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La prossima guerra potrebbe scoppiare nel Caucaso, fra Armenia e Azerbaigian. Si tratta di una profezia facile su una crisi di cui pochi ancora parlano. Da più di un mese, ormai, il Nagorno Karabakh, un pezzo di Armenia storica incastonato nell’Azerbaigian, è completamente isolato. Dietro al pretesto di una manifestazione ecologista, gli azeri hanno chiuso il corridoio di Lachin, impedendo l’arrivo, dall’Armenia, di viveri, carburante e beni di prima necessità ai 120mila armeni che abitano nella regione (di fatto indipendente, anche se non riconosciuta internazionalmente). La situazione umanitaria è critica. Manca letteralmente tutto, nel pieno del rigido inverno delle montagne caucasiche. Impossibile non vedere anche l’aspetto religioso del lungo conflitto che scoppia a intermittenza da trent’anni. Il Nagorno Karabakh (Artsakh) è un’enclave cristiana nell’Azerbaigian musulmano. E rientra in un conflitto più ampio, con l’Armenia tradizionale alleata della Russia contrapposta all’Azerbaigian sostenuto dalla Turchia.

La scrittrice Antonia Arslan, autrice del celebre romanzo sul genocidio armeno La Masseria delle Allodole, è una delle poche voci in Italia che lanciano l’allarme sulla crisi del Caucaso. “Mai come ora, dal 1915, gli armeni rischiano l’annientamento”, spiega alla Nuova Bussola Quotidiana, constatando come “un allineamento terribile” di eventi e di congiunture internazionali faccia sì che tutto il mondo stia voltando le spalle al suo popolo.

Antonia Arslan, siamo alle soglie di una nuova guerra?
L’Armenia è in una condizione di debolezza e certamente non si sogna neppure di attaccare. Purtroppo, dall’altra parte, l’Azerbaigian, con la Guerra dei Quaranta Giorni del 2020, ha dimostrato di essere armato fino ai denti, con equipaggiamenti di ultima generazione. Se vuole, se il suo presidente Ilham Aliyev decide di attaccare, purtroppo c’è ben poco da fare per fermarlo. Io spero con tutto il cuore e prego che ciò non si verifichi. La situazione è molto delicata, anche perché è ancora in corso la guerra in Ucraina.

Come gli armeni stanno vivendo la loro alleanza con la Russia?
Con molto rancore. Perché gli armeni si sentono abbandonati. Il sentimento comune è quello di isolamento. La politica del Caucaso e delle regioni vicine è talmente complessa, un intreccio di nazionalismi, vecchi rancori, odio religioso, che ogni cosa che accade su un fronte si ripercuote su un altro. La Russia ha aggredito l’Ucraina ed è impegnata enormemente su quel fronte. Mentre il cessate il fuoco del 2020 in Armenia lo si deve all’intervento della Russia, che tuttora schiera truppe di interposizione fra Azerbaigian e quel che resta del Karabakh indipendente. Al momento non sono proprio in grado di intervenire.

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L’ultimo blocco del corridoio di Lachin dura da più di un mese…
È questo il punto. La strada di Lachin è sempre stata regolarmente interrotta, per brevi periodi, anche di un giorno, dal 2020 ad oggi. Questo prolungarsi del blocco che sta causando una terribile situazione umanitaria, è la novità. Non si può entrare e uscire dal Karabakh neppure per via aerea, perché tutti gli aeroporti sono ormai sotto il controllo degli azeri ed è impossibile aggirare il blocco. Solo la Croce Rossa è autorizzata a passare, ma ha potuto attraversare il blocco per non più di cinque volte stando a fonti giornalistiche in loco. I generi di prima necessità sono razionati, frutta e verdura scomparse. Siamo nel Caucaso ed è pieno inverno e tutto quel che arrivava dall’Armenia è bloccato.

Come fanno a sopravvivere gli armeni del Nagorno Karabakh?
Da montanari. Coraggiosissimi, aggrappati alla loro terra come ostriche allo scoglio, si accontentano, si arrangiano, non si lamentano. Manca il riscaldamento, le scuole sono chiuse: abbiamo cercato di riaprire la nostra scuola a Stepanakert (Scuola professionale armeno-italiana Antonia Arslan, ndr). Sono gli armeni del Caucaso: i più autentici, quelli che a suo tempo non hanno subito il genocidio perché erano sotto la Russia zarista e non sotto l’Impero Ottomano. E adesso però sono sotto una minaccia costante di genocidio, una minaccia dichiarata. Erdogan lo disse chiaro e tondo: “dobbiamo finire il lavoro iniziato dai nostri antenati”. L’odio coltivato è praticato con la distruzione di ogni traccia di memoria armena: le lettere armene scalpellate via dai muri, le chiese distrutte. Per reazione, gli armeni vogliono restare e resisteranno più che possono.

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Le distruzioni di cui parla non sono di epoche remote…
Alcune sono recentissime, dopo la guerra del 2020. Ci sono foto che ci mostrano spianate dove prima sorgevano chiese. E questo avviene in tutti i territori conquistati. Ma l’esempio più significativo è in un’altra regione, quella del Nakhchivan, su cui il professor Ferrari (docente di Letteratura armena all’Università di Venezia) sta preparando un libro molto importante. Abitata da una maggioranza di armeni, era stata attribuita all’Azerbaigian da Stalin. Gli armeni, sin dagli albori dell’Urss, sono stati cacciati dal Nakhchivan, verso l’Armenia con cui confina. Tutte le tracce della presenza armena, edifici, chiese, cimiteri, sono state sistematicamente distrutte. Una serie di fotografie dimostrano come, ad esempio, al posto località delle Sette Chiese vi fosse una spianata con le fondamenta però ancora visibili. Ora non si vedono più neppure quelle. Secondo gli azeri, quel territorio “non è mai stato abitato da armeni”. L’ultimo cimitero storico di cui abbiamo foto, quello di Julfa, è stato raso al suolo con gran uso di esplosivi, nel 2007. Era l’ultima testimonianza di un cimitero armeno le cui prime tombe erano dell’Ottavo Secolo. Ora è una spianata nuda e brulla.

È questa la sorte che toccherebbe anche al Nagorno Karabakh?
È quello che accadrà anche nel Karabakh nel momento in cui gli ultimi armeni decidessero di andarsene. Sparirebbero monumenti millenari stupendi, dove sono stati trovati affreschi, siti archeologici di importanza immensi. Temiamo per il monastero di Dadivank, del Nono Secolo, nelle mani degli azeri dal 2020, dove nel 2014 erano stati riscoperti antichi affreschi di straordinaria bellezza da parte dell’architetto armeno Arà Zarian e dalla restauratrice belga Christine Lamoureux. Non è stato distrutto perché è troppo celebre. Ma si rischia che, una volta spenta l’attenzione mediatica, faccia la fine delle altre chiese.

A cosa si deve la disattenzione mediatica sul Caucaso?
A mio parere è dovuta, soprattutto, alla disattenzione dell’Unione Europea. Non solo è totalmente silente, ma, peggio ancora, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è andata personalmente a ringraziare Aliyev in Azerbaigian per la vendita del gas. Ora: la vendita (non il regalo) del gas è già uno scambio. Perché metterci quel “di più” del ringraziamento pubblico, perché inginocchiarsi con scene patetiche? Dove è finita la grande diplomazia europea? E d’altra parte c’è stata un’ampia opera di lobbying sul Parlamento Europeo da parte dell’Azerbaigian. E molti eurodeputati hanno cambiato il loro atteggiamento e le loro opinioni dalla sera alla mattina, come è avvenuto con il Qatar. Un altro motivo è un certo riflesso condizionato provocato dalla guerra in Ucraina. Siccome i russi sono dalla parte dei cattivi, allora anche quel che fanno in Armenia è un male?

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E come mai anche il Vaticano sembra così distratto?
L’Azerbaigian ha anche finanziato il restauro di catacombe (quelle dei Santi Marcellino e Pietro e poi quelle di Commodilla) a Roma, opera per la quale è stata espressa grande riconoscenza. L’Azerbaigian si presenta poi come un Paese in cui la libertà di religione è pienamente garantita. Questa fascinazione riguarda anche la politica italiana: subito dopo la Guerra dei Quaranta Giorni, un nutrito gruppo di parlamentari di tutti i partiti si è recato a Baku (sottolineo: tutte le forze politiche) a rendere omaggio a Baku. E tutte queste dimostrazioni, che noi riteniamo essere solo “di facciata”, per i popoli mediorientali sono simboli che valgono più di mille parole. Il gesto di Erdogan che riserva solo una strapuntino alla von der Leyen, ad esempio, non è solo un gesto scortese, ma un simbolo. Così come l’omaggio reso dai politici italiani è un simbolo. Ed anche il convegno internazionale tenuto a Shusha, storico crocevia della Via della Seta, città nelle mani degli azeri dal 2020, vicina a Stepanakert, è un simbolo potente: sono stati invitati tutti gli ambasciatori, solo pochi hanno rifiutato (Francia, Stati Uniti e pochi altri) e l’Italia era presente.

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