizer non vince solo nei laboratori, ma soprattutto nel marketing. Una macchina imponente, sostenuta da pubblicità aggressive, studi clinici accelerati grazie a società di ricerca a contratto e, soprattutto, da politiche governative coercitive. Milioni di persone sono state spinte alla vaccinazione sotto minaccia di perdere il lavoro, mentre ospedali e farmacie venivano indirizzati verso protocolli rigidi e farmaci “approvati”.
Qui il confine tra sanità pubblica e interesse privato diventa sempre più sfumato.
Le grandi bugie funzionano meglio di quelle piccole
Il medico e ricercatore David Bell ha spiegato con lucidità un meccanismo inquietante: le bugie più grandi sono spesso le più efficaci, perché troppo lontane dalla realtà per essere messe in discussione senza sembrare “eretici”. Durante la pandemia, narrazioni palesemente contraddette dai dati sono diventate dogmi intoccabili. Chi osava dubitare veniva bollato come “negazionista”, con conseguenze concrete su carriera, reputazione e libertà professionale.
Dalla medicina centrata sul paziente al colonialismo sanitario
Per decenni la sanità si è fondata sul consenso informato e sulla partecipazione del paziente, principi sanciti anche dalla Dichiarazione di Alma Ata dell’OMS. La gestione del COVID ha ribaltato tutto: una sanità verticalizzata, autoritaria, più appetibile per gli investitori che per i cittadini. La paura è diventata lo strumento principale, la censura il collante del sistema.
Nuovi dogmi, vecchie contraddizioni
Sono state imposte verità “ufficiali” che negano l’evidenza scientifica: l’immunità naturale svalutata, i rischi taciuti, l’uso della paura come leva morale, la vaccinazione di massa dei bambini per “proteggere gli anziani”. Chi rifiuta queste narrazioni paga un prezzo altissimo, mentre chi si adegua viene premiato.
Creare il problema, vendere la soluzione
Il capolavoro di Big Pharma è stato creare il mercato. Un vaccino che richiede richiami continui, un antivirale che induce ricadute, nuove emergenze come l’aumento dei casi di RSV nei bambini e, puntualmente, nuovi vaccini pronti in pipeline. Anche quando emergono segnali preoccupanti dagli studi clinici, il riflesso delle autorità è sempre lo stesso: più dosi, più campagne, più silenzio mediatico.
Un sistema da ripensare
Studi recenti, persino pubblicati su riviste scientifiche di primo piano, invitano a rivalutare le campagne di richiamo, riconoscendo che l’effetto sulla trasmissione è limitato e di breve durata. A fronte di benefici modesti, i rischi aumentano, ma il dibattito resta soffocato.
La domanda finale è semplice e scomoda: una sanità costruita sulla menzogna può davvero dirsi al servizio dell’uomo? La risposta, per chi non ha smarrito il senso della verità e della dignità, è fin troppo chiara.

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