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Questa che viene sarà la settimana conclusiva del mondiale di calcio. E già possiamo tirare qualche somma.

Lo sport, come la politica, fino ad arrivare alla musica, sta diventando sempre più, una forma di spettacolo. Spettacolo che si sovrappone e talvolta si sostituisce al momento agonistico. Col risultato che ogni atto, ogni gesto, ogni dichiarazione, acquistano un peso sociale e culturale di rilievo. Sono figli del tempo e contestualmente condizionano il tempo, il modo di pensare delle persone e soprattutto dei giovani, ancora affamati di miti e modelli puri da imitare.

In Qatar sono morti circa 6.500 operai impegnati a costruire in pochi mesi gli stadi. E nessuno ha protestato più di tanto. Tra l’altro, per strutture che in gran parte saranno demolite dopo l’evento.
Il regno arabo non è certo il simbolo dei diritti civili, dell’uguaglianza, della democrazia. Per caso abbiamo visto dirigenti di federazioni, calciatori, allenatori, osservatori, politici indignarsi? Niente affatto (la forza del dio denaro). Mazzette su cui, tra l’altro, comincia a indagare la giustizia (si veda lo scandalo che sta coinvolgendo le istituzioni di Bruxelles, europarlamentari di sinistra e sindacalisti compresi).

Quando si stratta, invece, della solita presa di coscienza a costo zero, ad esempio, sulle repressioni in Iran, le mobilitazioni da salotto, le fasce arcobaleno al braccio e gli inginocchiamenti-modello Usa, si moltiplicano; anzi, diventano doverosi (per meglio dire, di moda).
Questa retorica, questi luoghi comuni, ben mostrati e veicolati da giornali, conduttori e ospiti tv (ad esempio in casa Rai) sono ipocriti e ridicoli.

Ma veniamo agli altri messaggi. Al campo da gioco. Indipendentemente dalle vittorie o sconfitte hanno sorpreso le squadre cosiddette deboli (Corea, Giappone, Marocco, Ghana, Senegal etc): grinta, coraggio, aggressività, forza del collettivo, impegno. L’opposto delle squadre blasonate, l’aristocrazia del pallone, ormai in netto declino, che si sono salvate, come si è visto, solo grazie ai guizzi e alla classe di qualche campione.

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Ma non si tratta unicamente del dato sportivo. E’ qualcosa di più: ci riferiamo alla fame che hanno i popoli del Sud del mondo, marginali, colonizzati, poveri, sotto la scure delle super-potenze e oggi finalmente emergenti. Il miracolo-Marocco, parla chiaro. L’uscita di scena di Spagna, Portogallo, Brasile è un segno inconfutabile. Chi non ha fame perde.
E poi, c’è un tratto identitario da non sottovalutare. L’esaltazione dei veri simboli identitari religiosi delle nazioni in gara che, questa volta, è andata ben al di là del mero canto o della partecipazione emotiva durante gli inni prima delle partite.
Ci riferiamo ai rituali manifestati da molte squadre. In omaggio a quella sportività retaggio di uno spirito antico.

Ecco il vero spettacolo: i giocatori del Marocco che pregano Allah, inchinandosi per terra prima e dopo ogni competizione. I giocatori del Giappone che fanno l’inchino rituale (postura che discende dall’omaggio all’imperatore) alla loro tifoseria. I giocatori brasiliani e sudamericani in genere, che ostentano il segno della croce cristiana. Le altre, in primis le europee, zero assoluto.
Ci dispiace per i laicisti e gli atei occidentali: non è superstizione o scaramanzia, ma atto di fede, appartenenza, amore per la propria tradizione.
Una cosa molto diversa che inginocchiarsi per una battaglia politica importata che i fan e gli ascari del pensiero unico vorrebbero imporre. E che sta avendo lo scopo di svuotarci e renderci apolidi, liquidi.

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